Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace

Giudizio: *****

Per iniziare: un aneddoto.
Ho conosciuto lo scrittore David Foster Wallace per caso, attratto da un accattivante titolo che Einaudi ha scelto per pubblicare la raccolta di due saggi di DFW nei quali racconta il tennis come esperienza trascendentale, religiosa e sociopolitica direttamente dagli US Open ed ammirando il gioco di Roger Federer. A tal proposito scrive: "Impossibile descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse" (DFW).
Come il miele per l'orsetto Winnie the Pooh, io sono rimasto invischiato dalla necessità di leggere altro di DFW, imbattendomi nello scherzo infinito che è IJ: 1281 pagine di cui 100 di note dettagliatissime e scritte in un corpo minuscolo. Alla sola vista in libreria volevo arrendermi, ritirarmi, ma la libraia mi spinse al grande salto perché quel libro "è il capolavoro del più grande e geniale scrittore americano della sua generazione". Mi ci sono voluti 6 anni per "organizzare" la scalata di questa montagna e 2 anni per "portarla a conclusione".

Per continuare: non c'è trama da tratteggiare, è un fluire e defluire di eventi, pensieri, parole, sensazioni, storie di volta in volta strane, oscene, criminali, amorevoli, stranianti che possono anche indurre alla compassione, al compatimento da intendere come "patire insieme", farsi carico l'uno dell'altro. Tutto è dilatato, variegato, sorprendente, doloroso, a volte involontariamente comico.
Ci troviamo in un futuro prossimo a Boston, che è parte dell'ONAN (Organization of North American Nations fusione di Canada, Usa e Messico), in un territorio chiamato anche la Grande Concavità. Qui si trovano le due realtà coinvolte nelle evoluzioni delle vicende che si susseguono in modo mai lineare: la Ennet House, una casa di recupero per alcolisti e tossicodipendenti, e l’ETA (Enfield Accademy Tennis), un’accademia per giovani tennisti forgiati per entrare nello tennis professionistico (che per tutti loro è identificato come lo show). Il legame tra queste due strutture è il figlio mediano degli Incandenza, famiglia che gestisce l'Accademia tennistica, che ha iniziato ad usare droghe leggere. La dipendenza appare come elemento che in realtà unisce tutto: la dipendenza da sostanze, da stili di vita, dallo spettacolo, dall'arte anche se di difficile comprensione. 
James Incandenza è fondatore dell'Accademia tennistica essendo stato in gioventù un buon giocatore che i figli chiamano Lui in persona. È marito di Avril Incandenza, canadese, alta quasi due metri, che i figli chiamano Mami e che con il fratello gestisce realmente l'Accademia. Poi ci sono i figli: Orin, promettente tennista, ma "rapito" dal professionismo del football americano perché in grado di calciare sempre tra i pali le trasformazioni, Hal, il mediano, quello che sembra essere ancora più forte del maggiore, ma che vive insicurezze personali che lo conducono alla droga "ricreativa", infine Mario, nato "fuori tempo massimo" e deforme. Sarà però quest'ultimo ad essere il più vicino dei tre alla seconda fase della vita del padre quando diventa un regista cinematografico inarrivabile, anche se autore di un misterioso, ed introvabile, film che induce alla visione ripetuta dello stesso fino alla morte.

Presso la struttura per trattare le tossicodipendenze c'è Gately, ex promessa del football americano e con alle spalle una vicenda familiare tragica, che ne è il custode notturno. Lui per primo è un ex tossicodipendente, ora "pulito", che con rude amorevolezza svolge il suo ruolo per "pulire" gli altri. Un gruppo di separatisti del Quebec però entrano in scena e tirano fuori quello che è stato Gately nella vita "sporca" vissuta come criminale ed a questo richiamo ancestrale lui non riesce a sottrarsi.

Gli altri personaggi che compongono questo scherzo infinito sono tantissimi, ognuno necessario e funzionale a descrivere uno stato, una modalità, un approccio alla vita. La vita che è dipendenza dall'intrattenimento, che sia la televisione via cavo, i film in cartuccia di Lui in persona, lo spettacolo sportivo, la droga, il sesso, la rivoluzione, l'arricchimento, la gara per essere il tennista più forte, la ricerca dell'amore. È tutto intrattenimento e conseguente dipendenza. Lo spot sta ovunque perché è intrattenimento per natura. Quindi sta anche nell'identificazione dell'anno legale che non saranno più conteggiati con numeri interi crescenti, ma che saranno riconosciuti e nominati con il nome dello sponsor di quell'anno.

Per finire: un pensiero
DFW ha scritto una cosa che va ben oltre la mia immaginazione. La libraia, per quanto posso dire io, aveva ragione da vendere.
Però devo avvertire che IJ non è una lettura agevole. Intanto il libro è mastodontico, letteralmente e di difficile lettura, letteralmente. Ci sono periodi lunghi, quasi infiniti e trame intrecciate che scaturiscono da diversi narratori collocati in diversi momenti temporali. Il richiamo a note dettagliate che, a loro volta, contengono rimandi ad altre note inserite alla fine del libro con descrizioni minuziose di sostanze stupefacenti, terapie mediche, riferimenti alla filmografia di Lui in persona, ecc. mi hanno costretto ad utilizzare due segnalibri.
Distrarsi sarebbe stata la fine. Perdere il filo sarebbe stata la fine. Diluire questa lettura in due anni con sospensioni e riprese è stata una necessità per sopravvivere in quelle vette che ho calpestato anche senza avere, in quel momento, piena consapevolezza del territorio in cui mi stavo muovendo. Questo libro si può amare od odiare, ma non si può rimanere indifferenti perché è vita che scorre lenta sotto ai tuoi piedi mentre sei piegato in posizioni improbabili, necessarie per tenere il libro aperto e garantendo la coerenza delle pagine in cui collochi i due segnalibri.
È difficile perché credo non voglia essere solo intrattenimento.

La filosofia non è una barba

Autore: Matteo Saudino

Giudizio: ***

La filosofia spaventa. La filosofia è difficile. La filosofia è inutile. La filosofia è antica. Pare, o almeno questo ho percepito, che tutto ciò che è antico non sia apprezzato nella contemporaneità ("papà, sei antico!", non lo prendete mai come un complimento, anche se siete archeologi o antiquari).
Dunque, cosa ci può essere di meglio di un barbafilosofo per sovvertire questi luoghi comuni? Il barbafilosofo si trasforma con la stessa duttilità di un barbapapà che si adatta alla necessità della storia. Può diventare il primo filosofo occidentale, un cinico che esce dagli schemi sociali, un materialista, un eretico, un utopista, un devoto razionale, un nazionalista, un pessimista. E lo fa narrando la più o meno inconsueta morte del pensatore, incasellando l'ultimo fiato come inevitabile conseguenza del sistema filosofico rappresentato in vita. Certo l'autore non parla di rock star o calciatori milionari, ma vi garantisco che ci si diverte tanto.
Oddio, in tutto questo non possiamo certo dire che la filosofia sia facile. Richiede impegno e perseveranza, la stessa che è necessaria per tirare un rovescio, ad una mano, lungo linea che fa cadere la pallina all'incrocio tra la riga di fondo campo e la linea del corridoio, oppure colpire la pallina con una demivolè eseguita a metà campo per effetto della risposta al servizio tirata in modo brillante e più che avveduto dall'avversario costringendo ad assolvere un compito di difficoltà elevatissima. Nessuno pensi che queste cose sono facili senza studio, impegno, sacrificio. E cosi è anche la filosofia.
C'è di bello che giocare a tennis è molto divertente (anche quando si perde, ricordiamolo) e lo stesso vale anche per la filosofia, pure quando il vecchio Schopenhauer ci spiega che la vita è un pendolo che oscilla tra dolore e noia passando per fugaci ed illusori attimi di felicità. Ma non deprimiamoci, c'è sempre la possibilità di tirare un dritto in corsa lasciando l'avversario immobile mentre guarda passare la pallina per lui irraggiungibile. Quella pallina solo un filosofo può colpirla così.

La recita di Bolzano

Autore: Sándor Márai

Giudizio: ***

In questo romanzo l'avventura e l'amore sono inestricabili elementi in un intreccio di passione ed attesa. Il vecchio contro il giovane, e viceversa, la donna contro l'uomo, e viceversa, con l'inspiegabile esistenza di colui che ama in modo disinteressato. L'avventura è inevitabile contorno perché, senza di essa, non può esserci passione, sfinimento, pena, incertezza, dolore e l'amore stesso. L'avventura si divincola tra sfide a duello, mortifere, e braccia possenti e vendicatrici da giardiniere, tra lo sconosciuto fuggiasco arrivato a Bolzano, che tutte le donne vogliono conoscere, e la ragazza della locanda, talmente umile, che gira a piedi nudi quando è tempo di neve ed infatti neve sarà, tra i consigli elargiti da esperto sulle questioni di amore ed improbabili personaggi che chiedono consiglio.

Nell'affresco che tratteggia il contesto di dissolutezza e comportamenti illeciti, puniti senza espiazione, si colloca il particolare centrale di un accordo tra uomini. Gentiluomini di mondo che giocano una trattativa per la loro amata. Una trattativa a perdere per vincere, il sacrificio della regina per salvare il re e catturare il re avversario. Un accordo degno di fiducia reciproca e reciproco rispetto come si conviene tra gentiluomini che riconoscono l'onore delle armi all'avversario anche se potrebbero decidere di barare. Il contratto troverà un'inattesa evoluzione quando la regina si farà re ed il re si farà regina. Una recita il cui travestimento non è solo d'abito, ma è di psicologia del comportamento, in un carnevale senza frizzi e lazzi. Sono lunghi monologhi in cui l'amore, la passione, la paura, la saggezza, il dolore, il coraggio, la delusione sono presentati da ogni personaggio ad uso e consumo della personale vittoria, fosse anche solo effimera apparenza, oppure fugace piacere, oppure libertà ottenuta per l'altrui codardia.

Ferirsi, sì, ma senza volersi ferire troppo perché l'amore è eterno, come eterna è la vendetta e l'eternità è solo dei sentimenti veri. 

L'insostenibile leggerezza dell'essere

Autore: Milan Kundera

Giudizio: *****

L'eterno ritorno e l'impossibilità di vederlo in vita: si può bramarlo, o bandirlo, inseguirlo, o fuggirne e mai riaverlo, rivederlo. Leggerezza e pesantezza sono dell'essere e non dell'apparenza, non della volontà. L'una è positiva, libera, selvaggia, l'altra è negativa, opprimente, conformista. Attraversano le vite di ognuno superando le ragioni ed i torti della volontà. C'è chi tradisce l'altro per il piacere e non per cattiveria, c'è chi resta fedele all'altro per il piacere, non per opportunità e c'è chi riesce a rimanere fedele solo a sé stesso. Ogni singola scelta è duale, leggere o pesanti saranno le conseguenze. 

Eppure non c'è leggerezza senza pesantezza. Si attraggono, ma non si raggiungono perché la loro unione sarebbe la fine delle vite che possono scorrere solo in modo lineare e mai in modo circolare. Che il corpo sia votato alla pesantezza e che l'anima sia votata alla leggerezza non è dato. Puoi guardarti allo specchio per cercare l'anima senza riuscire a vederla e potrai incontrare un corpo che vedrà la tua anima senza riuscire a restare fedele al tuo corpo.
Solo per gli animali, che non sono stati cacciati dal paradiso terrestre, lo scorrere delle vite è un eterno ritorno. Una ripetizione infinita per chi, guardandosi allo specchio, non sa riconoscersi.

Il momento storico affonda la leggerezza, ed eleva la pesantezza, lasciandoci il rifugio "kitsch" che elimina tutto ciò che riteniamo inaccettabile nell'esistenza umana. Un rifugio individuale seppur occupato in modo collettivo. Questo rifugio ci fa sentire leggeri nel momento in cui facciamo quello che tutti pensano che si debba fare anche se sarebbe la cosa più pesante per noi. Nulla è leggero o pesante, tutto si trasforma, tutto ti trasforma.

La macchia umana

Autore: Philip Roth

Giudizio: ****

Un Signor Deciso val bene un segreto? Forse, ma le conseguenze su amici e familiari, visibili oppure nascoste, saranno strazianti. Ogni esistenza umana è una macchia e la rettitudine, la capacità, la competenza, l'impegno, la nobiltà d'animo, la felicità, non cancelleranno le macchie che ognuno lascia.

Questo romanzo narra la vita fondata su verità nascoste e trovate solo da chi le conosce o da chi le vede nonostante l'impegno per mascherarle. È un intreccio "sentimentale" tra "posso, ma non voglio", "fai come vuoi, per me non fa differenza", "sarebbe stato diverso, ma è andata così". Alcuni personaggi interpretano questi sentimenti come "scelte di campo" sia che siano a conoscenza dei segreti, sia che ne siano all'oscuro. È la natura umana, votata all'evoluzione per vivere e non per sopravvivere.
Altri personaggi sono attanagliati dai loro segreti, quelli che fanno emergere in modo arruffato e sempre scriteriato. Si credevano coraggiosi ed erano pavidi.
Altri sanno verità false e su queste falsità creano una pubblica opinione informando tutto il vicinato fino a raggiungere i lontani parenti.
Tutti sanno verità indicibili e, proprio perché indicibili, vengono sottointese: la loro evidenza appare, strana o normale che sia, certa.
Le cose sarebbero potute andare diversamente e gli strascichi futuri non si possono escludere, ma l'onore è ristabilito, per chi non sa del segreto, e per chi il segreto lo conosce ormai lo strazio è compiuto e, dove possibile, ricongiunto con infinito amore, dove impossibile diventa una nuova macchia su un'altra macchia.

L'autore trova gli spazi per indagare la macchia umana come necessità di vita. La macchia umana, che tu sia vittima o carnefice, la lascerai e nel segreto sarà costruita la gloria o la sventura. Si ricorderanno di te per una vera falsità o per una falsa verità? È un segreto.

Chiamerò la polizia

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: **

Una reciproca ritrosia, per l'uno volontaria, per l'altro involontaria perché le cose sono così, le cose sono andate così. Ma quella sera, quel saluto dopo la cena con gli ex compagni dell'università, conduce al rendez-vous non concordato eppure inevitabile. È quel pezzo di vita che si è nascosta, è una questione di cuore che batte, è una questione di rischio non calcolato, è una questione di sopravvivenza, quella a cui l'essere umano è votato.

Vedere il disumano che è nell'umano lascia segni indelebili.

Vani tentativi di vendere l'anima al Diavolo

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ****

Hai un pensiero ripiegato su sé stesso che non soddisfa il tuo gusto? Aprilo, inserisci un po' di cinismo, irriverenza, poesia, vita, morte (miracoli, no), pigrizia, richiudilo con cura, inforna per un'oretta e servilo ben caldo. Il risultato è agrodolce, opportunamente contrastante, con un retrogusto leggero, ma persistente. Non è la colazione dei campioni, accompagnata da un lussurioso caffè, ma nemmeno la colazione con Ovomaltina. Con questa portata seducente potrebbe nascere l'occasione per soddisfare, finalmente, il desiderio di vendere la tua anima al Diavolo ed esaudire il desiderio più grande. Non hai anima? Non hai desideri? Ahi! Ahi! Ahi! Vattene, essere infelice!
Se invece ce li hai (anima e desideri, contemporaneamente, è condizione necessaria e sufficiente) non hai mai desiderato vendere l'anima al Diavolo per "quella cosa là", quella perdizione per cui hai perso la ragione collocandosi dalla parte del torto? Dormire fino a tardi?, girovagare solitario in bicicletta nella tua città di provincia?, affaticarti al lavoro ed aspirare a non farlo?, rimanere estasiato dall'afferrare in uno scatolone di libri usati la pubblicazione che ti manca e che solo ora puoi toccare, sfogliare, acquistare per 50 centesimi? Non dire bugie. Con le bugie si va all'Inferno e lo si fa gratuitamente. Un impeccabile peccatore morirà sano perché è riuscito a vender l'anima al diabolico, sennò si muore malati e, molto probabilmente, con dolore. In tutti i casi si muore, meglio farlo in modo impeccabile.
In questo libro troverai aforismi sulla vita, sul male della vita, sulla religione, sulle passioni, sui vizi e sull'intelletto necessario per sapere che, se c'è una spiegazione, forse non ce l'abbiamo.

Guida filosofica della Spagna

Autore: Stefano Scrima

Giudizio: ***

Quando ho visto il libro la primissima cosa a cui ho pensato è stata "ma io cosa ne so della Spagna?" e la seconda cosa a cui ho pensato è stata "buona occasione per imparare qualcosa, peccatore per mancata conoscenza che non sei altro". Sono prosaico anche nei pensieri.

Il libro è una breve presentazione ragionata dei personaggi famosi che hanno contribuito a rappresentare un popolo prima che un'area geografica. Con tutte le contraddizioni che albergano nei personaggi famosi (i non famosi sono meno sospinti alle contraddizioni, non fosse altro perché non li conosciamo) e nei popoli. Filosofia, arte, poesia e corrida, immancabile. La Spagna che da provincia dell'impero diventa impero e poi torna provincia nella persistenza dello spirito degli spagnoli intorpidito dalla pigrizia delle tradizioni, ma nella perenne ed umana lotta tra ragione e sentimento.

Io che di spagnoli conoscevo solo Manolo Santana e Manolo Orantes (di fama), Rafa Nadal (visto con i miei medesimi occhi) e tanti altri bravissimi (ma non bellissimi) tennisti, senza dimenticare l'"odiato" Miguel Indurain che impedì allo straordinario Gianni Bugno di conquistare il Tour de France, a dire il vero, ho fatto un piccolo salto di qualità. Un piccolo passo per un piccolo uomo.

La dittatura del calcolo

Autore: Paolo Zellini

Giudizio: ****

Nella contemporaneità abbiamo raggiunto la consapevolezza che l'"algoritmo" riguarda le nostre vite a diversi livelli e con diversi esiti. Molto spesso usiamo questa parola, in modo superficiale, per indicare qualcosa che non dipende da noi perché è oscuro o nascosto, ma che comunque ci riguarda.

Nell'introduzione del libro viene presentata una definizione semplice: un algoritmo consiste in una sequenza di istruzioni in base alle quali il calcolatore elabora un processo di calcolo. Ma l'autore ci pone immediatamente di fronte ad una questione che svilupperà nel libro in modo assai articolato: cos'è davvero un processo di calcolo? Le implicazioni sono stringenti e riguardano fino a che punto un processo di calcolo può sostituire la decisione umana. L'intelligenza artificiale potrà sostituirci? Non c'è una risposta definitiva perché non è solo matematica teorica, matematica applicata a tecniche di calcolo, ma sfocia nella filosofia. In tal senso è interessante tenere in considerazione l'aneddoto dell'aereo di linea in avaria salvato dal pilota per una "scelta istintiva", mentre i processi di calcolo, nelle condizioni date, avrebbero fatto schiantare il velivolo non essendo in grado di calcolare soluzioni alternative allo schianto.

L'autore ci accompagna in un percorso che inizia dagli albori presentando le difficoltà puramente teoriche che hanno avuto come protagonisti matematici geniali. A partire da cosa possa intendersi infinito sapendo che non sarà possibile creare una corrispondenza biunivoca tra numeri naturali e numeri irrazionali. Ovvero constatando che esiste l'infinito dei numeri naturali che è un infinito "più piccolo" dell'infinito dei numeri irrazionali che non riusciremo mai a numerare. Ma anche il tema della "continuità" per cui una retta reale è composta da un continuo di infiniti punti adiacenti, mentre il digitale ci pone di fronte al discontinuo.

Un'evoluzione che risiede tra gli sviluppi della matematica teorica e la scienza applicata, senza poter dimenticare che non è plausibile calcolare l'infinito partendo da un supporto che di per sé è finito. Infatti, per quanto l'evoluzione dei materiali metta a nostra disposizione calcolatori sempre più potenti, è pur vero che anche il più potente calcolatore ha un limite dato dalla sua "fisicità finita". Ne consegue che lo sviluppo della scienza applicata abbia necessariamente dovuto affrontare anche la riduzione della complessità perché laddove si utilizza un approccio ricorsivo la complessità di calcolo segue dinamiche con crescita esponenziale, mentre con un approccio iterattivo la complessità di calcolo segue dinamiche logaritmiche, quindi "meno grandi".

A tutto questo si somma anche la necessaria valutazione dell'errore. Ogni algoritmo, che ha "limitazioni" intrinseche nel processo di calcolo, produrrà risultati "approssimati" per i quali si deve valutare l'entità dell'errore. Purtroppo, troppo spesso, non teniamo conto o non sappiamo valutare l'entità di questa componente, eppure siamo propensi a demandare ad un calcolatore una funzione "predittiva" come inevitabile conseguenza dovuta al fatto che un essere umano non sarebbe in grado di dare risposte per via della complessità dei dati e delle variabili in gioco. Questa è una questione per nulla secondaria, soprattutto se impatta con un "determinismo algebrico cieco" che nega qualsiasi libertà d'azione. Il punto oggi è questo e non possiamo dire la parola fine. La scelta è nostra: dovremo decidere se farla noi umani o se farla fare ad un calcolatore.

Della pigrizia

A cura di Stefano Scrima

Giudizio: *****

È una raccolta del pensiero di araldi dell'ozio, breve, come si conviene, per consentire al lettore di tornare a praticare l'ozio, la forma di resistenza attiva al reale, al realistico, ma anche all'irreale. Attraverso i motti e gli aforismi qui raccolti l'autore si fa carico di redigere un Manifesto per una nuova umanità che coltivi mezzi ed intelletto per agire e dare al mondo un'anima. Tra queste righe e parole si trova l'inestimabile opportunità di rivedere e rivedersi, svogliati, pigri, indolenti eppure animati da un anelito per elevarsi al di sopra delle umane sventure (correre, produrre, accelerare, fare e disfare) e prendersi tutto il tempo necessario, senza farselo rubare dall'effimera iperattività, per fare ciò che ci piace. 

"Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti."
[il buon, caro, vecchio]
Kurt Vonnegut
Un uomo senza patria
(Forse non a caso una raccolta di interventi critici di Vonnegut sulla cosiddetta "locomotiva" occidentale del mondo, gli Stati Uniti d'America)

Il colibrì

AutoreSandro Veronesi

Giudizio: ****

Il destino che ci accompagna, precedendoci, per alcuni è più leggero che per altri. Anche se non lo sa, un colibrì potrebbe capire quanto sia faticoso sbattere vorticosamente le ali per restare fermo e non per volare, ma del resto non fa nulla che non sia nella sua natura, perché angustiarsi?

In questo libro si racconta l'amore, si racconta l'odio, si racconta la disaffezione, si racconta la distrazione, si racconta di sfortuna e di fortuna. Un padre abitudinario, una madre sopra le righe, un bambino troppo piccolo per la sua età, una bambina troppo curiosa e troppo sensibile, un altro bambino troppo distante da tutto e da tutti, ma non sempre, purtroppo. Tra tutti loro vite lontane, anche se vissute nelle stesse case, fino a che non succede l'irreparabile. Ma l'irreparabile non è mai solo, è sempre seguito da un altro irreparabile e così via, e così via, fino alla profezia del futuro che passa attraverso altre famiglie, che apre nuove prospettive cancellando speranze disattese, fortune non messe a frutto, per errore o per volontà.

