Il prof fannullone

Autori: Chiara Foa' e Matteo Saudino

Voto: ****

In principio furono "tre mesi di vacanze", ingoiati con signorile grazia per incanalare tutta la forza sottratta alla possibile scazzottata per la stesura morale e politica di questo libro. All'avvio segue una vicenda appassionata, epica (come si può definire altrimenti essere messi a parte di ciò che succede vicino alle porte di Tannhäuser?), di quello che gli autori ritengono il più bel lavoro del mondo. No, non il fannullone, ma il prof, rigorosamente senza punto a chiusura dell'abbreviazione perché, di per sé, questo è un nome, non un'abbreviazione: la/il è prof non è professoressa o professore da che mondo è mondo.

Le storie (sarebbe meglio dire le cronache marziane, rubando a Ray Bradbury) sono colme di giorni di ordinaria follia (in questo caso non rubo, per Joel Schumacher il giorno era singolo, qui di singolari ci sono le [dis]avventure) nel corso dei quali ci si deve destreggiare per "ordinare il pasto" che l'addetto del fast food non serve più perché la fascia oraria che lo prevede nel menù è scaduta da un minuto: la burocrazia dei fast food è motore immobile sul quale procede l'impero verso occidente.

Un inizio nonostante tutto gioioso, ma già raffreddato dall'aria gelida che circola nei diplomifici. La consapevolezza di una burocrazia che si esplicita per acronimi (ma DS è Direttore Sportivo, non può essere altro!, come ASL è solo Azienda Sanitaria Locale) e che assurge a modello democratico dal quale non ci si può sottrarre, soprattutto se si è sinceramente democratici. Un bonus da utilizzare per aggiornamento e formazione, purché a trarne beneficio sia l'entità scuola e non l'entità docente che in ultima analisi è solo colei o colui che trasmetterà all'entità discente (utilizzatore finale per chi si è nutrito di cronaca politica in questi anni) anche il frutto del proprio sapere aggiornato. Le fatiche erculee per orientare la didattica alle singole necessità educative e formative di ogni studente inserito in classi pollaio. Le uscite didattiche che il ministero valorizza, ma che solo pochi giapponesi rimasti a difesa dell'isola "gita" scelgono di fare sapendo che dovranno essere almeno esperti gommisti, oltre che intransigenti tutori di studenti e dell'autista del pullman. Tutto questo, e molto altro, senza tralasciare colleghi e soprattutto genitori. La metafora del "safari" è l'essenza dei colloqui generali e delle dinamiche dei gruppi whatsapp dei genitori: l'inesplorato si palesa al tuo cospetto e tu rimani senza parole, letteralmente, e capisci che la banalità del male è sempre dietro l'angolo che ti aspetta per tenderti un agguato.

In tutto questo mi ci sono ritrovato anche io in qualità di genitore, spero più prossimo al modello 1969 che al modello 2009. Ma per averne certezza dovrei chiedere a figlia, moglie, docenti, genitori e ... non sono stato così cattivo da meritarmi così tanto carbone oggi. Fidatevi della mia parola d'onore.