Il libro è disposto come tasselli, all'apparenza disordinati, ma solo se si pensa che il tempo sia l'unico ordine possibile. Qui l'ordine del tempo si piega e si dispiega nel disordine delle vite, nell'urgenza di trovare un inizio per approdare alla fine che abbia un senso compiuto, che sia la vera pace. A questo si giunge privati di tanto, ma non di tutto, privati dal "si poteva fare o dire", ma non per tutto, ma non su tutto. È un lungo ballo, finito come meglio non si poteva, con tutti gli errori compiuti e tutte le speranze perse, ma senza un secondo giro perché il primo è bastato, perché ora c'è la nuova speranza che tutto ciò che è accaduto è successo per quei capelli ricci che sapranno unire e non dividere. Finalmente.

Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ****

In questo manualetto ci sono piccole, medie e grandi cose che avvicinano o che allontanano. Scrivendo di cose che avvicinano ed iniziando, come si conviene, dalle piccole cose è significativa l'affinità caratterizzata dalla pizzafilia abbinata al segno astrologico della bilancia (sia ben chiaro, qui non si sta scrivendo di vaghe superstizioni e credenze aleatorie, qui si accoglie la sublime fine di una stagione, con la permanenza sempiterna ed universale della pizza che attraversa tutte le stagioni). Se emergesse che questo status è accompagnato da una predilezione per la pizza Margherita annaffiata con birra (solo se non si guida) e preceduta nella prima mattina da una colazione al bar a base di pasta (cornetto) e cappuccino questa, da piccola cosa, assurgerebbe a grande cosa. Poi ci sono le medie cose, quelle che riguardano gli uomini massa distribuiti nei posti più ordinari ed ordinati per essere meglio trascinati dalla massa qualunque sia la direzione. Infine troviamo le cose grandi come quel rissoso, irascibile, carissimo Arthur Schopenhauer. Sì, proprio lui, quello che ci ricorda che la vita è un incessante oscillare tra noia e dolore e che se cogliamo momenti di felicità questa è solo illusoria. Siamo venuti al mondo per soffrire e per dare continuità alla specie, nulla di più. Questi assunti ci conducono ad un'altra cosa grande di cui cantava Guccini narrando del "frate" che parlava di Dio e Schopenhauer. Sacro, profano, sacro è pur sempre un incessante dondolare.

Parlando di grandi cose che allontanano, tanto paradossalmente quanto con certezza, si possono annoverare con ottime ragioni i social media. E di questo l'autore scrive. Ci ricorda quanto la "democratizzazione" del World Wide Web, accentuata dalla nascita dei social media, ha amplificato le nostre propensioni narcisistiche ed egocentriche. Siamo schiavi del "mi piace" a tutti i costi e non ci prendiamo il tempo di pensare bene (da non confondere con la pratica omologata dei benpensanti) ed approfondire per capire cosa scriviamo o cosa rilanciamo. Che sia il vero o il falso, che sia stupido o arguto non ci interessa quasi non ci riguardasse. Tutto deve essere ora, tra 1 minuto sarà troppo tardi, quindi ci esponiamo senza avere consapevolezza dei rischi che corriamo. E ci rinchiudiamo in una "bolla" nella quale un algoritmo ci indica cosa dobbiamo vedere perché l'algoritmo sa che è quello che vogliamo vedere.
In questo è assai felice una metafora raccontata da una collega. Frequentare "amici" sui social media è come essere in un abitacolo di un'auto con altri quattro amici che hanno deciso di andare in vacanza insieme. Il viaggio di andata sarà una soave apoteosi del reciproco rafforzamento delle rispettive affermazioni, la comunanza di intenti per un'avventura prossima e comune. Io aggiungo che il viaggio di ritorno potrebbe avere esiti differenti. La vicinanza non mediata da uno schermo potrebbe condurre altrove.

Giunto a questo punto mi piace raccontare un delizioso aneddoto paradigmatico (qualunque cosa significhi utilizzare questo termine in questo contesto, ma fa tanto "introdotto" e poi il precedente delizioso è sempre parola che cattura attenzioni e "mi piace"). Era il 2008 ed un amico per ricordare il nome del personaggio Disney del quale voleva discettare con mia figlia, massima esperta mondiale dell'argomento, fece una ricerca su Google (oggi si dice googlare, all'epoca forse si diceva ignorare, certamente lo si immaginava anche senza dirlo). Ne seguì l'imperdibile confronto tra "esperti" che si concluse degnamente con mia figlia che propose di prestare al mio amico dvd e libro perché approfondisse l'argomento sul quale aveva profonde lacune. L'amico, sufficientemente pieno di spirito da accettare la "sconfitta" si rivolse a me dicendomi "ti ho cercato su Facebook, ma non ci sei. Se non sei su Facebook non esisti!". Questa semplice frase priva di qualsiasi senso però mi "costrinse" a registrarmi "volontariamente" sul nuovo pianeta digitale dove avrei potuto rimanere in contatto con tutti, anche con gli sconosciuti. In compenso oggi ho perso di vista quel mio amico... Non è vero, ma spero si riconosca per mettere uno schioccante "mi piace" a questo racconto. Mia figlia, al contrario, sarà stimolata all'azione uguale e contraria, mi aspetto quindi uno scudisciante "grrr", ma come abbiamo imparato fin da piccolissimi "bene o male purché se ne parli"!

Come sempre Scrima ci consegna una lettura semplice, lineare, sintetica. Un invito ben chiaro, basta poco, checcevò!

Avevo voglia di leggere un libro e lo ha scritto Stefano Scrima (semicit.)

Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia

AutoreStefano Mannucci

Giudizio: ****

Un libro assai denso e colmo di "vite vissute" che vanno ben oltre il "sesso, droga e rock'n'roll" pur essendo questi tre elementi caratteristici abbondantemente presenti. Una carrellata epica: ciò che è stata la storia in presenza del rock non è solo storia, ma è rock'n'roll. Con tutte le contraddizione di una cultura che nasce libertaria, spensierata, divertente, eccitante, ma che viene somministrata attraverso "il sistema" economico e commerciale che rende quasi tutte le rock star ancora in vita delle sopravvissute a loro stesse, stritolate dal sistema che le ha rese il mito che sono diventate. In alcuni casi spremute e gettate.
Del resto parliamo di Artisti con la A maiuscola che hanno "donato" piacere a miliardi di persone ed il cui ego è cresciuto a dismisura al crescere della loro fama e degli inevitabili privilegi (disporre di un jet personale e non di una semplice utilitaria modifica inevitabilmente la percezione che hai della vita), con tutto ciò che questo comporta. I più forti o fortunati sopravvivono, i più fragili periscono donando la loro vita al mito del rock. Molti di essi finiscono nel club dei 27. Altri no, ma solo per questioni meramente anagrafiche e comunque anche tutte queste vite spezzate precocemente sono immolate sull'altare del rock, diventano la storia del rock, il mito di intere generazioni.
Elemento certamente interessante nel libro sta nel tentativo di interlacciare l'epopea del rock alla storia che si studierà sui banchi delle scuole. Ed in questo contesto gli attori del rock non sono semplici orpelli di folklore, ma diventano oggetto e strumento di innegabili mutamenti della società, se non della storia in senso stretto. A partire dal cambiamento delle modalità con cui l'umanità ha fruito i piaceri prodotti del rock.

Se il rock è morto, viva il rock.
Se il rock è vivo, viva il rock.

Il mondo di Sofia

Autore: Jostein Gaarder

Giudizio: ****

Un riascolto a distanza di 25 anni.

Un romanzo filosofico che, a 25 anni, mi indusse ad una lettura forsennata e vorace. Dopo aver "incontrato" De Crescenzo mi ero imbattuto, nuovamente, in una lettura semplice della storia della filosofia e fu un'epifania. Questo libro è la "fiaba" del pensiero occidentale e della sua evoluzione gettata in pasto a me che ignoravo quasi tutto. Fu una scorpacciata.
Un compagno di pallavolo, ricercatore alla facoltà di lettere e filosofia di Bologna, disse che De Crescenzo e "questo tale" erano i "Novella2000" della filosofia. E lo diceva dal pulpito dei suoi studi tomisti. Ubi maior minor cessat, ma, nonostante lo sberleffo da spogliatoio, il romanzo mi appassionò e mi suggerì elementi di riflessione che erano rimasti sopiti in me da quando la maestra cercò di spiegarci chi erano e cosa facevano i filosofi. Ricordo che a quel tempo rimasi imprigionato in un pensiero senza fine: "i filosofi pensano chi sia l'uomo per cercare risposte universali, ma, essendo umani, non faranno altro che pensare a loro stessi che certamente sono solo una piccola parte dell'universo e non l'universo. Come potrebbero trovare le risposte? Sarebbe necessario cercare risposte universali..." e via così, via così, via così. Forse anche per questi cortocircuiti alle pareti delle scuole elementari Carbonieri in Modena andavano fortissimo i poster dei dinosauri e le carte geografiche, ma non raffigurazioni di filosofi.

L'inverno scorso, a causa di un paio di operazioni agli occhi che costrinsero mi figlia a rimanere praticamente al buio per qualche giorno, le acquistai due audiolibri per passarsi il tempo. Ascoltò e riascoltò il Canto di Natale di Dickens, ma snobbò Il Mondo di Sofia. L'ho ascoltato io in queste settimane, memore di un ricordo fuori dalle righe, una personale mitizzazione (al pari della finale di Wimbledon tra Borg e McEnroe nel 1980, per dare il senso del livello dove è collocato nel mio "immaginario personale").
Ieri ho portato a termine l'ascolto e posso rivelare due cose. La prima è che avevo completamente rimosso alcune parti della storia, "cannibalizzate" da altre parti che, risentito il racconto oggi, non sono necessariamente le più importanti. La seconda è che questo è un romanzo filosofico che incidentalmente utilizza i filosofi ed i loro pensieri per narrare una grande fiaba e non per soli bambini. C'è un maestro, Alberto, e c'è un'allieva, Sofia, intrecciati alla filosofia ed alla vita, loro e di altri, non priva di sorprese anche divertenti per quanto possa apparire serio e lineare un argomento grandioso come l'amore per la conoscenza.

Io ho riletto pochissimi libri (I Ragazzi della Via Pal, Il Giro del Mondo in 80 Giorni, Aniceto ovvero la Bocca della Verità, Il Compagno Don Camillo), ma questa non è una rilettura è il primo "ascolto" e quindi Aristotele la catalogherebbe in un'altra categoria, seppure sempre sotto il cielo stellato. Ne è comunque valsa la pena, con buona pace per gli studi tomisti.

La straniera

AutoreClaudia Durastanti

Giudizio: ****

L'inizio è da leggenda: ognuno di noi ricorda le cose accadute come gli pare, meglio, le racconta come gli pare. E sono vere, per ogni narratore, soprattutto se trattano del salvataggio di una vita umana, un accadimento per nulla ordinario. Ma di straordinario in questo libro c'è tanto altro.

Ci sono migrazioni inaspettate con assestamenti definitivi o temporanei nei nuovi luoghi. Ci sono rientri altrettanto inaspettati. Ci sono migrazioni per necessità di viaggiare (ed incontrare la morte così vicina e così inattesa), di sfuggire ad uno schema precostituito e migrazioni per necessità di amore. Ci sono migrazioni per studiare e migrazioni per insegnare. Migrazioni per imparare dalle tue amiche parrucchiere che non sono proprio amiche, ma che ti restituiscono l'amicizia da straniere, come te. In tutto ciò c'è lo stato di essere straniera al luogo in cui si stanzia, per periodi più o meno lunghi, ed alle persone che incontri. Ma non solo. Si può essere straniera alla famiglia stessa, a partire dai genitori per nulla ordinari e per certo controversi. Cercare un padre che ti insegni quello che non ti ha insegnato (potuto o voluto?, chissà) il padre biologico. E trovarlo colmo di affetto, ma non adeguato fino in fondo. Che forse poi è l'essenza di essere padre.
Un fratello più "responsabile" del padre e della madre e tu tanto avventata da non leggere per intero "I ragazzi della via Pal" una lacuna per te che leggi tantissimo e che ti vergogni di ammettere per non rompere una complicità con chi te lo ha prestato.

Una straniera meno consapevole dello straniero di Camus, ma al tempo stesso più presente a quello che deve, o dovrebbe, o potrebbe fare. Prendersi cura della madre in modo non classicamente filiare. Amare percependo che sarà per sempre e non capire come è stato possibile che quel "per sempre" si sia dissolto nei tranelli della vita.
Un viaggio giovane, ma già tanto ricco che inizia in un fortuito incontro romano quando il possibile è stato, per sempre.

La parata

AutoreDave Eggers

Giudizio: ***

Non serve girare intorno alle cose quando le cose girano intorno a te, sarebbe solo un inutile diversivo, oppure il modo di andare oltre il punto raggiunto, rotolando.
Due uomini si trovano nella condizione straordinaria di dare speranza ad un popolo intero asfaltando una strada che unirà nord e sud dopo una terribile guerra civile. Il tutto in una dozzina di giorni, secondo precisi protocolli comportamentali e regolamenti, compreso quello di non conoscere il nome l'uno dell'altro. Per l'azienda appare sufficiente che uno sia un numero per l'altro e viceversa. 4 il più anziano e 9 il più giovane.
Potrebbe sembrare la simbologia dell'uomo annullato e diventato numero, se non fosse che le propensioni individuali restano ed appartengono anche agli esseri umani identificati con numeri. Il più anziano è preciso, puntuale, pianificatore, diretto e prossimo alla paranoia per quanto pensa se sia giusto o sbagliato fare o non fare una cosa. Il più giovane è incline ad esplorare l'imponderabile che riguarda ogni relazione umana. La relazione umana per lui è sempre giusta, quindi frequenta indigeni nonostante questo sia formalmente vietato. È avventato, incosciente, gioioso, a modo suo è generoso. Per il più vecchio è tutta una follia, ma forse non sempre, forse non del tutto, almeno quando 4 si infila le cuffie e fa partire il suo nastro che gli tiene compagnia.
Sarà un'epica corsa, per il bene di un popolo affamato, sfiancato, malato, amico. Fino alla fine, fino a che sarà possibile crederlo, mentre si ritorna a casa quando tutto finisce sulla nuova strada immacolata. 

Un antidoto contro la solitudine

Interviste e conversazioni con David Foster Wallace

È questione di un clic che scatta mentre leggi. Con alcuni autori succede raramente, con altri autori succede con più frequenza. L'antidoto è un semplice artificio letterario, siamo tutti soli perché nessuno può sapere cosa ci frulla in testa. E quello che ci frulla in testa non sempre è gradevole, a volte è vergognoso o deprimente, a volte semplicemente sciocco o stupido, a volte irritante o pretenzioso. In tutti i casi quando c'è di mezzo il genio la cosa diventa quanto meno conturbante. Ti avvolgi nella tua "normalità" e scopri che "cavolo, ma questo è successo anche a me" eppure non ti senti un genio perché forse non lo sei o forse, più semplicemente, non lo sai.
Una carrellata di interviste e di vita di una persona che diventa "famosetta" senza comprendere il perché, lui che si sente impreparato ed inadatto allo "star system", seppure in tono minore, alle interviste e per nulla interessante nella sua essenza di uomo comune. Scrivere è intrattenimento e cerca di farlo al meglio che può, ma la TV, quella TV ti dà le cose facili e senza fatica, mentre nella sua scrittura c'è il difficile, c'è il clic che lui ritrova in altri autori e che non sa se può scattare anche con ciò che scrive lui.
Eppure non è così, anche quando può apparire cervellotico propone vie di uscita all'altezza della situazione (mi sono liberato della TV perché dovevo scrivere e con una TV in casa sarei stato troppo distratto). Una disciplina da marines lo sorregge e lo porta a "cazzeggiare" con la non fiction che gli dà da mangiare (ma io non sono un giornalista, mi hanno detto di guardarmi intorno ed io l'ho fatto), mentre sta scrivendo una mastodontica "Bibbia" dove scrive di dipendenze, di consumismo, di affetto, di passione, di ricerca dell'arte, di voler essere senza riuscire, di vita, di morte e di ironia, troppo spesso crudele, forse metafiction, accidenti a lui. 

Dannazione

AutoreChuck Palahniuk

Giudizio: ***

Questa è una fiaba che racconta di un ultraterreno inferno in cui si trova, suo malgrado, una tredicenne grassottella e dalla vita irreprensibile, ma uccisa da una overdose di marjuana. Una vita agiata e ricca, piena di esempi, e controesempi, di comportamenti politicamente corretti e scorretti adottati da amici e soprattutto dai genitori. Questi ultimi, straricchi, le hanno dato tutto il possibile senza darle il necessario perché più impegnati nelle loro vite che nella sua vita. Ma è troppo tardi e la sua morte, inaspettata per una ragazzina che si è sempre sottratta alla chimica proposta dalla madre, sarà la fine ed una nuova opportunità.

Un inferno letteralmente infernale, pieno di liquami, odori e sofferenze, eppure si scopre che l'aldilà può comunicare con l'aldiqua attraverso quanto di più peccaminoso si possa immaginare. Ma Madison, la protagonista, per sorte o per coraggio riesce a costruirsi un futuro là dove c'è solo la dannazione eterna. E sappiate che per andare a tenere compagnia a Madison non è necessario essere Hitler o Gengis Khan, basta molto meno, riteniamoci tutti avvertiti. 

Impeccabili i tentativi di dialogo che Madison cerca di instaurare con Satana in persona e malvagità ad ogni capitolo. Dialoghi sempre inevasi, ma giustificati poi, dopo, in un'altra vita e non quella della reincarnazione tanto cara ai genitori. Madison si trova a guidare una piccola gang di ragazzini che possono fare all'inferno quello che non sono riusciti a fare in vita. Una fiaba dei buoni sentimenti, avvolta nell'ineludibilità della morte: è un etto e dieci grammi, lascio? Quel che non ammazza, ingrassa.

"B" come birra

AutoreTom Robbins

Giudizio: ***

C'è un modo per affrontare la vita con allegria e spensieratezza e filosofia e saggezza, quel modo è possibile con una birra. Ma se la birra diventa il modo per non affrontare la vita, se diventa una dipendenza, se l'abuso frastorna e stranisce allora la birra va accantonata. Per questo i bambini non possono bere la birra perché hanno tanta curiosità, tanto coraggio e tanto amore.

Questa è una favola per adulti ancora bambini e bambini più adulti di quello che si potrebbe pensare. Per certo se uno di questi confessasse al pediatra di aver bevuto birra, il pediatra lo guarderebbe allarmato, anche se fosse irlandese.

Il racconto ci porta vicinissimi al Mistero guidati da un'accompagnatrice speciale, la fata della birra, che deve avere un conto sospeso con gli elfi dello zucchero. Ma il Mistero non si raggiunge, se lo si raggiungesse sarebbe immediatamente dimenticato, come la fessura attraverso la quale abbiamo avuto accesso al mondo da un'altra prospettiva. Quella che ti fa vedere quello che non sai.
In fondo la birra è vita, la birra è cultura, la birra è fantasia e da bambino lo puoi capire anche da sobrio, mentre da adulto per tutto questo è necessario essere un po' alticci. Quel tanto che basta per essere coraggiosi ed allegri per la birra e per la vita, come un bambino.

Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

È colpa nostra, oppure è colpa di Facebook? Ma poi qual è l'accusa precisa? Il mondo oggi è diverso, ma è anche migliore? Sì e no. Sì o no?

I social media hanno ampliato la quantità e la velocità di diffusione di
  • informazione (domani si sposa mia cugina),
  • cattiva informazione (hanno rimandato il matrimonio),
  • pettegolezzo (hanno rimandato il matrimonio perché lei lo ha visto con un'altra, ora si devono chiarire), ecc.
fino a che non subentra il "cuggino", che è l'archetipo della conoscenza da tempi immemori a Facebook, e si esibisce nello "spiegone": l'onore della famiglia è salvo. Questa forza dirompente nelle piazze reali e "chiuse" non esisteva, rimaneva circoscritta, ma la piazza digitale ed "aperta" tutto può.

E Socrate cosa c'entra? È il "cuggino" più grande che troppo spesso ignoriamo o dimentichiamo di avere come parente, seppure alla lontana. Lui "sapeva di non sapere", mentre per noi, che siamo ignoranti e stupidi, questa è cosa sconosciuta (tra le infinite altre). Su Facebook scriviamo quindi interminabili e volitivi contributi su tutto e su tutti a prescindere dalla nostra (in)capacità di discernimento sull'argomento trattato. Così è la vita, su Facebook, perché nella vita reale non ci impegneremmo mai a spiegare come smontare uno spinterogeno per ... ma cosa si fa con uno spinterogeno quando lo hai smontato? Che poi non so nemmeno come si apre il cofano della mia auto...
Una cosa è certa: se l'ignoranza e la stupidità sono colpe nostre, tutto il resto è colpa degli altri (maestra ha cominciato lui!). Noi "abbocchiamo" all'altrui esca.

L'autore racconta in modo scherzerio* le dinamiche che ci avvolgono quando frequentiamo Facebook. L'irrefrenabile voglia di contribuire perché "siamo liberi di farlo", l'inevitabile esternazione su argomenti che non conosciamo, la brama per il "mi piace" ricevuto, il dolce profumo del mostrare la nostra "arguzia", la nostra "sapienza" anche se i nostri lettori saranno sempre solo 25. Lo stesso numero di lettori di quel tale, dai... Giuseppe Manzoni! Ce lo avevo sulla punta dei polpastrelli! Il famosissimo scrittore dei due mondi e dei due rami del lago di Como in sul calar del sole! Sarà mica stato bipolare?
Quei 25 lettori sono i nostri parenti ed amici, alcuni solo presunti amici dall'algoritmo di Facebook: lo "pensa" perché ci siamo scambiati "commenti" o "mi piace" in modo compulsivo. È l'intelligenza artificiale, baby, devo scrivere qualcosa in proposito, l'argomento "acchiappa". Ed a proposito ognuno di noi può difendere anche gli altri iniziando a difendere noi da noi stessi.

Come in ogni manuale di "sopravvivenza" l'autore ci propone un illuminante decalogo. Infatti pare che se non fosse un decalogo i lettori non lo comprenderebbero come consiglio articolato volto a darci sollievo, suggerimenti ed aiuto: l'ho letto su Facebook... o me lo ha detto mio "cuggino"? Sono consigli semplici, chi li leggerà potrebbe pensare a pratiche di buon senso, se non fosse che, quando ci troviamo su Facebook, anche il morigerato buon senso sfugge da noi. Io so che Socrate non userebbe Facebook, che diamine!, non ha scritto una sola parola in vita sua!
Infine non vi sarà indifferente che ho scritto di istruzioni filosofiche per non restare intrappolati da Facebook anche su Facebook. Sono stupido ed ignorante, come tutti voi (cit.), e questo dimostra quanto ci serva avere riferimenti che non hanno conosciuto Facebook per non restarne intrappolati.

*Ehi, non cercatela sul vocabolario online e non assumete che sia un errore sfuggito al correttore ortografico, che nel mio caso fa un ottimo lavoro, perché si tratta semplicemente di un'invenzione del momento: scherzoso + serio. Ognuno mostra la stupidità che si può permettere. Ora tutti fuori per un'apericena! 

Oziosofia

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

Se è vero che siamo detentori e padroni del nostro destino allora è vero anche che l'ozio potrebbe appartenerci, se solo lo volessimo. L'ozio che produce felicità e non l'ozio svagato pieno di soli vuoti. Quanto è bello svegliarsi e sapere che puoi goderti 10 minuti nel tepore del tuo letto perché questo ti rende felice? Oppure trovare momenti da trascorrere nel fare quello che ti piace?
L'ozio è definito padre di tutti i vizi e nulla impedisce che sia un buon padre di famiglia. Il culto del lavoro ha rubato libertà ai lavoratori dipendenti ed arricchito in modo spropositato chi può comprare il lavoro altrui. E se c'è chi lavora tanto, al contempo c'è anche chi è disoccupato.
Esiste una grande differenza tra lavorare per vivere e vivere per lavorare, l'inversione degli addendi muta il risultato ed il significato che, nel secondo caso, porta alla schiavitù del lavoro gratuito e senza orario: mandare e-mail a mezzanotte serve per mettersi avanti su cose che avresti potuto e dovuto fare l'indomani. Ma perché lo hai fatto?
In parte perché nella precarietà nasce la paura di perdere il posto di lavoro e l'impossibilità di potersi concedere il riposo per paura di non essere capace di mantenersi (da cui lavorare da casa nelle ore di riposo). In parte perché il lavoro è tanto è però lo devi sbrigare tu da solo. In parte perché questo comportamento tutti se lo aspettano, chiamiamolo eccesso di zelo.
I più fortunati, e talentuosi, si trovano nella straordinaria conduzione per cui fanno un lavoro che a loro piace. Per questi non v'è limite al piacere di poter lavorare anche 12 ore al giorno. Ma sono la minoranza e per la maggior parte di noi non è così.

Una lettura leggera, giocata tra le aspirazioni e contraddizioni contemporanee ed il pensiero di padri nobili della "teoria dell'ozio" come condizione dell'umano e non condizione del reietto dalla società da emarginare. La pigrizia può condurre alla felicità quando è una scelta libera e consapevole. Ed in tutto questo possono essere di aiuto la playlist e la bibliografia essenziale proposte in appendice ed espressamente dedicate al pigro. Buona lettura oziosa a tutti.

Filosofi all'Inferno. Il lato oscuro della saggezza

AutoreStefano Scrima

Giudizio: **

Nessun essere è immune dall'avere un lato oscuro. Qui, però, non si cita Erich Fromm, ma solo le ombre postume dell'essere illuminato: lo seguono e lo collocano all'Inferno, proprio in ragione della luce emanata. Così i più saggi tra i saggi non sono immuni ed ogni loro parola può essere utilizzata per alimentare la luce e vedere meglio l'ombra. L'espediente letterario è un viaggio agli inferi che i contemporanei chiamerebbero 2.0 (il termine "remake" è abusato ed è diventato il lato oscuro di qualsiasi commercio) percorso dalla rodata coppia Dante e Virgilio. Per loro gli interlocutori saranno filosofi: un Platone "mangia pallone" che nel torneo di calcetto non passa mai la palla lasciando cadere Aristotele in una noia mortale, un esile ed indifeso Leopardi mal sopportato da un veemente Schopenhauer che odia le vecchiette, un litigio furibondo tra il puntuale Kant ed il prolisso (ed oscuro) Hegel, un gelato marxista che non può esistere nel caldo dell'inferno, un italiano che abiura la propria opera di verità, Galileo, ed un altro italiano, Giordano Bruno, che, al contrario, muore per le proprie idee letali e addirittura il santo Agostino, punito in eterno per il furto di due pere: anche il pensiero più lindo nasconde l'azione più "peccaminosa".
Il viaggio all'Inferno non è proprio un viaggio, semmai una breve passeggiata che racconta di qualche incontro con filosofi, molti sconosciuti a Dante, e dei quali il poeta non comprende il peccato e addirittura le ragioni, che all'Inferno sono sempre torti. I filosofi stessi non capiscono il motivo della punizione inferta loro da un Dio che, per alcuni, non poteva esistere e, per altri, era a guida del loro stesso pensiero. Questo poco importa, Dio aveva già scelto che tutti i malpensanti, come i filosofi, dovessero scontare le colpe dei loro pensieri ed azioni all'Inferno.
Libretto esile per dimensione e contenuti, ma che tradisce l'inconsistenza di un supplizio fisico prodotto da peccati di pensiero. In fondo Lutero volle la Bibbia in tedesco perché tutti potessero leggere ed imparare e per questo l'Inferno lo accoglie.

Il matrimonio di mio fratello

AutoreEnrico Brizzi

Giudizio: ***

Nella vita ci sono eroi e testimoni. I primi sono ammirati, compresi e raccontati dai secondi anche quando gli eroi non sono positivi come la famiglia, la società, il buon senso comune richiederebbero. Gli eroi aprono la strada, battono nuove vie per le quali il destino non è certo, ma è condizione per produrre una luce propria. I testimoni non lo fanno, seguono strade preconfezionate, a volte frustranti. Restano nell'ombra che non li brucia ed affrontano vie sicure ché di eroi ne bastano pochi, di eroi ne basta uno.
Questa non è la storia di un matrimonio, almeno non solo. È la storia di una famiglia borghese e felice e normale, che tiene in pancia un segreto remoto, che frequenta la "società bene" per opportunità sociale, che ha valori saldi, ma fortemente scossi da quanto accade intorno a loro. È la storia di una rivoluzione familiare. È la storia di un invecchiamento sereno e tanto più inaspettato alla luce dei fatti e di un invecchiamento burbero e comprensibile alla luce degli stessi fatti. È la storia di tre figli due che diventano uomini, una che diventa donna, diversi, ma fratelli. È la storia di amori adolescenziali, fugaci e rapaci, di amori adulti e più stringenti, di non-amori frustranti e di amori adolescenziali fuori età massima, a tempo scaduto. È una storia di orgoglio, schietto amor proprio, necessario nella vita di eroi e di testimoni. È una storia di amicizia fraterna dove sembra che solo questa esista e che il resto sia solo apparenza. È la storia della famiglia che ti opprime prima, che ti libera poi e che ti cura sempre. E tutto poi si ripete come il solo testimone può raccontare ché l'eroe non sarebbe in grado di individuare i capisaldi della luce e dell'ombra.

Il macellaio

AutoreSandor Marai

Giudizio: ***

La natura umana è un'individualità anche se collettivizzata o massificata.

Otto, un ragazzo tedesco, scopre la sua passione, come il padre prima di lui ed il nonno prima ancora. Passioni molto lontane, ma oneste, necessarie. La sua sta nel perseguire, con azioni di gioco tra bambini e con pervicacia da adulto, la folgorazione vissuta da ragazzino quando, in giro per i terreni del nonno, vide la macellazione di un animale. Non raccapriccio, ma sublimazione di ciò che serve fare, ciò che si deve fare, ciò che lui vuole fare. Incompreso dal padre, ma forse predestinato dallo spettacolo circense che i genitori videro la notte del suo concepimento.

Poi la guerra, l'indomita volontà, nonostante momenti per lui inspiegabili di paura, di servire il Kaiser come meglio non avrebbe potuto. E lo fa in modo preciso e per questo promosso e decorato sul campo. Il campo della sconfitta di una nazione.

Infine il riflusso. La fine della guerra. Sconfitto in armi per la nazione, sconfitto in pace per la sua vita. Un destino che lo sacrificherà alle sue mani di macellaio, "macellato" come solo un macellaio sa, può e deve fare.

Serotonina

AutoreMichel Houellebecq 

Giudizio: ***

La vita è un costo vivo che si paga in rassegnazione e rimpianto, passando dalla depressione per arrivare fino alla fine, qualunque essa sarà.
L'esperienza dei genitori, rimproverati dal protagonista per il nome che gli hanno dato, senza null'altro da poter rimproverare loro, se non averlo fatto sentire quasi estraneo al loro rapporto. Non un componente titolare della famiglia, ma un aggregato alla coppia. Una coppia segnata dall'essere compiuta, fino a che la morte non li separerà. Il figlio segnato dall'impossibile congiunzione con quella coppia e forse dall'impossibilità di concepire sé stesso come parte di una coppia.
È il racconto di un'esistenza fatta di storie e memorie macilente, trascinate, tragiche, desolanti, aberranti, schifose. Ricordi e rimpianti. Dolore e rassegnazione. Una vita insignificante vissuta nell'apatia delle delusioni professionali, che non potevano che essere tali, e relazioni sentimentali prive di sentimenti. È solo meccanica del sesso è solo attrazione e respingimento: le relazioni tra uomo e donna sono inconciliabili perché uomo e donna hanno una visione diversa dell'amore. Per questo non si comprenderanno mai.
Il racconto inizia nel momento in cui finisce la relazione con una ragazza giapponese di vent'anni più giovane del protagonista. Una storia che finisce nel momento in cui la sua depressione sta salendo in modo incontrollabile. Ed i ricordi ed i rimpianti diventano sempre più dolorosi. La scelta della sparizione al mondo è la morte virtuale, ma non si può sparire ai propri ricordi, non si può sparire a sé stesso per continuare a sperare. Una speranza inutile, illusoria, frustrante. Impossibile recuperare gli unici cinque anni di vera felicità che ricorda. Fu un impenitente libertino che ha gettato l'opportunità del grande amore ed ora, a quarantasei anni, deve vivere con farmaci antidepressivi senza essere cambiato, perché rifarebbe le stesse cose, ancora una volta, per sempre.
Non si sente colpevole di nulla, si sente solo depresso.

Proletkult

AutoreWu Ming

Giudizio: ****

La scienza asservita alla fantasia del benessere collettivizzato, la filosofia piegata al bene superiore della dittatura del proletariato, la rivoluzione come strada per trovare in modo collettivo altre strade. Contraddizioni e riconferme che gravitano sull'umanità terrestre ed extraterrestre.
Il socialismo compiuto da tempo in un altro mondo dove si discute della via da percorrere per sopravvivere al mondo in cui stanno finendo le risorse nonostante il socialismo compiuto. Un socialismo terrestre epico, ma incompiuto. Tradito dall'organizzazione bolscevica ortodossa che vuole dire al popolo ciò che è giusto e tacere ciò che più generare dissidio, ma senza fornire gli strumenti della cultura necessaria al popolo per cambiare in meglio. Una rivoluzione che predica una religione laica e dogmatica.
Al tempo stesso l'opera dell'eretico, che ha perso tutte le rivoluzioni: la rivoluzione del 1905 e la rivoluzione culturale che avrebbe dovuto affiancare la rivoluzione del 1917. È portatore di una filosofia ritenuta idealista (reazionaria) al confronto del vero marxismo e, abbandonato il palcoscenico politico, si è richiuso su sé stesso e sulla scienza collettiva. Si chiama Bogdanov e deve ricostruire e confrontarsi con il suo passato per aiutare una ragazza che viene da lontano, che viene dal suo passato e dalla fantasia (realtà?) di un vecchio compagno perso di vista tanto tempo prima.
Una partita a scacchi va condotta prefigurandosi la visione del fuoco che scoppia tra le linee nemiche grazie al modo in cui si muovono i pezzi sulla scacchiera per giungere alla vittoria. Cogliere incertezze, presunzioni, arroganze. Ma è vero anche il contrario, anche l'avversario potrebbe vedere lo stesso fuoco tra le tue linee. I nodi cruciali della partita possono portare alla disfatta, o alla vittoria, qualora il nemico faccia la scelta giusta. Vittoria che, se tradita, perde il valore. C'è altro oltre il cielo che vediamo o che immaginiamo nelle nostre fantasie, nei nostri sogni.

Vite brevi di tennisti eminenti

AutoreMatteo Codignola

Giudizio: ****

Il tennis ti si appiccica addosso, non riesci a liberartene e non è mai abbastanza. Mai. In questo libro si accede ad una lettura incantata, ma abbastanza distante da poter vedere dentro quello che è il tennis, quello che sono i tennisti: una passione, un disturbo, non mortale, che crea dipendenza e che non finisce mai.
Il tennis, scambiato per uno "sport per signorine", è praticato da persone, uomini e donne, dure, affamate, perfino crudeli. È grazia e forza, è astuzia e coraggio, è cocciutaggine ed avventatezza, è tradizione e sovversione. Il rovescio è un colpo ammesso? Il regolamento non lo menziona. Il muro è un luogo segreto con il quale puoi confrontarti, da pari a pari. Il campo viene disegnato da colpi perfettibili e nei taccuini puoi trovare gli appunti. Il tennis è lo spettacolo interpretato da attori che recitano a tema, oppure che improvvisano in funzione dell'avversario.
Storie di tennis, e di vita, minimali di eminenti protagonisti di un gioco grande. Il tracciato è scandito da foto d'epoca, sempre pertinenti e sempre troppo "strette" perché la didascalia la rappresenti in modo compiuto. Serve allargare l'orizzonte perché il campo da tennis è un mondo.

Considera l'aragosta

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ***

DFW è uno scrittore statunitense che girovaga per il suo vasto paese e ne osserva fatti e persone, ovvero la natura della nazione. Il libro contiene ciò che accade tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni '00 e non è mera cronaca, è inchiesta sociale.
Non potrebbe essere altrimenti parlare della tragedia delle torri gemelle di New York, vista dal salotto di una vecchia signora, e rammaricandosi di non avere una bandiera a stelle e strisce adeguata da porre all'ingresso della propria abitazione.
Come scoprirsi sinceramente colpito ed ammirato dall'ingombrante figura politica di McCain candidato Repubblicano alla presidenza degli USA. Eroe della guerra in Vietnam, prigioniero per anni e sincero patriota nel bene e nel male. E poi scoprirsi vittima di sé stesso, e delle autobiografie dei tennisti, quando acquista, e contemporaneamente si detesta, il libro di Tracy Austin. Splendida tennista, ma inadeguata a scrivere alcunché sulla vita, anche della sua.
Non deve quindi sorprendere la partecipazione di DFW all'Oscar del porno o l'attenta analisi dei comportamenti abnormi, e per questo sanzionati, di un conduttore di una talk radio che però garantisce ascolti e quindi pubblicità.
In tutto questo luccichio delle luci americane DFW ritaglia passaggi apparentemente avulsi come scrivere di Kafka, oppure del narcisista Updike, oppure del miglior biografo statunitense di Dostoevskij la cui immane opera apre agli americani la possibilità di conoscere l'inconcepibile: uno scrittore russo del diciannovesimo secolo. Ma anche recensire un manuale delle regole di scrittura inglese per americani, facendo un raffronto tra la scuola di pensiero dei prescrittivi e dei descrittivi. I primi incidono le regole nel marmo ed i secondi sanciscono l'evoluzione della lingua per come la conosciamo e per erosione del marmo. Gli uni vincono se gli altri perdono e viceversa.
In tutto questo si trova il pezzo che dà il titolo al libro con le valutazioni sulla mastodontica fiera (sagra di paese?) nella quale si mangiano aragoste senza tralasciare le implicazioni etiche, morali, biologiche e funzionali sul fatto che queste povere bestiole, per dare ai palati umani gusti comunque discutibili, vengano gettate nell'acqua bollente quando sono ancora vive.
Con questo libro DFW descrive l'America che vede, che vive e che, in alcuni casi, detesta e noi tutti ne possiamo apprezzare limiti e contraddizioni. 

Il condominio

AutoreJames Graham Ballard

Giudizio: ***

"Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell'immenso condominio nei tre mesi precedenti.
[...]
Laing guardò il grattacielo vicino a quattrocento metri di distanza. C'era un temporaneo guasto all'impianto elettrico e al settimo piano tutte le luci erano spente. Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo."

Il virgolettato è incipit e conclusione del romanzo, il principio che è anche il finale, letteralmente, del nuovo mondo.
Il condominio è una società in miniatura, non troppo complessa, ma abbastanza da affrontare i momenti di crisi come una comunità stratificata in classi sociali. I blackout ai piani bassi sono il primo evento destabilizzante, a cui seguono gli ascensori che si bloccano, l'aria condizionata che smette di funzionare, gli scivoli che dovrebbero garantire lo smaltimento dei rifiuti che si inceppano. Non c'è un momento preciso, c'è però una pregiudiziale responsabilità che ogni piano trasferisce sugli altri piani e quindi sulle altre classi sociali.
I 'poveri' dei piani bassi hanno bambini, rumorosi, i 'ricchi' dei piani alti hanno animali, che sporcano. Questa elementare distinzione contribuirà ad innescare progressivi stati individuali che vanno dalla rassegnazione al sogno di scalata sociale per godere dei privilegi dei piani alti che operano a difesa dello status da loro rappresentato. 
Fino ad un finale che lascia presupporre che ogni società punta a perpetuare sé stessa come modello anche se modello non può essere.

Il dono di saper vivere

AutoreTommaso Pincio

Giudizio: ***

C'è un romanzo innestato in una vita di finzione innestata in un romanzo di vita vera, o verosimile. Il primo (il romanzo) e la seconda (la vita vera o verosimile) sono incompiuti se prendiamo a riferimento il canone del saper vivere. Questo colloca i protagonisti fuori dall'ordinario eppure non li rende straordinari. Restano incomuni esseri comuni.
Il canone, definito scientemente, ha capisaldi anche là dove potrebbe esserci estro, passione, emozione fuori dall'ordinario che si riducono a normalità o, peggio, a marginalità. Così il mercante d'arte è un venditore di telefax che deve liberarsi dai sogni di gloria, dai sogni di ambizioni d'arte. È un personaggio che si "arrangia", come meglio può, vendendo il futurismo dell'invio della lettera smaterializzata attraverso il cavo telefonico per essere ricomposta e recapitata a destinazione, ma solo se ci sarà un telefax omologo ad attenderla. In assenza del ricevitore la lettera, ed il contenuto, saranno perduti irrimediabilmente. Come un libro inesistente, come un rumore di sottofondo in una sala giochi dove solo nel sentirsi osservati si coglie l'essenza o l'assenza della vita, di quella vita che in fondo è solo recita, finzione.
Eppure è anche un personaggio che crea suggestioni su una vita passata, avventurosa e romanzesca di cui si sa poco più del minimo necessario, se non che si stanno calpestando i luoghi degli accadimenti e la maestria ed i suoi esiti attraverso tutta l'opera. Prima osteggiata, poi dimenticata, infine riscoperta e valorizzata dalla moda. È più moda che arte.
In tutti i casi la maestria è controversa, moderna nel passato e seconda a schemi assenti del saper vivere. Manca il dono anche se c'è il dono, ma non è il saper vivere, è uno specchio, è un'elsa, è un pennello, è esprimere un mondo che ha il dono del saper vivere come nessuno prima.

Utopie mascherate - da Rousseau a Hunger Games

a cura di Emiliano Ilardi, Annamaria Loche, Martina Marras

Giudizio: ***

Scorrendo il vocabolario Treccani online, fonte asperrima di ipotesi di cura per ignoranze recuperabili, per la parola "utopia" si trova il seguente approccio etimologico "dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro 'Libellus ... de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia' (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]". Da cui si coglie la suggestione secondo la quale si sta parlando di fantasia, di sogno irrealizzabile: state sereni, è tutto finto, è l'isola che non c'è.
Soprattutto in ambito politico e sociale i media utilizzano il termine "utopia" per descrivere una bella idea, ma irrealizzabile. Non irrealizzata, proprio impossibile da vedere, solo disponibile per l'immaginazione. Ed il sentimento comune porta a ricontrattare il peso ed il significato rivoluzionario delle parole simbolo "libertà, fraternità, uguaglianza" proiettate dall'illuminismo nella vita reale come disponibilità concrete. L'illuminismo, che non è stato all'altezza delle aspettative, si fa portatore di un'utopia inconciliabile con la realtà e con i nostri stili di vita. È stato bello crederci, ma facciamocene una ragione, non sono realizzabili. Punto.
In questa agile raccolta di testi, già dal titolo, si coglie il mascheramento. Già in premessa si enuncia la troppo spesso trascurata coesistenza di utopia (bella) con distopia (brutta). Si assume che la prima possa essere in qualche modo "corrotta" realizzandosi attraverso la seconda (il bello che diventa brutto). Gli scritti presenti in questa raccolta descrivono elementi caratteristici delle une e delle altre. Per esempio il fatto che l'utopia, e quindi la distopia, sono assai antiche nonostante il primo termine sia stato coniato da Tommaso Moro (Thomas More, nel testo, che sanificata la cattiva abitudine di italianizzare i nomi) solo nell'epoca moderna.
Se all'inizio l'utopia ha una valenza politica e sociale negli ultimi 20 anni si mostra che di utopie e distopie non trattano più filosofi, politologi, sociologi, romanzieri, ma tecnologi e scienziati. La tecnologia e la scienza pare che siano portatori salvifici di idee future e saldamente ancorate al presente. In parte ogni utopia emerge da una speranza concreta ed ottimista per il futuro, un vincolo reale volto a compiere azioni "politiche" che conducano in un mondo migliore. Una speranza. Allo stesso modo la distopia parte da una paura e non da una speranza: la paura che le azioni concrete e le aspirazioni dell'umanità vengano corrotte da eventi traumatici (guerre civili o tra potenze contrapposte, disastri ambientali, supremazia delle tecnologie) che conducano l'umanità a raggiungere più miti approdi in nome della "pace". La qualcosa dovrebbe essere apprezzabile, ma la pacificazione sarà il bene supremo per la quale si immola la libertà.
Negli scritti qui raccolti si trovano valutazioni ed analisi dei lavori di autori come Orwell, Huxley, Bradbury, come potrebbero mancare?, ma anche la produzione cosiddetta young-adult (Hunger Games, Divergent, The Giver) ed un assai, a me, meno noto impegno di femministe (il femminismo è utopia?) nella stesura di romanzi distopici che sovvertono le sacrosante aspettative della parità di genere. Incontriamo anche autori come Ballard ed Houllebecq, mentre solo marginalmente Dick e Palahniuk. Comunque tutti scaricano sul futuro le paure contemporanee per un futuro imperscrutabile dove l'ottimismo potrebbe mascherarsi: pensare il bello mentre il tempo volge al brutto.
Buona lettura di speranza e di paura.

Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo

AutoreAldous Huxley

Giudizio: ****

Il mondo nuovo 

È una favola, ma una favola vera, in potenza.
Una società soggetta al rigoroso controllo delle nascite, alla scientifica suddivisione dei ruoli basata sulla biologica programmazione. Tutti sanno esattamente cosa devono e possono fare. Lo faranno al meglio perché sono stati cresciuti e condizionati esattamente per questo. Il piacere che ognuno può ricevere e dare liberamente è conformato agli usi e costumi che tutti condividono. Se, nonostante tutto, qualcosa turbasse l'umano sentire c'è il soma, la sostanza che consente di fare sogni e viaggi senza che restino conseguenze ed alterazioni fisiche e che fa superare tutte le difficoltà. Ogni turbamento si può placare con una distrazione chimica.
Il mondo nuovo è un mondo pacificato, che prospera nella sua auto rigenerazione che include tutti coloro che sono programmati e collocati in una casella definita e definitiva: sono i "modelli" Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon. Ogni modello è programmato, scientificamente, per quanto deve garantire alla società e ad essa verrà garantita stabilità.
In questa società non c'è dolore nella morte, ma al tempo stesso non c'è piacere nell'amore. Morte ed amore genererebbero sentimenti destabilizzanti, esattamente come destabilizzanti sono l'arte e la scienza stessa. Per questo vengono nascoste, occultate con la propaganda e l'ipnopedia. Se sopraggiungesse la consapevolezza, questa deve essere estirpata con l'allontanamento del soggetto confinandolo in isole sperdute.
Questo mondo nuovo ha confini oltre i quali esistono territori selvaggi dove vivono popoli selvaggi. Questi sono bizzarri, fanno e dicono cose sconvenienti come praticare la monogamia e professare la credenza in dio. Vivono in famiglie, si innamorano, leggono Shakespeare, soffrono per la morte e, cosa più grave, non capiscono la civiltà e non ne vogliono fare parte, costi quello che costi.

Insieme a 1984 e La svastica sul sole, Il mondo nuovo è il romanzo distopico, o anti utopico, per antonomasia. A differenza del più famoso 1984 racconta di una dittatura "benevola" e pacificata che conduce al sonno della ragione e della passione per garantire stabilità e pace nella schiavitù dei singoli.


Il ritorno al mondo nuovo

Questo non è un romanzo, ma un saggio. Contiene alcune valutazioni dell'autore a posteriori, scritte ad una trentina di anni dalla stesura de Il mondo nuovo. Seppure il saggio venga scritto alla fine degli anni '50 è, per certi versi, ancora attuale. L'autore scrive di come alcune cose presenti ne Il mondo nuovo siano state e saranno decisamente più veloci di come le aveva immaginate e di come altre cose invece non le avesse nemmeno preconizzate. Riconoscendo in questa "cecità" un limite per il quale, però, non esiste un senso alcuno per riscrivere quanto scritto all'inizio degli anni '30. Nel saggio scrive di sovrappopolazione, di superorganizzazione, di propaganda nelle dittature e nelle democrazie, di lavaggio del cervello, di persuasione chimica e subconscia, di ipnopedia e di educazione alla libertà. Qualcosa si potrà fare per evitare la dittatura a cui tutti i segnali e l'esperienza di nazismo, fascismo, comunismo e propaganda sembrano condurci anche partendo da un ambito democratico?

Asimmetria

AutoreLisa Halliday

Giudizio: ***

Il romanzo è la somma di un incrocio di asimmetrie e si divide in tre parti:
  • dove una giovane donna frequenta e si innamora di un anziano scrittore,
  • dove un giovane americano, di origine irachena, si ritrova più americano e meno iracheno, o viceversa,
  • dove il vecchio e colto scrittore racconta della sua vita ad un programma radiofonico.
Nella prima parte l'asimmetria sta nella spropositata distanza di età tra i due protagonisti. È amore reciproco, o forse solo bisogno l'uno dell'altra e viceversa. Lei può dare la sua giovinezza, il suo altruismo, la sua ingenuità, lui può dare la sua esperienza, la sua cultura, la sua ricchezza, non spropositata, ma che aiuta.
Nella seconda parte l'asimmetria è tra l'occidente e l'oriente, non in termini culturali, ma come diversa percezione delle prospettive di vita. Il giovane americano, di origine irachena, ha un fratello maggiore che torna in Iraq e, come medico, opera nell'ospedale di Baghdad, colpita dalle bombe della guerra contro gli USA. Anche il protagonista torna in Iraq e si rende conto della difficoltà di raggiungere il fratello e della certezza di poter tornare negli Stati Uniti solo grazie al passaporto USA. Ma non solo: per un occidentale è ordinario programmare ed organizzare la vita dando per scontato il buon esito del programma, per un iracheno non è possibile nemmeno progettare il domani, letteralmente. Oggi ci sei, ma domani nessuno può saperlo.
La terza parte consiste in una divertente intervista ad una radio dell'anziano scrittore. Nel corso dell'intervista emerge l'asimmetria tra l'essere giovane e l'essere anziano. Le distanze tra ciò che si può avere da giovani (donne) e ciò che si può avere da anziani (la cultura per poter scegliere la musica che piaceva a tuo padre quando eri ragazzo e per la quale tu, a quell'epoca, non riuscivi a comprendere il motivo della passione del genitore). Con un grossolano tentativo illusorio nel cercare di far credere che in fondo si può essere ancora giovane.

Nelle asimmetrie sono nascoste posizioni di forza che non sono necessariamente ultimative: il vecchio scrittore ammalia la giovane che aspira a diventare scrittrice, ma la sua vecchiaia non lo pone in una posizione di forza. Il giovane americano riscopre la sua cultura d'origine come soggetta ad un predominio che gli ruba i ricordi di bambino che andava in Iraq a trovare nonna e zii. Lo scrittore gigioneggia con la giornalista radiofonica che rimanda al mittente l'illusione dell'eterno potere dell'uomo.
Ogni asimmetria ha un epilogo distinto e distante dove l'apparente posizione di forza può essere sovvertita come se in realtà non esistesse la posizione di forza.

Ipotesi di sconfitta

AutoreGiorgio Falco

Giudizio: ***

Sulla vicenda narrata aleggiano la categoria del giusto e dello sbagliato: sarebbe giusto, ma per me è sbagliato perché io cerco e desidero altro, è sbagliato, ma non posso fare altrimenti, per il momento. È così che il protagonista si trova schiacciato tra la vita del padre, integerrimo, lavoratore serio, coscienzioso e felice (per quanto possa essere felice chi si deve alzare tutte le mattine alle 3.30), e la sua vita colma di dubbi, ripensamenti, aspirazioni, accettazioni, che si trascina irrisolta anche per la mai nascosta aspirazione che appare marginale, perché resta svalutata da tutto il contesto.
Il protagonista, studente prima e lavoratore poi, è trasportato da flussi economici e di infelicità diffusa, che cozzano in lavoretti inappaganti in un momento storico che non dà più la risposta che trovò il padre. Sono tentativi che sbattono negli annunci di lavoro in cui si descrive l'ossimoro della ricerca del candidato giovane, ma con esperienza, ovvero del colloquio in cui sei troppo giovane per essere apprezzabile.
Per molti di coloro che sono nati tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 è la narrazione di un percorso esistenziale che separò l'impiego sicuro del genitore padre (molte madri erano casalinghe) dall'esistenza con un impiego incerto, mal pagato e marginale in una società profondamente mutata. L'impiego nel quale il lavoratore ogni giorno vive una condizione nella quale può pensare, con ragionevolezza, "ora faccio questo lavoro, ma poi troverò altro". In realtà quella condizione sedimenta e tiene il lavoratore ancorato in un cubicolo per vent'anni senza ipotizzare una via di uscita se non come una sconfitta.
La storia rappresenta uno spaccato algido, privo di una denuncia violenta se non quella di descrivere lo spaccato sociale che è la sconfitta. Un'idea di società che non trova più riscontri assertivi, ma solo l'ineludibile ripiegamento su sé stessa, e di ogni suo componente per ciò che gli compete, consapevole od inconsapevole che sia.

Madre notte

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ***

Essere dalla parte sbagliata, ma per una ragione giusta ed assumersi la responsabilità di tutto quello che è stato sbagliato, ma farlo per sfinimento e non per dare giustizia. Al di là dei complotti, che ci sono. Al di là dello spionaggio, che c'è. Al di là dei crimini di guerra, che sono noti, che sono evidenti. Al di là del vero e del falso questa è la vicenda di un americano, a Berlino per amore, nel corso della seconda guerra mondiale e della sua fuga a New York, ricercato da alcuni ed osannato da altri.

Vonnegut traccia le linee esistenziali di una persona cortese, gentile, ma sballottata dalla storia, dalla brutta storia, che ha contribuito in prima persona a realizzare. Vonnegut lo fa con una narrazione asciutta e priva di giudizi, ma relegando in un'apparente terra di nessuno il protagonista che si scopre conteso da ebrei, nazisti, russi e dalla sorella della moglie morta nel corso della guerra. Arriveranno anche gli americani, ma non sarà il settimo cavalleggeri.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

AutoreErich Maria Remarque 

Giudizio: ****

I vent'anni di una generazione, persa per la Patria che non può essere tale senza lo Stato, non si ritroveranno mai.
Il massacro della Grande Guerra è presente in ogni pagina di questo libro. È il massacro fisico, quello inevitabile in ogni guerra: vedere morire amici come fatto ordinario perché è la guerra. È il massacro dei sogni di giovani ventenni che, ancora, non sanno cosa sarà di loro. Ormai sono esperti di guerra, ma potranno dimenticare questo orrore e tornare alla normalità? È il massacro degli ideali, quegli ideali indotti dal potere costituito che ha consegnato una classe intera alla guerra. È il massacro dell'ordine costituito "formale" in un mondo "informale" fatto di paura, dolore, rabbia, indifferenza e sopravvivenza che non sta più nel saluto marziale, ma sta nel riconoscere il colpo che giunge dalle linee avversarie per agire di conseguenza e salvarsi.

Il rifiuto della guerra esce da ogni pagina come denuncia di una tragedia vista, ma invisibile. Si sopravvive per pura fortuna e si muore per pura sfortuna. Nulla ha più un senso e la fine del senso cancella lo Stato e trascina nel gorgo la Patria e tutti gli ideali che la fondano. L'indicibile non devi raccontarlo e devi fare da trincea al fronte con il nemico, ma anche per i borghesi compatrioti che non sanno e non vedono. Sei stato abbandonato, la Patria ti ha lasciato solo con i pochi camerati che sono soli come e con te.

Un libro bellissimo che non lascia spazio a mediazioni. Dovrebbe indurre l'umanità intera a bandire la guerra come soluzione dei "litigi" tra i pochi uomini, ma combattuti dai milioni di uomini che non hanno motivo per litigare tra loro. Questi diventano carne da macello, gli uni per gli altri, niente di nuovo sul fronte occidentale.

History

AutoreGiuseppe Genna

Giudizio: ***

La vita è contemporaneità. La triste figura, l'uomo nero, che ha percorso i tuoi pensieri da ragazzino, è contemporaneo. È sempre presente nei tuoi ricordi fanciulleschi e lo ritrovi in quello che racconta, solo a te, una ragazzina "sbagliata", una ragazzina "studiata", una ragazzina "aiutata", una ragazzina "picchiata".

L'aiuto, lo studio, stanno nell'interpretarla e nel raccontarla per la "macchina" ed alla "macchina" nel tecnopolo, avveniristico eppure anch'esso contemporaneo. Dalla contemporaneità non si scappa e se sei figlia amata e sorella odiata non c'è mente artificiale, non c'è interfaccia che possa salvarti dall'amore sbiadito e dall'odio funesto e funestato. L'artificiale replicherà quello che ha saputo, ed ha saputo tutto, e genererà una propria coscienza, un proprio spirito del tutto abnorme e difforme fino alla sparizione del corpo, fino allo svuotamento di ogni coscienza, alla fine dell'infinito. Nella pace totale.

Una lettura per me difficile che opera su diversi piani tra loro sghembi, irrisolti, irrisolvibili. Quanto l'oggi influenza il domani e quanto il domani ha già influenzato l'oggi, predeterminando se stesso. Quel futuro inarrivabile e scevro dalle umane sventure, ma solo se sei bravo perché se non lo sei tornerà la triste figura.

Il grande tiratore

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ***

Essere a Vienna, prima dello scoppio della Grande Guerra, e diventare amico di Adolf Hitler. Succede ad Otto Waltz, americano, pittore. È la comune propensione artistica che avvicina Otto ad Adolf. La politica ancora non c'entra, la politica verrà solo dopo e non sarà politica in senso stretto, ma manifestazione dell'amicizia e di apprezzamento. Infatti, sull'onda dell'entusiasmo di aver riallacciato i rapporti con Hitler, diventato Cancelliere della Germania, Otto si rende protagonista attivo della propaganda del nuovo ordine nazista negli Stati Uniti.
Vedere sventolare davanti ad una casa dell'Ohio una bandiera nazista con la svastica inizialmente lascia tutti i concittadini indifferenti, anzi incuriositi dalla novità. Ma il fato, prima, ed il carattere di Otto, poi, lo condurranno in disgrazia. È il figlio, narratore della storia, e protagonista che merita il titolo di Grande Tiratore a scatenare l'avvio del declino.
Storia bizzarra che intreccia l'orrore dell'ordine nazista con il candido protagonismo di Otto, il senso di colpa del secondo Genito per l'accaduto con un destino segnato, inevitabile, definitivo perché ogni azione ha conseguenze eterne con cui dovremo fare sempre i conti.

Alta fedeltà

AutoreNick Hornby

Giudizio: ****

Classificare rende esperti. Almeno puoi dimostrare la padronanza di quelle materie che conosci, o che credi di conoscere. Se tutto ruota intorno ad esperienze che ti appartengono e che domini, sei a cavallo, ma se qualcosa sfugge al tuo controllo sei fuori gioco. Perché, di per sé, il gioco è rassicurante: hai un'opinione su tutto ciò per cui vale la pena avere un'opinione e la puoi esprimere con i 5 capisaldi che caratterizzano l'argomento. Primo, secondo, terzo, quarto, quinto, ben definiti, ben posizionati e dopo di loro il diluvio.
Hai certezze con esempi, con elementi di paragone, ma tutto frana se l'opinione richiesta verte sulla vita vissuta. In questo caso la classifica diventa troppo difficile per essere stilata. Certo anche in questi ambiti una classifica puoi cercare di costruirla. Mettere al primo posto il più grande amore della tua vita non è negato a nessuno, ma i confini diventano più labili, più sottili, meno definiti.
La tua esperienza non resta racchiusa in un vinile sentito allo sfinimento perché ora riguarda te e non la puoi valutare da esterno. Le classifiche non servono a posizionare comportamenti buoni (amore) o sbagliati (le peggiori fregature). Tutto quello che serve è crescere, uscire dalle proprie frustrazioni e cercare di farlo dalla posizione numero uno. Non è sempre possibile e la vita lo insegna meglio di qualsiasi classifica, perché sarà diluvio, ma con qualche raggio di sole.

Superficie

AutoreDiego De Silva

Giudizio: ***

Flusso dell'incoscienza che raccoglie in 100 paginette la superficialità delle nostre coscienze. Frasi brevi si allacciano a concetti espressi nel comune dire o colti nel comune sentire. Qui trovano sistemazione, precisa e lapidaria. La banalità del vero sottoposta ad un'esplorazione con il telescopio e non ad una lente di ingrandimento. Perché tutto ci è lontano fino a quando non lo leggiamo e lo scopriamo più vicino. Pensare "questo è proprio vero" è la sorpresa a cui ti espone questa esplorazione, è proprio vero.
Lo scibile dell'umano trovato nell'inumana individualità che diventa collettiva, ma non umana. Si nominano Baudelaire, Pasolini, i Teletubbies, Kant, Hegel, il Grande Fratello, X Factor, Kiarostami, De Filippo, Finardi, Dalla, Dylan, nomi che si conoscono, tutti li conoscono. Però, in realtà, non serve conoscerli, è sufficiente nominarli ed incasellarli nello spazio esatto sulla superficie a nostra disposizione. E questo potrebbe significare che c'è un profondo, ma interessa meno della superficie. Perché io non guardo i Teletubbies, ma di Kant le so tutte! Tu cosa ne sai?
Si legge il "nulla" convenendo che è il "grande nulla". Scale che salgono e scendono restando allo stesso piano: la superficie che ci piace perlustrare definendone i confini fino a quando sarà possibile nella data cornice. Orientarsi sulla superficie appare divertente, certamente più rassicurante rispetto al conoscere chi e cosa si nomina. Escher sarebbe stato perfetto, ma non trova spazio in questa superficie ed io lo colloco nella mia, in un'altra cornice.

La cerimonia del massaggio

AutoreAlan Bennet

Giudizio: ***

Per qualcuno è in corso un inconsapevole esame, per qualcuno è un momento di sincera tristezza, per qualcuno è l'occasione per intrufolarsi nel buffet che seguirà la cerimonia, ma per quasi tutti è preoccupazione di cosa potrebbe essere dopo. Certamente è un funerale, momento di tristezza, ma anche luogo dove le fame dei presenti si attorcigliano in una contesto stravolto dalla cerimonia che vedrà esibirsi un soprano ed un sax. Rituale coraggioso, lo impone il defunto che, seppellito altrove, appare presente come se fosse ancora in vita. È nei pensieri di tutti.
Questa presenza sta nel punto di vista dell'eterogeneo pubblico: la famosa pop star, la giornalista, la scrittrice ed il suo editore, l'alto funzionario della banca centrale, il dirigente ministeriale, il parroco ed i concelebranti.
Il morto conosceva persone famose e non che manipolava quotidianamente. Nella navata della chiesa tutte queste persone sono sorprese che amiche ed amici lo conoscessero. Anche tu lo conoscevi? Che fosse una spalla o fosse il calore emanato dal tocco del morto tutte hanno tratto beneficio dal massaggiatore. Un dono, prezioso, che ora diventa un fardello pesante per i sopravvissuti.
Tutto scorre nella squisita conquista della consapevolezza comune di chi era il massaggiatore. Gli animi affrontano alti e bassi, paure e sollievi. L'umanità che si aggrappa alla speranze, applaude con sollievo alle certezze rassicuranti e poi vanifica tutto alla prima occasione, come solo l'umanità sa fare. Poi batté l'ora.

Racconti di Padre Brown

AutoreGilbert Keith Chesterton

Giudizio: ****

L'arrivo dell'inatteso è sempre il finale convincente, è il finale esatto che esclude tutte le altre possibili soluzioni. Al di là delle impressioni o dei ragionamenti sull'impossibilità che quanto si vede, e non vede, possa essere. E non è un colpo di scena, ma il palesarsi della natura umana.
Il prete, attento e meticoloso nel cogliere tutti gli indizi, riesce anche a leggere l'animo umano in quanto essere umano: è questo che fa la differenza. Che sia furto od omicidio l'artefice che ha ordito il delitto è un uomo ed in quanto tale può essere compreso solo da un altro uomo.
Il movente viene prima di ogni altra cosa ed interpretare il perché di un accadimento viene prima del come quella cosa è accaduta, per quanto incredibile essa possa apparire. Una ragione terrena oltrepassa le mere valutazioni sulle apparenze che porterebbero all'ultraterreno. C'è sempre quel tanto di maligno che basta e che risiede in ogni essere umano. Il bene ed il male sono cosa umana e non divina.
L'inganno è nell'umano, la cui natura è debole ed egoista, incantatrice e bugiarda. La soluzione sta nel contemplare questa natura per comprendere le motivazioni del delitto. La ricostruzione degli indizi ricomporranno alla fine il mosaico del come l'apparentemente impossibile sia potuto accadere. Eppure questo resterà secondario, sarà l'esercizio di stile che condurrà a sintesi la natura umana. In fondo anche un malfattore può essere redento e divenire utile alla lotta del bene contro il male, come un omicidio può emergere anche in assenza del cadavere: tutto molto umano.

Nota a margine: a 11/12 anni lessi alcuni racconti di padre Brown. Nella scheda di lettura, preparata per la professoressa di lettere, certamente indicai come genere "giallo/poliziesco". Ad oltre 9 lustri di distanza capisco che avrei potuto indicare in modo più preciso il genere "introspezione psicologica" che mai utilizzai per catalogare le mie letture alle scuole medie.

Come ho conosciuto la Cecoslovacchia che non esiste e che forse non è mai esistita

Note sulle vicinanze nell'inesistenza

Ricordo che un giorno la maestra ci parlò della Cecoslovacchia. Non ricordo in quale contesto si inserì questo racconto, ma ricordo con ragionevole precisione due punti: la primavera di Praga e che i cecoslovacchi leggevano, sempre. Che il racconto fosse inserito in una lezione di storia, di geografia, o fosse un invito alla lettura poco importa.
La primavera di Praga non ci venne presentata affermando le condizioni geopolitiche, che a 9 anni non avremmo capito, ma raccontando un aneddoto della ribellione contro l'ordine costituito e le romanzesche conseguenze. La maestra ci disse che nel corso degli scontri di piazza un ragazzo (poteva essere solo un ragazzo perché la ribellione è giovane e maschile) perse una scarpa che rimase per giorni nel luogo dove fu smarrita, lasciata volutamente dalle autorità per cogliere in fallo colui che sarebbe tornato a recuperarla. Però nessuno fece questo gesto di implicita ammissione di colpevolezza ed al tempo stesso di appartenenza avversa allo Stato. Certo per tutti noi era facile comprendere non tanto il perché, ma il come una rivoluzione debba essere condotta. Come prima cosa rimanere liberi e proseguirla, anche con una sola scarpa. Ce lo insegnava il nascondino. Secondariamente tutti a casa hanno un secondo paio di scarpe vecchie, ma ancora utili alla necessaria lotta di ribellione. Che fosse maschio e non femmina non turbò alcuno.
L'altra cosa che la maestra ci raccontò era una sua esperienza diretta avuta nel corso di un viaggio. Salendo sui mezzi pubblici la maestra constatò di persona che in autobus i cecoslovacchi leggono, non giornali, ma libri. E questo lo facevano indifferentemente uomini e donne. La cosa era sorprendente per noi tutti e soprattutto il riferimento ai libri ci pareva al di fuori della nostra comprensione. Libri che si spostano con persone che li leggono nei tragitti in autobus. Perché lo fanno? Questo era il loro cruccio? La primavera di Praga aveva a che fare con questa anomalia? Erano costretti, oppure erano liberi di farlo? E perché lo facevano tutti? Risposte che, se ci furono, non ricordo. Però pareva una chiara spia di allarme per il disagio di un popolo intero.

L'altro giorno ero in un corridoio del policlinico, non in un autobus, ma comunque in un luogo deputato, come l'autobus, alla conclusione di un'attesa. C'erano una trentina di persone, io con il mio libro sotto il braccio pronto a scostare il segnalibro e gli altri che stavano già leggendo. Non tutti, ma un buon 60%. Ed, a parte il mio, non c'erano altri libri e nemmeno giornali, ma solo smartphone sui quali indici e pollici garantivano lo scorrimento dei testi. L'evoluzione umana persiste grazie all'opponibilità del pollice.
Siamo tutti cecoslovacchi anche se questa categoria non esiste più e lasciamo tante scarpe nei percorsi telematici che compiamo, anche in assenza di ribellione. Così ho dissotterrato e definitivamente seppellito il mio ricordo in assenza di Praga.

Le nostre anime di notte

AutoreKent Haruf

Giudizio: ****

Una vita vissuta anche di notte. Ecco cosa sono le nostre anime di notte, una opportunità di vita rivissuta e non solo ripensata. Ancora una possibilità che ciò che è stato non sia e ciò che non è stato sia. Fare quello che non si deve fare, sentendosi liberi di farlo. Taluni non comprendono, taluni disapprovano. Pochi altri approvano, i troppo giovani e i troppo vecchi privi delle malizie del giorno.
Sarà amicizia, sarà amore, sarà compagnia. È una lunga notte di una lunga vita, meglio passarla in compagnia, meglio viverla in compagnia. Alle anime ci penseremo poi, forse. Il futuro non è più nostro e forse non lo è mai stato. Di notte stiamo in compagnia.

Questa è l'acqua

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ****

Forse è un fratello maggiore interessato a non essere confuso con un paternalista predicatore su ciò che è giusto e bene. Non esiste una risposta assoluta a questi dilemmi, esiste però la possibilità di esplorarli, esiste l'esperienza del fratello maggiore che li ha in parte già esplorati. Le fatiche della vita, le disillusioni, le mancanze, gli egoismi, tutto ciò ci riguarda direttamente e pervade i nostri pensieri, i nostri sentimenti. Spesso non ce ne rendiamo conto perché siamo troppo presi da noi e per nulla dal contesto. Siamo pesci nell'acqua e non sappiamo cos'è l'acqua.
Il fratello maggiore ha già affrontato questo dilemma ed ha una certezza che ci porge come possibile prassi, non come soluzione: la libertà di pensiero non è realmente tale se al contempo non si ha la libertà di scegliere a cosa pensare. Se siamo l'ombelico del mondo perdiamo la prospettiva che gli ombelichi del mondo sono 7 miliardi. È difficile sapere, sentire, vedere l'acqua se non hai la libertà di pensarla. E se pure hai tale libertà la devi perseguire con fatica per contrastare l'attitudine che non esclude nessuno dal cercare risposte solo per sé.
Diventa vitale, letteralmente, riconoscere fulcro dell'agire umano la libertà delle cose a cui pensare e di pensarle liberamente per non essere morti. In questo libro esiste il marito profondamente innamorato e ricambiato dalla moglie malata terminale che si trovano di fronte all'inaspettato per i loro sentimenti, esiste il bambino che annuncia un inconcepibile amore per il nonno, esiste la Cosa brutta che ti porta sul pianeta Trillafon, esiste la certezza dell'errore che garantisce sempre la soluzione esatta, esiste la strategia congegnata con arguzia che fallisce per effetto dell'imponderabile, per effetto della mancanza di controllo sulla natura umana ed animale.
L'acqua esiste e questo è DFW.

La più amata

AutoreTeresa Ciabatti

Giudizio: ***

Quanto c'è di ordinario in un'infanzia straordinaria? Straordinaria non per merito della protagonista, ma per quanto gravita nel suo universo: per come è composto, per quanto appare luminoso e folgorante e per quanto si dimostrerà oscuro e controverso. La protagonista è la narratrice, è il tassello pensante, colei che pensa per quanto deve pensare il padre, per quanto deve pensare la madre, per quanto deve pensare il fratello. Compone il sistema che esisteva prima e che cesserà di esistere dopo. Avventura dura, scoprirsi capricciosa e viziata, inquieta ed inascoltata.
Un padre assente, distratto, troppo compreso in un ruolo sovrumano, colui che tutto può. Una madre gentile, buona, ma piegata dal suo amare, dal suo confidare nel prossimo, quanto più prossimo sia. Quello che accade le toglierà certezze, la renderà sospettosa: complice e colpevole.
Anche la più amata smetterà di pensarsi come tale. Inizierà a rileggere quelle vicende con altri occhi da diversi punti di vista, non più filtrati dall'essere la preferita.

Creature di un giorno

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: ***

Ho conosciuto Yalom per colpa di Schopenhauer e della sua "cura" e, probabilmente, per effetto di un suggestivo risvolto di copertina che oggi nemmeno ricordo (la suggestione è più immaginata che ricordata. Potrei rileggere il risvolto di copertina, ma, certamente, non ne trarrei la suggestione dell'epoca che ora immagino solo). Così va la vita, incontriamo fatti, cose, persone che ci "catturano" e rimaniamo "affezionati" loro ed anche un po' "invischiati in loro". Solo un po', perché nulla è eterno.

[Digressione - Per esempio il primo album di Luciano Ligabue per me era affascinante, oggi non riesco nemmeno ad avere la curiosità di sentire le sue ultime canzoni, che comunque mi tocca sentire alla radio, ma che mi lasciano indifferente: non c'è più la scintilla dell'iniziale fascino. Possiamo dire che sono questioni di tempi, di momenti, di creatività, di suggestiva sintonia? Diciamolo].

Yalom è uno scrittore a tempo cercato (tra gli altri impegni si ritaglia spazi, rigorosamente definiti, per scrivere libri) che di professione fa lo psicoterapeuta. Nel tempo perso è un appassionato di filosofia, o forse di filosofi. Ha scritto romanzi "con" Schopenhauer, Nietzsche, Spinoza, Freud.
"Creature di un giorno" non è un romanzo e Yalom non scrive di filosofi, ma scrive di filosofia della psicoterapia. Scrive della sua filosofia maturata negli anni e sviluppata durante le terapie. Non parlo di una ponderosa "critica della psicoterapia pratica", ma di una testimonianza di terapie per esistenze in vita. Yalom trascrive alcune delle vicende che riguardano sue terapie brevi, quelle non strutturate, che si concludono addirittura in una singola seduta. Racconta gli elementi cardine con i quali ha cercato di fornire sostegno ai pazienti. In queste dieci vicende troviamo tratti di esistenze "mutilate", esistenze "fuori fuoco", esistenze "distratte" da mancate esistenze e, fatale, di esistenze prossime alla morte.
L'essere in vita ha un costo, il conto ci viene presentato dal contesto in cui viviamo, dal carattere, dalle nostalgie. In particolare mi appaiono sorprendenti le vicende nella quale lo psicoterapeuta ottiene espliciti ringraziamenti da parte del paziente anche se, in cuor suo, Yalom capisce che il beneficio è un effetto laterale ed involontario alle sue scelte terapeutiche. Infatti a quel risultato, da lui sperato, ha contribuito altro che, pur emergendo dalla terapia, si sviluppa autonomamente.
In tal senso Yalom consolida l'idea che al centro della terapia c'è la persona e non meccaniche tecniche di trattamento standard per le diagnosi espresse. Lascia intendere, in modo nemmeno troppo velato, che i migliori risultati nelle terapie brevi si producono attraverso la miscela di esperienza e di rischio calcolato, approcciando però il paziente non come mero portatore di diagnosi, ma come persona viva e sofferente. L'autore lo scrive esplicitamente nella postfazione: le persone che maturano la necessità di una terapia hanno come primario bisogno quello di "risolvere le proprie esistenze" o, meglio, dare significato e valore alle proprie esistenze. Un terapeuta deve avere o maturare una sensibilità che colga appieno il problema esistenziale del suo interlocutore.

Il filosofo pigro

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

I filosofi, anche i grandissimi filosofi, sono esseri umani. Aspettate, trattenete la pernacchia, se potete. Vi darò altro materiale che fornirà ulteriore vigore al rumore che potrete produrre. Tutti gli uomini (e donne) sono filosofi, Socrate è un uomo, Socrate è un filosofo.
Bella forza! Tutti insieme, al mio tre, una sonora pernacchia!
Avete ragione, l'ho un po' "tirata per i capelli", ma... ma tutti gli esseri umani hanno la facoltà di pensiero e questo non è un assunto secondario. Eppure la maggior parte degli esseri umani non ha consapevolezza che il loro pensare è indotto dal dibattito filosofico ed ha ricadute producendo "speculazioni filosofiche".
Affrontiamo quotidianamente più o meno grandi questioni, le elaboriamo, le sviluppiamo, le facciamo nostre. Ci facciamo domande e cerchiamo di dare risposte esercitando la nostra libertà di pensiero e di espressione (oggi abbiamo un potentissimo megafono nei social media e se mi state leggendo capite cosa intendo). Eppure non ce ne rendiamo realmente conto. Forse perché non riusciamo a collocarci nel "luogo comune" che crediamo deputato ai filosofi. Perché i filosofi sono seduti in un salotto (spesso televisivo), discutono amabilmente, oppure animatamente di filosofia, utilizzando termini e concetti che sono astrusi e fuori dalla nostra capacità di comprensione. A noi non accade mai.
Siamo "accerchiati" dalla vita quotidiana e da tutto ciò che questo comporta. Non produciamo filosofia, produciamo sopravvivenza. Pensiamo sia moralmente inaccettabile discriminare esseri umani per colore della pelle, genere, credo quando ci consegnano un volantino xenofobo? Pensiamo che quella tal pubblicità sia stupida? Pensiamo che dovremmo affrontare in modo più risoluto e coraggioso le questioni nell'ambito del lavoro? Ci sentiamo infelici perché vediamo intorno a noi tanta infelicità? Ci poniamo domande e cerchiamo risposte. Per semplificare potrei usare una locuzione abusata dicendo che tutti abbiamo una filosofia di vita. Attenzione, è un luogo comune che ne trascina tanti altri e che, di fatto, ci impediscono di filosofare. Ma il concetto così semplice ed estremo dovrebbe aprici gli occhi sul fatto che il nostro pensare ha una valenza politica, economica, sociale ed, in ultima analisi, anche filosofica. 
Con questo libro, gradevole e leggero, l'autore si pone l'obiettivo, tutt'altro che banale, di dotarci di qualche elemento di riflessione filosofica senza rinchiudersi in un linguaggio comprensibile solo agli addetti ai lavori. Si parla di filosofia parlando della vita, quella che affrontiamo quotidianamente: amore, bicicletta, felicità, lavoro, leggere, libertà, pigrizia, scrivere, stupidità, verità, birra, coca cola ed altro ancora. L'autore lo fa in modo lieve anche citando i grandissimi filosofi eppure calandoli in contesti comprensibili che possono fungere da primario stimolo all'approfondimento. Per farlo dovremo diventare un po' meno pigri e cercare i libri che fino ad oggi non abbiamo cercato. 

È possibile leggere qui la prefazione de "Il filosofo pigro" >> https://www.rickdeckard.net/2017/10/05/il-filosofo-pigro/

L'arte di ottenere ragione

AutoreArthur Schopenhauer

Giudizio: *****

È un libretto del mai troppo celebrato Arthur Schopenhauer. Descrive 38 stratagemmi per ottenere la ragione. Lo lessi quasi 30 anni fa senza comprenderne pienamente la portata che aveva nel mondo che vivevo allora e che non è cambiato, se non in peggio.
Secondo il filosofo la dialettica è "la dottrina del modo di procedere della naturale prepotenza umana". Non so quanto questa conclusione possa dirsi vera se posta nel sillogismo
A) Gli uomini sono naturalmente prepotenti.
B) Socrate è un uomo.
C) Socrate è naturalmente prepotente.
Facebook, comunque, si presta splendidamente a contenere inconsapevoli adepti ad alcuni degli stratagemmi che il filosofo ha elencato. Non sono stratagemmi eleganti o edificanti, ma rappresentano la "naturale prepotenza umana" con tutte le ovvie conseguenze.
Il più semplice e naturale stratagemma consiste nella contromossa più comune su Facebook: se c'è il rischio che la tua tesi possa soccombere, sposta l'argomento su altre questioni. I "benaltrismi" (branca "filosofica" che si riconosce compiutamente nell'affermazione "se non c'è abbastanza aria per respirare bevi acqua, perché contiene ossigeno" versione leggermente meno snob di "se vogliono pane date loro brioches") sono pratiche all'ordine del giorno in qualsiasi discussione. Provate a fare caso all'andamento delle discussioni a cui avete partecipato su Facebook e scoprirete che l'oggetto posto inizialmente è stato disperso in pochi passaggi e la discussione si è piegata ad altro. E, per dare credito allo stratagemma schopenhaueriano, potrebbe essere stato lo stesso promotore della discussione a cambiare le carte in tavola vedendosi prossimo alla "sopraffazione".
Però i più attenti e scafati frequentatori delle discussioni non utilizzano solo questa stratagemma, ma lo infarciscono riccamente con altri:
  • affermare come postulato ciò che dovrebbero dimostrare ("che non vi sia discriminazione di genere è un dato di fatto", che letto in questo contesto appare affermazione marziana, ma che in una discussione a cui partecipai assunse una rilevanza tale da costringermi a portare dati per dimostrare che il dato di fatto era esattamente l'opposto e non senza leggere, tra le altre risposte, che la logica del mio interlocutore era talmente efficace da non richiedere l'esposizione da parte mia dei dati sull'argomento a contrasto del postulato iniziale perché si dimostravano logicamente inutili);
  • descrivere l'opposto della propria tesi in modo denigratorio e come se fosse vero; l'avversario sarà costretto a rifiutarlo ed a darti ragione (se arrivano i migranti ci ruberanno lavoro, vuoi perdere il lavoro?);
  • ammettere che in teoria è vero, ma non nella pratica negando le conseguenze di una verità (in teoria le donne non dovrebbero subire discriminazioni, ma in pratica questo avviene perché le donne non danno le stesse garanzie fornite dagli uomini). Questo è anche noto come "Sì, ma..." che apre alle più sorprendenti giravolte come "Non sono razzista, ma...";
  • agire sulla volontà altrui con motivazioni che mostrino all'avversario che se la sua opinione fosse vera non potrebbe che recargli danno (oggi siamo liberi e possiamo discuterne. Se venissimo invasi/governati da xxxyyyzzz* questa libertà ci verrebbe negata) *scegliete a piacere oggetto/soggetto;
  • ultima, ma non meno importante: diventare offensivi ed oltraggiosi (un insulto non si nega a nessuno).

Una lettura molto interessante, per nulla difficile  e straordinariamente attuale. Può aiutare alla sopravvivenza sui social media anche solo per difendersi dalla "naturale prepotenza umana" che ci rende animali sociali.

In presenza di Schopenhauer

AutoreMichel Houellembecq

Giudizio: ****

Conoscere Schopenhauer è una ricchezza in sé. Sintesi estrema di questo libricino, forse troppo "leggero", però al tempo stesso molto denso.

Il mondo è la rappresentazione che do di esso. Questa non deriva dall'esperienza, ma dall'elaborazione del mio intelletto, quindi soggettiva. La rappresentazione è influenzata della mia volontà (interessi, passioni, piaceri).
Per raggiungere l'"oggettività" dell'idea di un oggetto si deve andare oltre l'"invadenza" della volontà. Gli artisti, almeno quelli che hanno la capacità di rivolgere uno sguardo attento alle cose e di non restare invischiati nella volontà di successo, fama, ricchezza, sono coloro che potranno osservare e portare l'oggetto ad "idea" e non assumerne la rappresentazione dettata dalla volontà.
Siamo tutti soggetti alla nostra volontà. Il mondo è soggetto alla volontà, alle nostre passioni che possono essere alte come amore e bellezza, ma che vengono sempre trascinate verso l'universo disgustoso, spesso atroce, nel quale ci sono malattie e violenze e sofferenze. Una volontà che non può avere un senso precostituito se non la volontà della natura che rende la vita una sofferenza. È luogo comune che i più semplici, i più stupidi, sono quelli che soffrono meno perché non comprendono appieno ciò che li circonda, ma nessuno comunque li invidierà.
Gli animali invece subiscono sofferenze atroci per la semplice volontà di vivere perché la volontà della natura li porta ad essere prede e predatori e comunque sempre prede di altri predatori. 
L'assenza di ogni fine e limite è essenziale alla volontà in sé che è una tensione infinita senza limite: ogni fine raggiunto è inizio di un nuovo fine e così via, all'infinito. La manifestazione della volontà della natura è un flusso infinito. E lo stesso vale per i desideri umani: gli sforzi sono tesi a raggiungere un fine che tale non è, ma risulta solo un passaggio verso un nuovo fine. Un continuo divenire del quale non è dato conoscere un senso se non attraverso la manifestazione della volontà.

La lettura di questo libro sono due ore di tempo ben spese in presenza di Schopenhauer.

Pastorale americana

AutorePhilip Roth

Giudizio: ****

Fai la cosa giusta. Fai sempre la cosa giusta e per questo sei ammirato, da alcuni, e disprezzato da altri. Scegli di assecondare i primi che ti acclamano, che ti ammirano, che ti adorano, ma non tralasci nemmeno i secondi. Non devi nemmeno sforzarti, è facile capire anche questi ultimi perché farlo rientra nell'alveo del fare la cosa giusta.
Lo Svedese costruisce la sua vita facendo sempre la cosa più giusta e più ragionevole. Eroe sportivo, imprenditore comprensivo, marito affettuoso, padre attento, cittadino altruista. Eppure, nella vita così affrontata, c'è il punto di rottura. C'è il dolore dell'impotenza. C'è la cattiveria che ti distrugge lentamente. C'è la scoperta della falsità. Perché è la vita che ha queste componenti. Ed anche se ti sei ripromesso di fare sempre la cosa giusta, la vita non te lo consente, non perché è crudele, ma perché sei tu che non puoi aspirare a fare sempre la cosa giusta. Il mito crolla miseramente e la luce si spegne.

Quando siete felici, fateci caso. Edizione (molto) ampliata

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ****

Il buon, caro, vecchio Kurt ha ancora un mercato a 10 anni dalla sua morte. Questa l'ho già scritta due anni fa, al momento dell'uscita della versione "corta" del libro che ho ora riposto sullo scaffale. E non avete la minima idea di quanto mi faccia piacere, a distanza di poco più di un paio di mesi dall'uscita della versione "estesa", constatare che le copie in libreria sono andate esaurite (nota: non detengo a nessun titolo ed in alcun modo diritti di autore sulle vendite dei libri del buon, caro, vecchio Kurt, la mia è una ragione puramente sentimentale, affettiva, Kurt ne è testimone da lassù dove ora si trova). C'è un gran bisogno del buon, caro, vecchio Kurt, scanzonato quanto basta da sapere che, se esiste, il buon Dio gli vuole bene.
Per chi è interessato è possibile rintracciare su questo sito la scheda scritta esattamente due anni fa per l'edizione "corta". Cercatela nelle pagine del blog, non vi do aiuti perché solo gli avventurosi e coraggiosi saranno premiati. Non per quanto scritto da me, Dio ve ne protegga, ma perché di Vonnegut non si legge mai abbastanza. Cercatelo nelle biblioteche, nelle librerie, negli scaffali degli amici, nei mercatini dell'usato, nei caffè letterari e poi fatemi sapere, ma soprattutto fatevi sentire, da lassù lui vi ascolta ed accetta anche rimostranze.

Vite che non sono la mia

AutoreEmmanuel Carrère

Giudizio: ***

Il libro si apre in palese contraddizione con il titolo. L'autore scrive di sé. Come è possibile? Le vite che non sono la sua vita, in realtà, racchiudono quest'ultima che serve per raccontare le prime. È così, come il sole che illumina e la pioggia che bagna.
Non è cronaca, ma introspezione psicologica. Credo che definirla così avrebbe garantito un cenno di assenso da parte della mia professoressa di lettere delle medie. Perché le vite sono vere e non sono vane, o almeno così a me appaiono.
La vita scorre piana e lenta e felice. A meno che tu non ti convinca che non potrai mai dare amore alla vita altrui. Quando tutto è regolato da questo sentimento frustrante l'ineluttabile è dietro l'angolo. Nulla potrà accadere per sovvertire lo schema a cui sei condannato. Tu prendi amore e non doni amore. Quando hai preso ciò che puoi tutto avrà fine.
Poi un cataclisma apocalittico ed inaspettato ti scuote nel profondo, vedi la morte, sentì l'odore della morte. Ed in quel momento scopri che anche tu potrai dare. Lo farai, per quello che può valere, per quello che può servire. Con compostezza e con discrezione.
Le vite che vengono raccolte come fiori candidi sono tali perché attraversate dalla presenza della morte. Un dualismo apparentemente inconciliabile, ma che morte sarebbe senza la vita? E che vita sarebbe senza la morte?
Vite che caracollano nella disperazione per morti ingiuste (esistono morti più ingiuste, nella giustezza della morte, quando hai solo quattro anni), nella sorpresa per un salvataggio insperato, nella sofferenza per la ricaduta nel male incurabile.
È una nuova vita a cui non avevi pensato, per cui credevi di non essere preparato, è la vita che porta a raccontare altre vite che non sono la tua. Una vita che lascia intuire la capacità di dare amore e non solo di prenderlo. E questo per sempre, fino a che uno dei due chiuderà gli occhi all'altro.

Zero K

AutoreDon Delillo 

Giudizio: ***

Morire per rivivere in futuro. Ma quale futuro? Non ci sarà scelta. La morte, se rinasce, non sa offrirti altra scelta perché dove c'è vita c'è sempre morte.
Morire per ritardare la fine. Una possibilità che ci concede la tecnologia e la ricchezza e l'amore.
Rimandare la morte smettendo di contare le gocce sulla tenda della doccia. Rallentare le funzioni vitali al minimo possibile, qualunque cosa significhi, qualunque cosa comporti questo rallentamento aspira all'assenza della fine.
Non raccontare perché tutto avrebbe fine e la fine eterna sarebbe corrosa, annullata in una fine istantanea. Solo pochi avranno la fortuna del risveglio e saranno messaggeri nel futuro di un passato che ha progettato il futuro.
Sperare che la vita successiva sia sanificata, sia ottimizzata, sia massimizzata, ma non diversa. Pensare alla vita vissuta, al dolore provato, alle incapacità di essere quello che si sarebbe voluto essere ed alla capacità di svolgere quello che si deve svolgere, per dovere. Se siamo formiche dobbiamo esserne consapevoli. Le rocce sono, ma non esistono.

Un libro ingordo di sapori amari, di orizzonti alienanti. Un'eternità che sta in noi e che ci porta alla fine.

Alan, un uomo fortunato [e altri racconti]

AutoreJonathan Lethem

Giudizio: *

Con un senso di incompleto, di incompiuto mi ha accolto il racconto che dà il titolo a questa raccolta. Tragico e lieve, surreale ed assurdo, gli ingredienti c'erano tutti per farne racconti che mi sarebbero piaciuti: siamo in un universo parallelo che scorre a fianco all'ordinario universo in cui viviamo noi quotidianamente. Purtroppo non sono riuscito ad apprezzare l'amalgama di questi ingredienti.
Certamente il risultato è quello voluto dall'autore, ma per me è indigesto, come lo sarebbe mangiare una pizza cruda: il mio piatto preferito, sempre perfetto, ma se non è portato alla giusta cottura nemmeno a me piace perché non si può nemmeno chiamare pizza.
Quando leggo Lethem le aspettative sono sempre alte e, tendenzialmente, vengono rispettate. In questo caso solo in parte, come se l'idea, le idee di base non fossero adeguatamente sviluppate. Peccato.

La fattoria degli animali

AutoreGeorge Orwell

Giudizio: ****

Vale più di 100 libri neri sulle rivoluzioni, le quali sono oggetti ideali ed alla prova dei fatti tradiscono le aspirazioni enunciate. Le rivoluzioni sono sospinte verso direzioni che negano gli assunti originali, ovvero ne modificano i contenuti grazie al fatto che la memoria animale (umana) è labile e che è sempre possibile ricostruire un significato diverso con l'abile aggiunta od omissione di un concetto, di una parola. Per questo ci sono i tutori dell'ordine costituito dalla rivoluzione, coloro che trovano giustificazione al tradimento spiegando che tradimento non è. 
Orwell, ne La fattoria degli animali, fa satira sul regime sovietico proprio mentre questo si oppone al regime nazista e quindi si colloca dal lato dei vincitori. Lo fa identificando i tre maiali che conducono gli animali alla conquista del potere. L'autore fa riferimento alle tre figure storiche che hanno caratterizzato la rivoluzione russa ed il regime sovietico: Lenin (l'ideologo morto troppo presto per essere corrotto dagli avvenimenti), Stalin (colui che gestisce il potere assoluto come un monarca incontrastato e servito da fidi scudieri), Trotskj (che indomito resta rivoluzionario e per questo emarginato ed incolpato ingiustamente di responsabilità non sue anche da postumo). In realtà è la fine della rivoluzione ed Orwell la tratteggia per quello che fu: una monarchia feudale oppressiva che non dà speranza al popolo sostituita da una oligarchia burocratica oppressiva che apparentemente asseconda le scelte del popolo. Tutto questo avviene perché le rivoluzioni sono fatte da animali (uomini) e non da ideali ed il popolo è bue (umano).

Un lento apprendistato

AutoreThomas Pynchon

Giudizio: ***

Libro composto da cinque racconti dei quali l'autore scrive in premessa i limiti di metodo, di contenuto, di svolgimento. L'apprendistato, del resto, non può che mostrare l'apprendista nelle sue capacità grezze e non affinate dall'esperienza che verrà solo dopo, molti anni dopo.
Nonostante, per affermazione stessa di Pynchon, questi racconti lo imbarazzino al punto da mettere in dubbio di aver scritto quelle cose ed in quel modo, i racconti narrano i cambiamenti a cui siamo abituati per presa d'atto. Veloci ed inarrestabili da lasciare segni certo non indelebili perché tutto scorre. Il soldato non è un eroe di guerra, ma un indolente imboscato sottratto dalla natura e non dalla guerra al suo ozioso trascorrere del tempo per giungere al congedo. Il marito è un errore per la moglie e per il marito stesso. L'entropia è un concetto astratto che non trova una concreta rappresentazione narrativa. Lo spionaggio percorre vie nuove e su strade inesplorate tutto può essere, anche quello che sapevi sarebbe stato. L'integrazione razziale si percorre per convenzioni oscure, segrete, inesistenti soprattutto quando appare libero e naturale l'approdo alla completa attuazione ed innaturale osteggiarla.
La premessa di Pynchon offre una chiave di lettura importante. Seppur prossimo al disconoscimento di ciò che ha riletto a molti anni di distanza cita Frank Zappa che narra il rock come un gruppo di vecchiacci che su un palco continuano a suonarlo. In fondo l'apprendistato, e l'educazione, dovranno sempre esistere, come il rock. Pynchon omette che il rock è un'invenzione recente, ma tutto sommato anche la letteratura a stampa mobile è un'invenzione recente: Gutenberg e Presley saranno tra i vecchiacci che ci accompagneranno da un ipotetico palco per futuri apprendistati? E tra questi forse Pynchon si inserisce, non per immodestia, ma per la consapevolezza di aver percorso un lungo apprendistato. 

Il giovane Holden

AutoreJ.D.Salinger

Giudizio: ****

Avere sedici anni ed essere il secondo di quattro fratelli è impegnativo. Il primo fratello è molto più grande, è uno scrittore di talento e di successo. Nonostante il giovane Holden lo critichi sommessamente, il fratello maggiore svende il suo talento ad Hollywood. Il fratello minore che ama per il suo valore, prima che per la fraternità, muore prematuramente. Un trauma che sconvolgerebbe chiunque, ma la preoccupazione non è del giovane Holden, semmai dei genitori. Per fortuna c'è la sorella più piccola a cui il giovane Holden pensa con affettuosa premura. È per lei un regalo inconsueto, ma che dimostra l'attenzione del fratello maggiore per il divertimento della bambina.
Si direbbe il quadro di una persona più matura dei suoi sedici anni, ed è così, ma non nel senso che la società si attenderebbe. Il giovane Holden ha un rendimento scolastico disastroso, pluriespulso per l'insufficienza dei suoi risultati. Anche lui avrebbe un talento per la scrittura, ma quello è un dono naturale, per tutto il resto servirebbe un impegno che lui non mette.
Inoltre matura un disgusto per quasi tutti i suoi compagni che reputa stupidi, immaturi, o peggio. Stesso discorso per gli insegnanti. L'umanità lo disgusta a vario titolo e per diversi motivi. Il distacco da chi lo circonda è profondo, anche se i sentimenti sono contrastanti. Siamo nel mondo di un sedicenne in divenire, contrastato tra gesti generosi, quasi nobili, e comportamenti censurabili.
In questo sconquasso naturalmente entra anche l'amore, non dichiarato per una ragazza conosciuta da bambina e forse passivamente lasciato intendere per un'altra ragazza che molto meno lo interessa perché ha atteggiamenti che non sopporta e che comunque non potrebbe dargli quell'aiuto che lui chiede per seguire l'idea della sua vita futura. La realtà è ben lontana dall'immaginazione.
Tra poco i genitori verranno a conoscenza dell'ennesima espulsione, ma nulla pare preoccuparlo di più che creare una vita lontana da tutto e da tutti.

Trilogia di New York [Città di vetro | Fantasmi | La stanza chiusa]

AutorePaul Auster

Giudizio: ****

Nei tre romanzi scelgo di identificare alcuni punti cardine che secondo me caratterizzano le trame ed i contenuti di queste tre storie di indagini. Infatti le storie della trilogia potrebbero essere ricondotte alla narrativa poliziesca, però secondo canoni distanti dai luoghi comuni presenti nelle vicende che riguardano gli investigatori. Nessuno si aspetti trame ordinarie. Nei nomi, nei presupposti, negli epiloghi c'è sempre un guizzo che esula dall'investigazione, pur essendo tutto inserito in un processo investigativo.

IDENTITÀ
Siamo portati ad identificarci nel nostro nome. Noi siamo il nostro nome ed il nostro nome identifica noi. In queste vicende, invece, si palesa il dubbio che non il nome, ma la propensione ad essere qualcuno, ovvero a fare qualcosa, sia ciò che ci caratterizza. Il protagonista del primo romanzo è Auster senza che sia Auster il protagonista. Il protagonista del secondo romanzo scopre che il suo obiettivo non è quello che avrebbe creduto. Il protagonista del terzo romanzo si identifica nel suo migliore amico, perduto, al punto da sostituirlo.

MISTERO
Le storie sono misteriose. Nascondono qualsiasi forma di ragionevolezza, l'ineluttabile è ciò che conduce i protagonisti ad affrontare le storie, a vivere le storie. Va così perché deve andare così. Tutto ciò che è rappresentato dalla cornice non è indagato. Il protagonista si trova nel quadro senza sapere perché, senza chiedersi il perché. Nel primo romanzo per noia, nel secondo romanzo per impegno professionale, nel terzo romanzo per un'antica amicizia. Esiste solo un perché formale, quale potrebbe essere il motivo per cui ci nutriamo, nulla di più che istinto. Quando il dubbio attraversa le menti dei protagonisti lo fa in modo fugace, senza un reale interesse. L'indagine, l'azione, l'impegno ha una valenza superiore, è un bene superiore per il quale si devono modificare drasticamente le vite dei personaggi, anche con gli effetti più devastanti.

LUOGHI
Siamo a New York. Però i luoghi che più mi hanno colpito non sono gli ambiti "aperti", ma gli ambiti "chiusi". Gli appartamenti, i luoghi di appostamento, gli uffici, le case della fanciullezza, ma soprattutto la perdita di tutti questi luoghi. Nulla è eterno, anche se si sarebbe portati a pensarlo. Le vite non sono eterne, forse nemmeno le città.

INDAGINI
I protagonisti sorvegliano, indagano, scoprono. Quasi nulla di ciò che comprendono sarà utilizzabile.

SCRITTURA
Si scrive tanto per il lavoro svolto. Si prendono appunti sui percorsi seguiti dalla persona pedinata, si scrivono relazioni puntuali su quanto osservato, si raccolgono materiali da riorganizzare. La scrittura attraversa in modo beffardo i tre romanzi. Si tratta di scoprirsi a leggere quello che è stato scritto dai personaggi.

Due storie sporche

Autore: Alan Bennett

Giudizio: ***

Le storie sono "sporche", non c'è dubbio. Comunque le si possano leggere non si trova un elemento "pulito": il marito indifferente, la figlia insofferente, il professore interessato, la vecchia ingenua, la vecchia invidiosa, la vecchia confidente, i giovani spregiudicati, il giovane gay, la moglie bruttina, la madre innamorata, il padre riservato. Tanti tasselli "sporchi" in una ordinaria storia di umanità, tra indifferenza, indignazione, vergogna, comprensione. Il tè, un libro, essere all'oscuro dei fatti sono le componenti che garantiscono la leggerezza. Nonostante tutto.

Un solo paradiso

AutoreGiorgio Fontana

Giudizio: ***

L'amore non è l'ultima cosa, ma è quella che ti conduce al finale. Puoi cercare di evitarlo, ma, se arriva, quel momento è il paradiso, il solo paradiso.
Erano amici, nemmeno troppo intimi. Si ritrovano dopo anni. Distanti. Uno racconta, l'altro ascolta. Il racconto non è serrato, è dilatato da un eccessivo scorrere di alcol, dalla vaghezza di ciò che sta in un ricordo, dalla lontananza in cui i casi della vita li ha fatti cambiare. Macchina fotografica per l'uno, la tromba ed il jazz per l'altro. Per entrambi una nuova vita, per entrambi una novità forse non definitiva, forse indefinibile.
Una storia dell'amore perduto, una storia dell'amicizia ordinaria, una storia da raccontare e da ascoltare. Tutto scorre veloce, ma lento, tutto appare lontano, ma vicino.
Il paradiso esiste.

Numero zero

AutoreUmberto Eco

Giudizio: ****

L'importante è orientare l'opinione del pubblico fino ad averne il controllo. Banalità, se vogliamo, ma non è banale tracciare un possibile percorso per giungere al controllo che, in ultima analisi, concede una posizione di vantaggio nell'infinita lotta per la sopravvivenza e per la supremazia.
La manipolazione è perfetta per "orientare". Non è necessario prendersi la briga di mentire, ma semplicemente operare per creare relazioni fittizie tra eventi solo apparentemente collegati, evidenziare parti ed ometterne altre. Non è arte, ma giornalismo orientato alla massimizzazione del risultato da perseguire, consapevolmente o inconsapevolmente. Non tutto ciò che leggiamo e sappiamo è frutto del caso, dietro potrebbe esserci una regia oscura che guida le nostre opinioni, le nostre scelte, le nostre azioni. Il complotto aleggia sulle nostre consapevolezze, mutevole e multiforme e noi diventiamo semplici pedine. 
Ci sono caratteristiche ancestrali (credenze) ed al tempo stesso moderne (tecnologia) per le quali i lettori non hanno antidoti. Ci finiamo dentro e, senza riconoscerle, restiamo catturati. Anche se pensiamo di poterlo dominare non ne abbiamo mai il controllo perché se le cose sono messe in fila secondo una logica direttrice verosimile, tale logica diventa la verità. Nonostante noi, nonostante ciò in cui crediamo. Il complotto sta nel negare l'esistenza del complotto, ma al tempo stesso nel riaffermarlo in quanto non sarebbe necessario negare qualcosa che non esiste. Fine dei giochi.
Il mistero offusca o nasconde ed il mistero che deve essere svelato ha una spiegazione finale, se c'è, necessariamente controversa. E rimane sul tavolo l'ingrediente senza il quale il complotto non può esistere: il mistero indotto, suggerito, manipolato.
Libro di lettura facilissima. Agile e scrostato dagli appesantimenti storici e filosofici che condivano le precedenti opere di Eco. Prodotto ad uso e consumo di chi nega l'esistenza dei complotti (è tutta una colossale burla, ma di cosa stiamo parlando?) e di chi invece li vede dietro ad ogni angolo (c'è un interesse oscuro per cui non vogliono che venga reso pubblico).
Tutto è vero perché nulla è falso. Tutto è falso perché nulla è vero. Trovare la verità passa attraverso questi antipodi, fino al ritrovamento della verità successiva.
Nota: trovo sintomatico il giudizio espresso da uno dei personaggi sull'evoluzione dell'utilizzo dei telefoni cellulari ad inizio anni '90. Complotto?

Io sono vivo, voi siete morti

AutoreEmmanuel Carrere

Giudizio: ****

Leggendo questa biografia di Philip K. Dick scopro, ma forse già lo sapevo, di aver letto quasi tutti i punti cardine dell'opera dickiana. Compresi testi ritenuti minori, ma che evidentemente Carrere identifica come elementi utili a descrivere il percorso esistenziale di questo autore di culto: Tempo fuori luogo, Le tre stimate di Palmer Eldritch, Confessioni di un artista di merda, La trasmigrazione di Timothy Archer. Gli altri, Ubik, La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade runner) sono i capisaldi imprescindibili per conoscere questo scrittore, non puoi eluderli. Valis e tanto altro, invece, non l'ho letto.
Sono stato un discreto lettore di Philip K. Dick, discreto nel senso letterale del termine, intimamente affezionato alla presenza costante dell'intreccio tra realtà ed apparenza. Tutto è vero fino a che qualcosa non ti conduce a credere che sia falso. Ma tra il credere, il capire ed il sapere il passo non è semplice. Tutto ciò mi ha affascinato. Carrere ne fa un filo conduttore nella trama terrena ed ultraterrena (!!!) percorsa nella vita da Dick. Una vita segnata dal destino della sorella gemella, come dall'incapacità, prossima al patologico, di creare relazioni persistenti. È interessante che Carrere colga la propensione alla contraddizione di Dick (ma è proprio tutto vero oppure la verità è altrove? E se è altrove e distinta perché dovrei scegliere di non cambiare idea?). La madre, le mogli, Nixon, l'Fbi, il fisco, Tommaso, cosa sono in realtà?
Come in tutto ciò che ho letto di Carrere la lettura è lineare e coinvolgente. Sia nei passaggi immaginifici della produzione letteraria di Dick, sia nei passaggi reali della vita vissuta. Qui la sfumatura tra reale ed apparente assume tonalità cangianti che credo sia arduo rappresentare diversamente da come ha fatto Carrere.
Nota 1: se non si è letto nulla di Dick non leggete questo libro. Leggete almeno tre dei suddetti titoli prima di passare da queste pagine. Non farlo vi toglierebbe il piacere di gustare Dick per ciò che ha scritto.
Nota 2: il testo, concepito e scritto nel 1993, non può citare l'importante trasposizione cinematografica del racconto Minority report realizzata da Spielberg successivamente. Nel film quest'ultimo e Cruise ci mostrano il "touch and play" che ora smartphone e tablet richiedono anche a noi, anche se, al momento, ancora su supporti fisici e non immateriali. Eppure la tecnologia non è mai il punto centrale per Dick. Uno scrittore a suo modo metafisico.

Brooklyn senza madre

Autore: Jonathan Lethem

Giudizio: ***

Ho conosciuto la sindrome di Tourette leggendo questa libro e pure la gang di disadattati educati al crimine a loro insaputa. O meglio, loro lo sanno, ma è bene che non lo sappiano perché se non sai non puoi parlare. Fine dei giochi.
Tutto il resto è, più o meno, comune se affronti una storia dei bassifondi newyorkesi: il gangster italoamericano, gli orfani, le organizzazioni "legali" giapponesi, le organizzazioni mafiose, gli inseguimenti automobilistici, gli appostamenti in auto, la figlia di hippy un po' spaesata, l'esile ragazza ingenua. Ma c'è anche lo zen come strada per l'illuminazione, ma questo è uno zen corrotto e sfruttato come paravento da un gangster doppiogiochista e da un taciturno personaggio affetto da gigantismo. Raccontato così potrebbe apparire la vicenda di un circo (segnatevi Barnum) popolato da Freacks liberi di esibirsi al di fuori del tendone. Non lo è.
La sindrome di Tourette fa la differenza, in ogni momento. Testadipazzo non è pazzo, anche se tutti lo credono. Ci sono momenti esilaranti, momenti concitati, momenti perfino toccanti. Il tutto però ovattato e scompensato dalla sindrome di Tourette che esce, sempre, anche quando tutto sembra perso, anche quando tutto è perso. Le parole corrono veloci.

L'amante di Wittgenstein

AutoreDavid Markson

Giudizio: ***

"Quando ancora dubitavo delle sue capacità, chiesi l'opinione di G. E. Moore. La sua risposta fu: 'Penso di lui ogni bene possibile'. Quando gliene domandai la ragione, disse che era perché Wittgenstein era l'unico allievo ad apparire confuso alle sue lezioni." Bertrand Russell.
Russell dubita, Wittgenstein dubita. C'è di che dubitare.
Nel dubbio mi inerpico in una racconto inestricabile, inspiegabile, impalpabile. Ogni vicenda umana, e non, che risponde a tale caratterizzazione è fonte di fascino. Il mistero della logica nascosta ci attrae. Il mistero ci attrae. Nel mistero alimentiamo il dubbio: cosa sto leggendo? Sono stato a Savona, a Roma, a San Pietroburgo, a Troia, che ora si chiama Hissarlik, sullo stretto dei Dardanelli e non me ne sono accorto. Forse mi sono espresso male, dovevo scrivere che avrei potuto essere stato in questi luoghi senza averli riconosciuti. Ci sono stato o non ci sono stato?
Rincorriamo le pagine del libro, le pagine della vita della protagonista, alla scoperta di una logica. Le pagine scorrono veloci, a volte ripetitive. Strane, ma reali se si ammette la pazzia, la piromania, la fertilità, la morte del figlio come fattori del tutto temporanei e superabili, se ammettiamo di sapere cose senza sapere quali siano i motivi per cui sappiamo di Dostoevskij pur non avendo mai letto Dostoevskij. Odisseo, perché poi i romani lo hanno chiamato Ulisse? Argo è il nome più adatto per un cane? Forse no se in realtà è un gatto rossiccio. Nel quadro di quella casa, che rappresenta la casa più avanti, bruciata, appare una figura femminile, ma non posso essere io e forse la casa non è nemmeno quella, e forse non è una figura femminile è solo un'ombra, comunque qualcuno vive su questa spiaggia.
"Ci sono romanzi che non solo reclamano a gran voce le interpretazioni critiche, ma cercano proprio di indirizzarle" David Foster Wallace nel saggio sul libro intitolato "La pienezza vuota"

L'uomo sulla bicicletta blu

AutoreLars Gustafsson

Giudizio: ****

Un uomo maturo, ma in fondo ancora ragazzino ed impreparato alle necessità del (con)vivere in questo mondo, si ritrova in un contesto inaspettato a ripensare al suo passato, senza tralasciare il suo presente che al momento gli lascia pochissime aspettative per il suo futuro. Se non, forse, il futuro immediato che scaturisce da un incontro tanto casuale, quanto ricercato, nel suo tragitto percorso sulla bicicletta blu.
È un esercizio di memoria, ma non solo. È un esercizio di navigazione, di leggenda, di poesia, di fotografia, di appuntamenti mancati e di incontri pericolosi. Un esercizio che si insinua nella vita avara di soddisfazioni e resa ancora più difficile dalle condizioni climatiche verso le quali si sta avviando. Una vita che, a seconda guerra mondiale conclusa, dovrebbe, potrebbe, essere più radiosa. Tutto scorre, lentamente, come l'inverno sa fare, nonostante sia solo autunno inoltrato.
La lettura non è agevole, ma, nonostante le difficoltà, è vivamente consigliata.

L'uomo dei dadi

AutoreLuke Rhinehart

Giudizio: *

Pre messa
Prima di dire due parole due, su questo libro mi sento di dover rendere conto di una premessa. Ho letto questo libro perché sono stato letteralmente affascinato dalla recensione di Carrere. La descrizione dell'idea che sta alla base del libro, il colloquio da lui tenuto in due momenti distinti con l'autore, gli approfondimenti fatti con un adepto della tecnica del dado sono stati così coinvolgenti che mi hanno incuriosito al punto di cercare un libro che, lo scorso anno, era fuori produzione. Questo effetto deve aver colpito molte persone perché l'editore ha deciso di provvedere alla pubblicazione di una nuova edizione. Per quanto scriverò di seguito capirete perché ritengo Carrere un grandissimo scrittore che sa toccare i temi che tratta con tempi e modi perfetti per renderli irresistibili. Allo stesso tempo capirete, per i medesimi motivi, perché non comprerei mai da Carrere un'auto usata.

Il libro
Ora spendo con decisione le due parole che posso permettermi sul libro: è brutto! Scusate, meglio dire è bruttissimo! Per non dare credito ad un possibile recupero.

Post messa 
Il protagonista, Luke Rhinehart, è uno psicanalista affermato, ha una splendida famiglia, un collega ed amico, Jake, con il quale condivide gli approfondimenti professionali seguendo il comune mentore, dottor Mann. In un modo inspiegato e, forse, inspiegabile Luke decide (passaggio freudiano?) di assegnare ad un dado le scelte della sua vita. In realtà un motivo c'è: l'attrazione nei confronti della moglie dell'amico Jake. E qui vengo a conoscenza del non scritto da Carrere: le alternative non le fornisce il dado, le alternative le decide Luke. In questo modo il protagonista evita laceranti valutazioni etiche sul tradimento della moglie e dell'amico. La sovrastruttura sociale in cui Luke è immerso glielo impedirebbe, ma se lo ordina il dado la sua integrità è salva. Applausi: non è colpa mia, è il dado che me lo ha ordinato. Il "delitto perfetto" se si tralascia completamente che le opzioni su cui il dado si esprime sono scelte dalle paturnie del protagonista e non dal dado stesso.
Da qui uno sconvolgente sprofondamento in cui il protagonista si annulla scegliendo lui stesso modi e tempi per raggiungere tale obiettivo ed assegnando al dado le scelte, peraltro ponderate.
Il finale è segnato, la vicenda è avviluppata intorno ad una cosa che non esiste: il dado che decide per lui e poi anche per altri che scelgono di diventare adepti del dado (ma non è il dado che prende per loro questa decisione perché sennò sarebbero già adepti del dado,... che noia!). L'unica scena divertente rintracciata in tutto il libro è una trasmissione televisiva nella quale si confrontano un prete, una bigotta, un rabbino, uno psicologo ateo ed il protagonista ormai diventato il sacerdote della religione del dado. Per il resto è solo noia.

La banda della culla

AutoreFrancesca Fornario

Giudizio: ****

Esiste un disegno divino sul progetto della procreazione? Se sì, è imperfetto. Meglio sarebbe stato affrontare il percorso evolutivo prendendo a riferimento la gallina e non la scimmia. Altro avrebbe potuto pensare, il disegnatore divino, per molti aspetti delle vite umane, ma questo è vero per tutte le epoche caratterizzate invariabilmente da dolore, sofferenza, paura. Noi siamo in Italia, ora! Forse anche domani...
Sei vite si incrociano nella vicenda narrata. Vite che intrecciano aspirazioni, paure, incertezze, rassegnazione di sei quasi adulti, perché oggi fino a 45 anni un italiano/a è considerato/a ancora un/a giovane che si deve arrabattare vivendo di espedienti nella precarietà a cui la società lo/a costringe. Il caso fa incontrare queste sei persone in uno studio ginecologico dove si crea, a loro insaputa, una sorta di compagnia dell'anello. L'obiettivo non è portare a compimento la distruzione dell'anello che tutti gli altri controlla, tutto è decisamente più epico: guidare con eroismi quotidiani le vite attraversando le avverse condizioni del vivere in Italia, ora. E, al contrario di quanto accade spesso nella vita reale, non lo devono fare da soli, lo fanno con l'uomo e la donna che amano e con quattro perfetti sconosciuti che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Errore a cui tutti, ma proprio tutti, sono costretti a sottostare: la vicenda generale è tutto uno sbaglio, un terribile sbaglio, ma i protagonisti possono porre rimedio se non sono soli, questo è il contratto. Ne avessero visto uno di lavoro a tempo indeterminato... e poi possono anche riderci sopra, anche se non sempre, anche se non nonostante tutto.
Ci sono i genitori mai conosciuti. Ci sono i genitori che ti capiscono, ma non ti sostengono come ti servirebbe. C'è la mamma che racconta bugie a fin di bene che, come le racconta lei, nessuno mai.
Aleggia solidarietà che può scaturire dal trovarsi nella stessa condizione: cercare di avere figli nonostante tutto. Poi c'è sempre un biscotto che può aiutare.
Si ride, si riflette e si piange. Il segreto sta nel ricordarsi che non è finzione e che se si piange si può anche ridere e riflette su cosa è possibile fare per ridere di altro e non di quello che succede oggi in Italia. Il paese che ama le famiglie, ma che ne osteggia, in vari modi, la costituzione. Un altro errore, non del divino, ma del legislatore. 

Teoria delle ombre

Autore: Paolo Maurensig

Giudizio: ***

Una morte controversa del campione del mondo di scacchi nascosta nelle pieghe della storia personale del solitario scacchista russo vittorioso sulla scacchiera e sconfitto nella vita.
Bambino guidato dalla madre ad amare gli scacchi a tal punto da renderli la sua ragione di vita etica ed estetica. È necessario armarsi di questa visione romantica per ammettere un'esistenza che appare solitaria, ambigua, traditrice e che resta sempre e solo fedele al bene superiore degli scacchi. Nonostante ciò che per norma dovrebbe apparire sbagliato gli scacchi vengono prima e sopra di tutto. Per gli scacchi nessun costo deve essere risparmiato, che sia uno strazio fisico o uno strazio morale.
L'antica scuola russa premiata dallo Zar, la moderna e vorace scuola bolscevica a caccia del titolo, la remissiva e difensiva scuola ebraica là dove giocare a scacchi è come nuotare per un pesce nell'acqua, l'inarrivabile e temutissimo Capablanca, rappresentano realizzazioni pratiche di approcci diversi, ma tutti volti ad un obiettivo comune: vincere. Gli scacchi non sono solo tecnica, abilità mnemonica, disciplina, ma sono anche adattamento, improvvisazione, istinto e le conseguenze possono essere estreme.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl

Autore: Lars Gustafsson

Giudizio: ***

Se fossimo la nostra memoria sarebbe più semplice rappresentarci? Forse sì, forse no. "Certo che il presente può determinare e cambiare il passato! Solo chi non ha capito che in fondo tutto l’universo è contemporaneamente presente crede che le cause vadano solo in una direzione". Invece direzione non c'è e tutto sta con te, per sempre con te. A volte vero, a volte falso, a volte impreciso, a volte mancante.
Un vecchio si raccoglie nel ricordo adolescenziale. La famiglia, la nonna, la mamma, il papà, il prozio. Poi i vicini, gli amici, i professori. La più grandiosa grandinata di sempre e la filosofia che inizia a maneggiare racchiuso con i compagni nella stanza della caldaia. Infine la prima ragazzina con cui raggiungerà l'intimità che lo fa sentire uomo, pur non essendolo. Uomo certo ed incerto anche nel momento in cui da anziano sceglie di ricordare per superare la noia.
Nulla gli ha chiesto la vita e lui allo stesso modo ha fatto con lei. Ma su quel particolare momento della sua vita aleggia una presenza ed assenza sfuggente. La signora giunta dalla Svizzera, la signora dalle splendide braccia bianche e dal marito noioso che ospitava nella vecchia casa del prozio i ragazzi prima che giungesse l'estate. Prima che le prospettive cambiassero prima che tutto prendesse una piega definitiva.
È successo tutto, o forse no. Chi lo sa? Il ricordo può smarrirsi e tramutarsi in sogno. Pur rimanendo con te, per sempre, a rappresentarti in una memoria di ciò che non fu.

Panorama

AutoreTommaso Pincio

Giudizio: ***

Si legge del lettore, il vero soggetto che rende vive le letture, anche quelle dimenticate, anche quelle sconosciute, anche quelle perdute, anche quella da valorizzare, anche quelle da disprezzare. Se leggere è sempre più improbabile, diventa di moda vedere la performance del lettore che legge. Legge per sé e non per gli altri che sono disinteressati alla lettura, ma apprezzano massimamente lo spettacolo della lettura anche se patetico nella sua messa in scena. Vedere leggere è il surrogato della lettura. Pace e bene.
Il lettore protagonista però non è un lettore qualsiasi, ma è il Lettore, quello che vive della letteratura, vive nella letteratura. Quello che non sa e non vuole fare altro che leggere. Quello che, intervistato, non mostra sé stesso, ma mostra le proprie letture come se non esistesse nulla di più e nulla di diverso nel Lettore se non quello che ha letto.
Rendere la passione di una vita un lavoro che fa vivere ben più che dignitosamente sarebbe un sogno se solo il Lettore potesse permettersi sogni personali e non trasposti dalla letteratura. Eppure accade. Fama e gloria. Effimera. Temporanea perché accade qualcosa che modificherà definitivamente la prospettiva del Lettore. Mai aveva scritto perché il suo ruolo non lo contemplava, eppure inizia a scrivere e diventa scrittore. Uno scrittore occasionale, costretto dalle circostanze, non certo scrittore per convinzione e per destino, ma per l'occasione procurata da un social network che richiede scrittura e visione. Il social network diventa il surrogato dello scrivere. In fondo, forse, i libri non servono più. Forse...

Sul lettino di Freud

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: **

Il titolo è un mero espediente utile a "catalogare" il libro: suggerisce "troverete la psicoanalisi ed il suo fondatore", ma in realtà questo retro-pensiero non corrisponde al vero. Il sottinteso del titolo italiano non è sincero. Mi aspettavo altro, sull'onda della lettura dei precedenti romanzi di Yalom, e per questo mi ha deluso. Tuttavia si presta ad alcune considerazioni a latere in cui la sincerità è elemento non secondario.
La trama grezza e lineare non fornisce appigli significativi: due vecchi e venerati analisti che vengono incastrati dai discepoli ora colleghi per aver ceduto a lusinghe sessuali ed economiche da parte di pazienti (clienti?); un giovane, poi nemmeno tanto, analista che si confronta su metodi e prassi con il suo tutor dopo aver deciso di virare dalla chimica, che produce farmaci (xanax, prozac, varie ed eventuali), all'analisi; l'esperto tutor ferreo, professionalmente mastodontico, impeccabile e prossimo alla gloria accademica che frana sulle sue debolezze; il paziente timoroso e schiacciato dalla personalità della moglie che si convince a lasciarla per non restare stritolato; la moglie di costui che identifica nel giovane psicoterapeuta il responsabile del fallimento del matrimonio e che escogita un modo per vendicarsi; l'ex tennista in balia della malattia per il gioco d'azzardo che però non percepisce come un problema in sé, se non qualora subentrino problemi economici con annessi e connessi; il truffatore, abile, scaltro, inafferrabile.
Questa miscela di personaggi e di evoluzioni narrative, a volte ripetitive all'eccesso, trascina attraverso la narrazione il tema della sincerità. In questo forse il titolo italiano risulta "traditore" dell'intento dell'autore. Ammesso che questa possa essere una chiave di lettura. Gli analisti sono persuasi che il paziente sia sincero a prescindere: chi pagherebbe centinaia, migliaia di dollari per seguire una terapia mentendo? In realtà le sedute sono ricche di menzogne e coloro che dovrebbero essere più attenti ed avere i dovuti anticorpi per affrontare razionalmente le possibili menzogne sono completamente inadeguati. La bugia è possibile per fini utilitaristici o vendicativi. Troppa fiducia degli analisti e le conseguenze non tarderanno a materializzarsi, nel bene e nel male.

L'invisibile ovunque

Autore: Wu Ming
 
Giudizio: ****

Questo è il modo scelto dal collettivo Wu Ming per non celebrare il centenario della grande guerra. I quattro racconti che lo compongono diventano un atto di commemorazione laica che travolge la retorica della grande guerra, narrando la grande carneficina e la grande stupidità.

C'è chi si arruola, quasi per noia o per sfuggire alle difficoltà familiari, pur essendo al limite dell'idoneità fisica. Scopre subitaneamente quanto è tremenda la vita di trincea che uccide tutti i compagni in un solo assalto e decide di rendere ancora più estremo il suo ruolo chiedendo il trasferimento negli Arditi. Prima di una pacificazione non più possibile.

C'è chi subisce traumi bellici tali da renderlo temporaneamente inabile al servizio. Traumi tanto diffusi quanto pericolosi perché la pazzia può diventare incontrollabile e per nulla temporanea.

C'è chi risponde al proprio Paese in guerra perché l'unica risposta possibile è "obbedisco" anticipando lo Stato ed arruolandosi volontariamente. Nonostante la guerra e le ferite subite preserva il sé stesso che lo rende reietto alla famiglia. Una sorella minore, a cui era stata nascosta l'esistenza dell'eroe di guerra e la di lui memoria perché diventata intollerabile ai genitori, indagherà per comprendere chi era il fratello e come tutto fosse finito a guerra terminata.

C'è chi immagina una guerra futurista con mezzi sommergibili, volanti e corazzati. A questo si affianca l'artista che sperimenta, sul suo corpo rimasto nella terra di nessuno durante un assalto fallito, l'arte della mimetizzazione come strumento per nascondersi al nemico e preservarsi. Ma tanta dedizione non trova riscontri nei livelli superiori, ottusi ed ostinati, che muovono le "pedine" producendo la rotta di Caporetto e poi la vittoria di Vittorio Veneto che, a ben guardare, più che una vittoria è un "inseguimento" dell'esercito austriaco incapace di mantenere le posizioni conquistate in un paese in fase di dismissione.

La grande carneficina nella grande stupidità.

Diario degli errori

AutoreEnnio Flaiano

Giudizio: ***

La realtà, quella realtà, che poi non appare tanto distante da questa realtà, viene filtrata. Il prisma che attraversa restituisce colori occasionalmente inutili, se non monotoni, oppure insignificanti. Si costruisce così un diario dell'ineludibile (l'errore è sempre dietro l'angolo) nel quale ogni passaggio è strettamente legato a coordinate temporali e spaziali che lo scandiscono. L'impianto è sostenuto dal sarcasmo che contraddistingue la scelta decisiva: per oltrepassare ciò che altrimenti sarebbe insuperabile affidiamoci ad un pessimismo corretto (realismo?) e non servito liscio, perché sarebbe troppo pesante affrontarlo senza correzioni.
  • Un libro sogna. Il libro è l'unico oggetto inanimato che possa avere sogni;
  • la realtà è quella che noi riusciamo a far passare per tale;
  • viaggiare è come tenere i rubinetti aperti e vedere il tempo che va via, sprecato, liquido, intrattenibile;
  • la felicità consiste nel non desiderare che ciò che si possiede.

Una cosa divertente che non farò mai più

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ****

Una cosa "divertente", che non ricordo mi sia mai capitata, è trovarmi a leggere la nota alla nota del testo. Sarà colpa della crociera extra lusso, ovvero delle incontrollabili parentesi che si devono aprire quando vuoi rappresentare la varia umanità che rinasce da sé stessa durante la settimana scelta per solcare i mari dei Caraibi e intrattenuta da uomini e donne straniere alla nazione ed a quel lusso da cui i ricchi americani traggono piacere, se non per il fatto che sono loro, gli stranieri, a garantire quel lusso. Certo mi sarei atteso una digressione, filologicamente coerente, sul significato profondo della serie TV "Love boat", ma questo divertimento non mi sarà concesso.
Eppure, nonostante questa mancanza, è divertente: cosa c'è di più divertente se non raccontare le vacanze di massa per un paese che produce ricchi anziani che scelgono di trascorrere sette giorni "rinchiusi" in una lussuosissima e grandissima magione ambulante che solca i mari e che, nonostante questa dimensioni ciclopiche, riesce a riservare innumerevoli opzioni anche ad un semi agorafobico?
Tutto è perfetto, la frutta sempre fresca in cabina, la camera sempre rassettata appena ti allontani da essa per più di 30 minuti e senza, peraltro, vedere mai l'inserviente entrare o uscire dalla stessa (una magia che solo Babbo Natale riesce a riprodurre su scala occidental-mondiale), vedersi cambiare il telo mare appena lasciato lo sdraio e poterne ottenere un altro di una morbidezza quasi indescrivibile, un water dotato di sistema di scarico ad alto tiraggio, poter sfidare e sconfiggere con regolarità l'addetto (maestro?) al Ping-Pong ed essere inesorabilmente sconfitto in una sfida agli scacchi da una bimba di 10 anni. Sul mare il solco resta tracciato.

Per legge superiore

AutoreGiorgio Fontana

Giudizio: ***

Eccezioni sempre, errori mai. Però non è così semplice. L'eccezione può annidarsi negli anfratti della coscienza. Insinua il dubbio e ti trascina là dove comunque sarà un errore, dove comunque farai un errore. Non basteranno i soli fatti a cui puoi aggrapparti con tenacia e sapiente esperienza, il gioco sarà più ampio e, seppur riconducibile alla norma, virerà in una direzione incontrollata. Giustizia sarà fatta, non senza conseguenze, non senza sotto intesi non colti, non senza opportunità svanite. Ma poi sarà proprio giustizia? Se esiste una legge superiore il giusto potrà essere sbagliato ed al contempo il suo esatto contrario?
Un giudice esperto, brillante, per quanto possa essere brillante chi amministra la giustizia con precisione e con zelo. Sicuramente ineccepibile, ma chiamato, suo malgrado, ad usarsi per un bene superiore in modo tale che il calice amaro non potrà essere accantonato. Non c'è via di fuga né per la vittima, né per l'accusato, né per il giudice.

Verso Betlemme - Scritti 1961-1968

AutoreJoan Didion

Giudizio: ***

La California è una entità mitica, rappresenta le colonne d'Ercole della "contro cultura" americana degli anni '60. Verso Betlemme racconta la California abusata (Verso Betlemme, Sposalizi assurdi), ma anche quella celata, o a me nascosta (Dove non smettono mai di baciarsi, Osservazioni di una figlia nativa).
Negli scritti degli anni '60 di Joan Didion la California si vede chiaramente o si scorge come sfondo costante, anche quando si racconta di New York. È una libera biografia della nazione che in quegli anni sta mutando, infiltrata da elementi autobiografici di una giovane donna (una ventottenne che per il sedicenne però è una vecchia signora da rincuorare) che racconta quello che per lei è scontato essere (è normale che gli ingegneri venuti da fuori per lavoro non vengano invitati alla vita della comunità che non li riconosce come parte della comunità) ovvero l'inutile utilità di un taccuino (ma poi a cosa serve un taccuino?).
Si legge la cronaca di un processo per omicidio che è la narrazione della fine del sogno americano: ovviamente per il morto, ma anche per il colpevole che perde la propria innocenza senza il timore necessario per quello che aveva fatto. Si legge della valenza mitica di un John Wayne invincibile ed al tempo stesso tanto fragile da palesare la fine di un'epoca ormai prossima al tramonto dove l'eroe rappresentato da questo omone ormai è un lontano ricordo. Leggi di una Joan Baez cocciuta alle prese con vicini non proprio convinti di avere a che fare con un'icona della cultura popolare per gran parte del resto del mondo. Resti smarrito e sorpreso dall'abbandono incontrovertibile di adolescenti alle esperienze di una vita adulta senza averne la consapevolezza ed abusando in modo ossessivo delle sostanze stupefacenti che sono l'elemento che tiene uniti questi gruppuscoli di ragazzini figli dei fiori che si credono in armonia tra loro e con il mondo. Eppoi stupirsi ancora per la sincera sorpresa che si manifesta nel viaggio alle Hawaii (dove il turismo diventa turismo solo in quel periodo) raggiungendo i luoghi dove sono state affondate le navi di Pearl Harbour.
L'America non è più la stessa perché nemmeno chi la descrive e chi la vive è più lo stesso.

La resurrezione della carne

AutoreFrancesco Bianconi

Giudizio: ***

La poesia può sanare ogni cosa perché sana chi la legge e chi la scrive. Questo mi pare emerga da una vicenda narrata su diversi livelli, a volte distonica per effetto della persistenza di morti viventi (reali o finti?).
Leggiamo delle aspirazioni frustrate del poeta, del successo, tutt'altro che poetico, che tracima nella vita quotidiana, della descrizione della città in cui vive il protagonista che è colma di zombi (reali), dell'incontro casuale e perfetto per tempistica, modalità, intensità, che diventa ispiratore della poesia vissuta e non scritta.
Poi arriva il dolore, l'ossessione per una ricerca per capire se non vendicare il "furto", ma la consapevolezza che dietro al dolore c'è una poesia spinge a superare l'ossessione, accantonarla. È necessario andare avanti per un bene superiore che accomuna l'amore perduto e l'amore trovato.
Esiste una salvezza nella resurrezione, guidata istintivamente in un bosco da un lupo poeticamente solitario che conduce nel luogo che pone al riparo dagli zombi. Il luogo che ha visto compiersi un gesto romantico e poetico.

[Nota a margine]
In rete ho trovato i 10 scrittori che influenzano di più Bianconi quando scrive romanzi o testi di canzoni. Li butto qui
1) Philip P. Dick
2) Raymond Chandler
3) Cormac McCarthy
4) Edgar Allan Poe
5) H. P. Lovecraft
6) Vittorio Sereni
7) Michel Houellebecq
8) Giuseppe Genna
9) Fedor Dostoevskji
10) Marco Lodoli

Sottomissione

AutoreMichel Houellebecq

Giudizio: ***

Nulla di nuovo sul fronte occidentale. Frase accidentale utile solo per identificare dove è il francese rispetto al musulmano. Geograficamente è una frase inadeguata, ma per chi vuole cristallizzare i fatti in uno scontro tra civiltà, del fronte occidentale deve tenere conto perché da lì si deve passare.
Nel racconto le colonne portanti sono tre grandi classici moderni occidentali: il sesso (non c'è mai amore, solo sesso ghermito per il ruolo o pagato), il cibo (dozzinale o raffinato in fondo tutto sfama), la noncuranza (io sono io, qui, ora, ma è una condizione del tutto fortuita per cui non devo intendere, volere, occuparmi).
Il sesso viene trattato come una cosa che accade, perché deve accadere. Il piacere non è nemmeno cercato perché è una semplice conseguenza fisiologica. Tanto che il decadimento fisico lascia più smarrito per non riuscire ad assolvere un ruolo imposto dalla società piuttosto che per le conseguenze in sé. Cosa che, per le donne, avviene prima che per gli uomini rendendo quindi appetitose solo le studentesse del primo e secondo anno dell'università.
Il cibo viene utilizzato per rigettare il moderno culto del saper cucinare raccontando che vivere senza saper cucinare è possibile. C'è sempre qualcosa (il forno a micro-onde) o qualcuno (il cinese o l'indiano) che ne sanno fare al tuo posto. Ma se assapori qualcosa fuori dal comune devi saper apprezzare, non puoi rimanere indifferente. Il vino in questo ha un ruolo sociale e conviviale: nessuna conversazione può prescindere dalla presenza di un buon vino.
La noncuranza è la narrazione dell'indifferenza per tutto ciò che è la vita oltre il proprio ombelico soddisfatto da cibo e da sesso. La società è un ambiente politico, ma il protagonista non se ne cura perché impegnato nel suo conformismo mimetico. Fino a quando non viene allontanato dalla cattedra che occupa all'università. In quel momento qualcosa tracima, ipotizza una improbabile fuga, ma poi si ritira tutto nell'alveo iniziale. Il rientro in ruolo sarà possibile adottando un nuovo conformismo mimetico, ma sempre privo di passione.
Il libro Sottomissione arriva in libreria nel momento in cui in Francia si apre il fronte occidentale. Non è un caso se si vuole intendere come non accidentale l'interpretazione che viene data a questa storia: sottomissione dell'occidente al vicino oriente. 
I fratelli musulmani nella trama di Sottomissione vanno al governo senza guerriglia. Lo fanno democraticamente e con la moderazione data dalla consapevolezza di sapere di aver ragione perché i competitori politici hanno completamente esaurito il ruolo di guida (reale o presunto che sia) e dalla forza di sapere di avere risorse da spendere sia per sconfiggere i nemici interni, sia per sconfiggere i nemici esterni. È alle porte un nuovo impero, come quello che caratterizzò l'epoca di Augusto dopo la Repubblica romana. Il nuovo presidente diventerà imperatore europeo per insipienza delle opposizioni interne ed esterne e per l'indifferenza dell'uomo medio.
Un libro, come il precedente di Houellebecq, dove non c'è alcuna passione, ma un semplice scorrere ineludibile del tempo e delle cose. La strage a Charlie Hebdo mi pare non sovrapponibile. Nella realtà c'è fanatismo, odio, rabbia che nel romanzo non trovano alcuno spiraglio. Se ci sono restano sommersi dall'inevitabilità di qualcosa che sarà ed a cui non ci si potrà opporre se non conformandosi all'attualità e continuando ad "opporsi" come si è fatto prima, senza fare resistenza.
Forse è questa la sottomissione concreta, non fare resistenza mai, a prescindere dall'organizzazione della società.

Americana

AutoreDon DeLillo

Giudizio: ****

Per dare una etichetta a questo romanzo direi che racconta del "tutto è possibile anche se perfettamente inutile".

Un giovane e brillante dirigente ed autore televisivo, con alle spalle un matrimonio "casuale" concluso in letizia con reciproca soddisfazione, vive placidamente in una realtà lavorativa stantia eppure potenzialmente pericolosa (dietro l'uscio chiuso di un collega può stare un rapporto extraconiugale, come una imminente epurazione dallo staff). L'ambiente richiede di far parte di un gruppo di lavoro attivo e dinamico con il quale si condivide la "visione del mondo" da rappresentare e da frequentare. Si deve animare questo gruppo con brillanti deduzioni su chi possa essere colui che lascia sulle scrivanie dei colleghi "presagi" contenuti in citazioni famose. In questo la segretaria è fondamentale per avere notizie di corridoio sull'ultimo arrivato, sul prossimo che verrà silurato, nonché alimentare un senso di squadra che non può mancare della pulsione sessuale nonostante lei non sia proprio una bellezza e sia già amante del capo. La routine della ricerca dell'amante, e delle valutazioni di un giudizio morale altrui qualora scoperti, si stempera tra le braccia di un'amante insospettabile per il suo ruolo di amante tra le amanti...

In questo contesto il protagonista matura l'esigenza di avviare un percorso personale che parte da ricordi giovanili e familiari nella ricerca di un passato non lontanissimo che possa essere scintilla per creare qualcosa di innovativo. L'occasione viene dalla decisione dell'emittente televisiva di realizzare un documentario sui Navajo. Questo conduce il protagonista a realizzare il sogno di gioventù imbracciando una telecamera modificata con annesso impianto per registrazione sincrona del sonoro. Tutto è possibile. Il viaggio non giungerà alla riserva indiana ed è una raccolta di incontri che vengono utilizzati per realizzare il sogno o per superare la perfetta inutilità di ciò che è stato fatto fino a quel momento. Forse..., perché alla fin fine l'inutilità di un autografo concesso da sconosciuto riconosciuto come conosciuto non si nega a nessuno...

I buttasangue

AutoriGiovanni Iozzoli

Giudizio: **

La società contemporanea vista alla luce degli occhi di un operaio, emigrato da Cerignola alla bassa modenese, disilluso ed "incasinato" dalle vicende delle umane sventure. Un "Malavoglia" che non cerca di aggrapparsi ai lupini e con essi salvare la propria vita, ma cerca solo di uscire dal tunnel in cui è finito salvando comunque la propria vita. Non quella vegetativa e conservativa data dal semplice respiro e dal battito del cuore, ma quella più elevata data da una emancipazione personale inseguita nel pensiero di compiere azioni che abbiano un senso essere compiute per sé e per gli altri. Intorno il mondo va in un'altra direzione e forse anche il protagonista è troppo confuso per prendere questo treno, nonostante i "buoni propositi".
Il racconto viene narrato dal punto di vista dello "sconfitto", colui che per indole e per timore è diventato un Don Abbondio moderno, per sua ammissione un vigliacco. Prestato al culto della "sicurezza nei luoghi di lavoro" tradisce il suo credo perché il signorotto locale, leggasi il padrone della fabbrica in cui lavora, lo ha identificato come persona giusta al posto giusto che potrà evitargli tanti grattacapi.
La tragedia del collega morto lo incastra alle proprie responsabilità per il ruolo di rls (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza), che ha svolto senza il dovuto piglio, e per il patto non scritto di non belligeranza stipulato tacitamente con il padrone. Già questo sarebbe tanto per amplificare evidenti sensi di colpa, ma nella vicenda si incastra una sconvolgente incursione nella vita privata del collega morto. Incursione che conduce il protagonista ad un passo dal disastro.
Il finale è agrodolce. I danni sono limitati, l'operato del protagonista "salva il pezzo di vita" del collega defunto che ha intercettato e condanna il padrone. Ma forse non è atto di coraggio, è solo atto di giustizia, se così si può chiamare un risarcimento per una morte che poteva essere evitata.
Il protagonista torna al paese e si appresta a percorrere ad una diversa latitudine una vita che resta individuale, priva di un afflato collettivo alle giuste rivendicazioni dei lavoratori, una vita fatta di espedienti, più o meno legali, perché questo appare l'unico modo per rimanere a galla nel "mare mosso" dalla crisi e dal terremoto nella bassa modenese. Resta un ricordo apparentemente neutro di una ex fidanzata del nord e la persistente assenza di prendere un concreto impegno con la nuova compagna. Il mondo gira così: siamo tutti soli in questa valle di lacrime e gli impegni che prendiamo poi li dobbiamo affrontare senza aiuto alcuno.

L'antro dei filosofi

AutoreGiorgio Scerbanenco

Giudizio: ***

Tutti hanno una filosofia di vita eppure non sono nemmeno vagamente avvicinabili ai "filosofi" se a questo termine, tanto vago quanto impegnativo, vogliamo assegnare il senso completo che la storia, prima dell'enciclopedia, gli riserva. Con la filosofia di vita, che personalmente costruiamo e seguiamo attraverso le nostre azioni, si può rispondere a tutto. Nella storia umana ci sono esempi sublimi, miserevoli, crudeli di filosofie di vita, ma qui leggiamo di cronaca e non di storia. Possiamo rilassarci, fatto salvo sparizioni ed omicidi, e seguire la trama che scorre nel senso dato dalla filosofia personale: la famiglia moralista rinchiusa nell'antro, i poliziotti con il "pugno di ferro", i milionari avvezzi a navigare in acque piene di squali, le sorelle ingenue e timorose, ma non troppo, le cassiere del bar luogo di perdizione per antonomasia, la sarta che dallo sguardo delle persone può capirne l'animo. Questa varia umanità gravita nelle possibili soluzioni che l'investigatore ricerca, ma si incaglia pericolosamente nell'antro presidiato da coloro che possono giustificare persino sparizioni di persone ed omicidi, ovvero rimanere indifferenti perché riguardano persone che non praticavano il loro stile di vita, la loro filosofia ultima. Ovviamente questa non è filosofia, ma Scerbanenco usa questo elemento distintivo per caratterizzare assenze e vuoti, pienezze e spigoli, di tutta la vicenda.
Jelling, "il più improbabile degli investigatori", è anch'esso un filosofo che si sforza il risolvere il caso, "apparentemente" senza soluzione, per via probatoria che costringa il colpevole alla confessione una volta posto di fronte all'evidenza dei fatti. Chiamiamola dialettica dell'investigatore che non ricorre a mezzi spicci e bruschi, per non dir di peggio, come vorrebbe fare il suo superiore. 
Ci troviamo in una fantasiosa e ben tracciata storia, con elementi disseminati qua e là, che arricchiscono i comuni sospetti che ogni lettore potrà formulare nello scorrere delle pagine. Il dire senza dire, l'esplicitare palesemente, inducono su una strada nuova che non è mai più chiara della precedente fino alla fine sorprendente che l'autore avrà la cura di ricostruire nell'altro dei filosofi, sistemando tutti i particolari emersi e ricomponendo la verità dei fatti. Questa è la vita, baby, non filosofia!

Note a margine: il libro è scritto nei primi anni '40 e naturalmente gli anni passati si sentono. Oltre a questo la stesura subisce l'imposizione d'epoca secondo cui il nome proprio del personaggio deve necessariamente essere italianizzato, ma solo quello! Quindi il possibile Oliver Steve diventa Oliviero Steve. Altro particolare agghiacciante è che un 42enne viene identificato come un "vecchio", segno che nei settant'anni trascorsi l'aspettativa di vita cresciuta ha mutato il senso dei luoghi comuni e di conseguenza i nostri atteggiamenti. Da irriducibile passatista quale sono potrei riprendere il mio bastone essendo vecchio nel passato oltre che nel presente.

Confessioni di uno spammer

AutoreClaudio Morici

Giudizio: *

Romanzo epistolare (???) figlio degli anni 0 del XXI secolo che per certi versi è talmente incongruo da risultare ridicolo più che comico. In che lingua scriveresti ad un pubblico di 16 milioni di lettori? E potresti permetterti un sondaggio raccogliendo le risposte dei 16 milioni di cui sopra in un foglio excel? E potresti solo pensare di rispondere anche se ad un'esigua minoranza dei tuoi lettori? E se l'ingenuità è bandita come comportamento consapevole nel mondo di internet chi sarebbe così ingenuo da non configurare il proprio client di posta elettronica in modo tale che il reo confesso che scrive sempre dallo stesso indirizzo di posta elettronica non finisca direttamente nella cartella antispam? Con tanti saluti, e nemmeno troppo astiosi perché, si sa, nella posta elettronica lo spam entra come entrano le mosche se lasci le finestre aperte, nessuno è infastidito più di tanto, a parte mia madre.
Dette delle incongruenze l'epistolario tocca direttamente alcuni capi saldi della suggestione umana che, pur non rendendolo epico, lo rendono gradevole e coinvolgente. Lascia il sapore di una bevanda fresca sorseggiata nella calura estiva sapendo che, una volta finita, necessita ben altra lettura a seguire che rinforzi l'effetto contro il caldo. 
Il protagonista attraversa la fase del senso di colpa, seguita da una concreta giustificazione alla sua vita da reietto spammer che non ha cercato, ma che gli è toccata. Racconta la sua storia inframmezzandola all'utilità di uno spammer che può usare i suoi contatti a fin di bene. La giustificazione non può essere niente di meno che per una giusta causa (il paladino): aiutare un disabile figlio di ragazza madre messicana che si trova a Londra da sola. Colpito con uno spadone a due mail!
In tutto questo ci mettiamo un po' di sarcasmo del figlio disabile, pure del titolare ungherese del bar dove lavorava lo spammer e dell'innocenza purificante del coinquilino che cerca l'amore in una ragazza educata. Roba da romanzo epistolare di ben altre epoche.
La vicenda scivola veloce come accade ai bit irregimentati in cavi coassiali. Il colpo di scena finale non manca, anzi è multiplo, anche se io ho la sensazione che, in fondo, ci sia un contro colpo di scena (complotto!). Gli spammizzati tifano per lo spammer e mi sono fatto l'idea che il finale lasci intendere che forse il tifo non è stato ben riposto, oppure l'esatto contrario, chissà. Se qualcuno leggerà il libro, una volta finito, potremmo scambiarci le opinioni via e-mail proprio come accade nelle comunicazioni tra spammer di libri letti.

Gente

AutoreAlan Bennett

Giudizio: ***

Quando si ha a che fare con la "gente" tutto è possibile. Tu, che per prima sei stata la divina, diventi la "gente" e lo capirai, in un senso o nel suo opposto.
Una nobildonna decaduta, che ha alle spalle un passato divino, che ha nel presente costante di tutta una vita un rapporto esplicitamente conflittuale con una sorella arcidiacono e che frequenta una amica, dama di compagnia, che alla fine si scopre avere un legame assai più profondo con le due sorelle di quanto la presentazione che lei stessa ama ripetere lasci intendere. Il tutto nell'indigenza che le vicende terrene possono riservare alla "gente" per effetto della forza di gravità che agisce sul pianeta. Anacronismo, necessità, modernità convivono quando c'è "gente" e tutto può diventare normale. Questa è la "gente", bellezza! Una necessaria modernità anacronistica.
Un passato perduto che qualcuno vuole rispolverare, in tutti i sensi, per le tradizioni che rappresenta ed altro vuole preservare dalla "gente" perché suo, solo suo, per sempre suo. Sempre "gente", invece, vede il luogo come set perfetto della moderna industria della pornografia, anch'essa decadente, o già decaduta in quel formato pensato in una antica villa. Intravedi un morboso interesse finanziario per pitali colmi di urina prodotta da persone famose nel corso dei secoli, ovvero collezioni di giornali per "gente" da rileggere, anche se fuori dal tempo corrente, per conoscere cosa è accaduto nel tempo perduto. Nulla può essere inteso come davvero strano. Tanto o poco che sia è la "gente" che ti sorprende, in un senso o nell'altro.

L'Aleph

AutoreJorge Luis Borge

Giudizio: *****

Quello che non riesci ad immaginare, esiste? Ciò che non hai mai visto, esiste? E se lo hai solo percepito per sentito dire o letto? La filosofia che non comprendi ha un senso? Una storia tracciata da una cronologia senza logica è una storia senza logica?
La miseria umana e la grandezza che la avvolge nei racconti sono paradossali esistenze di ciò che esiste pur non potendo o non esiste anche se di fronte ai tuoi occhi di lettore. È il mondo fantastico governato da una logica non omologata. Nessuna federazione sportiva potrebbe vederlo gareggiare uno scritto di questo tipo, forse per questo il premio Nobel è mancato. A meno che non sia finzione, la fantasia suggestiva e suggestionata dall'universo a volte non spiegato, a volte inspiegabile, sempre umano, troppo umano.

Verso occidente l'impero dirige il suo corso

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ***

Per chi scrive queste righe potrebbe non essere così ovvio trovarsi su un'auto fabbricata artigianalmente, insieme ad un compositore atonale che lavora vestito da pagliaccio, e porta gli ultimi tra tutti gli attori che hanno partecipato agli spot McDonald alla casa stregata dove si organizzerà una festa reunion voluta dal padre pubblicitario del pagliaccio. Il tutto accompagnato da una scrittrice/poetessa che escogita l'inescogitabile per trattenere a se il suo amato scrittore scarsamente prolifico, ma indubbiamente talentuoso tanto che l'hostess dal viso arancione, anch'essa in auto, nonché ex moglie del docente di scrittura creativa del talentuoso scrittore si sentirà in obbligo di aprire gli occhi al ragazzo lanciandolo tra gli scrittori adulti. Eppure mi è successo, ovviamente. Ma del resto "[...] quando scrivete fiction non fate altro che raccontare bugie, dice a noi studenti del seminario; e la psicologia della lettura insegna che noi siamo portati a bere solo quelle che ci sembrano coerenti, a livello istintivo, viscerale, con ciò che già crediamo vero" (cit. David Foster Wallace alias professor Ambrose).
Questa storia è vera quanto è vero che se non fosse vera sarebbe vera. Buon divertimento.

Sette brevi lezioni di fisica

AutoreCarlo Rovelli

Giudizio: ***

Frontiera, contrasto, eleganza. La fisica come presupposto di teoria e misurazione per verificare e giustificare il "funzionamento" dell'universo infinitamente grande, ma composto da "corpuscoli" infinitamente piccoli. La frontiera sta nello spostare sempre un po' oltre le nostre conoscenze, il contrasto sta dove l'apparenza contraddice la realtà oppure dove due verità scientifiche faticano a coesistere, l'eleganza sta nel trovare l'idea e la formulazione che è sintesi dei contrasti. Nascondendolo ai più la fisica necessita dell'immaginazione, ma mostra le complicazioni, incomprensibili ai più, delle necessarie formalizzazioni matematiche. In breve sette storie.

Red or Dead

AutoreDavid Peace

Giudizio: ***

Leggere un libro di David Peace, mi accade sempre, è molto faticoso, difficile, a volte difficilissimo. Questo libro non fa differenza, anzi, se possibile, è stato più difficile che mai. Aspettative elevatissime anche per effetto di giudizi entusiastici raccolti da persone fidate. Sapevo che avrei speso parecchie ore per incastrarmi nella trama, per armonizzarmi con lo stile. Ed è stato così. Ricostruzioni, quasi ossessive, paragrafi che si susseguono, uguali ai precedenti ed ai successivi, funzionali a ricostruire l'ambiente, i pensieri, le sensazioni, le delusioni, le aspettative.
È l'epica del Liverpool Football Club che, a differenza di quanto si possa, si debba e si voglia pensare, non è il calcio inglese, è un'altra cosa, è una particolarità specifica. È l'epica di Shankly, l'allenatore che tra anni '60 e '70, è artefice di un'epopea che costruisce e plasma con lungimiranza un mito investendo tempo e risorse in questioni apparentemente marginali: è possibile che l'allenatore ritenga necessario sistemare i bagni dello stadio per accogliere in modo dignitoso il popolo del Liverpool? Sì! È possibile immaginare che i giocatori siano trattati tutti allo stesso modo, con gli stessi salari? Sì! È possibile pensare che oggi sei il numero uno, hai vinto, sei la squadra migliore del mondo, ma da questo momento devi riprendere a lavorare se non vuoi perdere nuovamente? Sì!

Shankly, uomo di calcio che ha fatto del calcio la sua vita, ha una visione collettivistica del gioco. I calciatori, anche i fuoriclasse come Kevin Keegan, emergono nella squadra solo se giocano per la squadra e, naturalmente, per i tifosi. I tifosi sono il fuoco che riscalda, sono l'abbraccio che rincuora, sono l'urlo che esalta.
Ci sono ripetizioni, infinite ripetizioni, di situazioni identiche con nomi e persone diverse. Mai nessuna collocata casualmente, mai nessun asfissiante. Fino alla fine.
Una fine che arriva, inevitabile, prima della morte. Una fine che trascina il protagonista nel luogo dove non si sente più in grado di reggere lo sforzo, ma al contempo vorrebbe ancora fare parte del collettivo per aiutare nello sforzo. Nulla sarà più come prima anche se la squadra vincerà ancora, forse di più. Ma tutto ha un tempo ed il tempo si conclude per i giocatori e per gli allenatori. Bisogna capirlo ed essere sempre gentili per non farlo pesare.

Nota: il titolo non potrebbe essere più fuorviante di così, almeno per noi italiani. Rosso o morto, sapendo che di Liverpool si parla, riporta immediatamente alla tragedia dello stadio Heysel dove inaccettabili comportamenti hanno ucciso decine di persone. Per una partita di calcio. I tifosi di questo libro non sono i tifosi di quel 1985. Sono una cosa diversa, forse perché allora il calcio era una cosa diversa.

Il regno animale

AutoreFrancesco Bianconi

Giudizio: ***

Da qualche parte un commentatore al libro ha scritto "avrei letto questo libro se l'autore non fosse il cantante e chitarrista dei Baustelle?". Ad intrufolarsi negli scenari che potrebbero scaturire da questa domanda il rischio è estremo: "avrei letto 'il nome della rosa' se fosse stato inserito nella collana Armony?". Sono domande di poco valore, ovvero, se ci immaginiamo come un Foscolo, le possiamo classificare come domande retoriche. Quindi le risposte sono no la prima e no la seconda, tutto finisce, forse.
Bianconi assegna ai capitoli nomi di animali, cosa che di per sé certo non mi appassiona, ma dentro infila in salsa giovane, moderna non direi, un "giovane Werther" che più che dall'amore viene sopraffatto dalla vita. Immagina e spera di fare cose di diventare qualcosa più che qualcuno (bruco che diventa farfalla?) ma si annulla in un mondo disintegrato e disperso che non gli piace.
Un amico mi ha detto che i Baustelle sono "musica giovane per vecchi". In questo libro si trovano diversi elementi presenti nei testi delle canzoni dei Baustelle e forse anch'esso risponde alla definizione del mio amico, un "libro giovane per vecchi": l'illusione di un regno (animale) posto a giardino di un animale (uomo) che matura le disillusioni di un giovane vecchio.

Morte di un uomo felice

AutoreGiorgio Fontana

Giudizio: ***

Perché? La vita, la storia, la giustizia, la società, si presentano al protagonista come tanti "perché" inevasi a cui non si sottrae, ma per cui non riesce a trovare le risposte.
Colnaghi è un magistrato e racchiude in sé le contraddizioni di chi deve agire per la giustizia laggiù dove l'ingiustizia è insanabile, letteralmente: perché il padre di un bambino deve morire? Perché il padre di Colnaghi è morto? La vendetta non può essere la risposta, ma la giustizia è adeguata a dare una risposta? La giustizia potrebbe sanare il dolore di chi rimane? Perché chi si dichiara difensore del popolo pensa possa essere utile alla causa colpire persone innocenti? Perché non si capisce che l'omicidio genera solo odio ed accumula richieste di vendette?
Percorsi difficili che si collocano nelle difficoltà della vita: perché una ragazza sedicenne che ha avuto tutto il possibile dovrebbe "affogare" nell'uso della droga? Perché un cattolico praticante ed impegnato politicamente decide di contraddire la sua fede religiosa e la sua fede politica per colpa di un divorzio? Perché un magistrato dovrebbe rallentare le operazioni dei colleghi per garantire la continuità improduttiva?
Si deve cercare la verità perché trovare la verità garantirà la risposta a tutti i perché. La felicità sta nella risposta cercata, anche se non trovata. Eccezioni sempre, errori mai. Forse...

Un amico mi dice che secondo lui il libro è irrisolto. Io non lo credo, la soluzione sta nel raccontare l'assenza di soluzioni.

Il sergente nella neve

AutoreMario Rigoni Stern

Giudizo: *****

"Ho ancora nel naso l'odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato".
È tutto già accaduto. È tutto già finito. Non siamo in presa diretta, scorriamo il ricordo di poche settimane (giorni, ore, minuti), fredde, bianche, fatali. La seconda guerra mondiale, che per Hitler sarebbe stata una guerra lampo, è invece diventata una guerra di trincea, almeno sul Don. Gli alpini lottano con il freddo, con i pidocchi e con i russi. Guerra di trincea che gli alpini ricordano attraverso i ricordi dei padri e dei nonni impegnati nella prima guerra mondiale, con la differenza che, all'ora, gli italiani difendevano la Patria, ora gli italiani sono gli invasori. Il generale che saluta le truppe sfatte, annientate, fa riaffiorare alla mente del sergentmagiú il ricordo del nonno. Un'altra Caporetto. Ed i russi fanno quello che gli italiani fecero nella prima guerra mondiale: sono come noi.
A mio avviso ci sono diversi momenti che rivelano la straordinarietà di queste memorie.
Esiste l'"etichetta" della trincea: non si spara ad un soldato nemico che esce dalle trincee per raccogliere neve per farne acqua. Se i russi lo fanno, ed uno dei tuoi compagni muore, è perché sono forze fresche e non hanno ancora imparato il "galateo" da trincea. Sale la rabbia, ma è la guerra con tutto il dolore, la vecchiaia ed il ghiaccio che ti lascerà sulle spalle e nel cuore.
Lo stesso comportamento si deve tenere quando il soldato nemico scende nel letto ghiacciato del Don per recuperare morti e feriti dell'ultimo assalto. Sono come noi, siamo come loro. Loro hanno le Katiusce e le Maruske, noi abbiamo le Marie e le Terese. Con le terribili Katiusce bombardano le nostre postazioni, ma le stesse sono anche donne in carne ed ossa impegnate negli assalti alla baionetta. Che di baionette gli alpini ne sanno qualcosa, ma di catturare donne tra le file del nemico mica l'avevano messo in conto.
Poi inizia la ritirata che lascia a molti la speranza di poter tornare a "baita". Per farlo gli alpini devono aprirsi un varco nell'accerchiamento che i russi hanno concluso. Succedono cose terribili ed apparentemente straordinarie. Muoiono amici e compagni uccisi da ragazzi come loro che non hanno volti cattivi, ma che morranno pure loro uccisi dalla guerra. La "magia" accade in una isba dove il soldato italiano trova il tavolo occupato da soldati russi, armati come lui, in battaglia come lui, che stanno mangiando e la donna, una Maria od una Teresa perché è come se fosse un'italiana, dà da mangiare all'italiano ed il sergentmagiú ringrazia e se ne torna alla battaglia che è stata temporaneamente sospesa. Deve riportare il suo corpo, ancora umano, in Italia insieme a quello dei suoi uomini. Non sarà così per tutti. In Italia lo troverà il padre di un suo compagno, morto in terra russa, che vorrà sapere della morte del figlio e si farà accompagnare in osteria per "celebrare" il ragazzo che in Italia non è tornato.
So che faccio arrabbiare un amico, ma uso una sua frase diventata epigrafe su un monumento dedicato all'alpino. Me ne frego, come diceva il "puzzone" che mandò allo sbaraglio ed al sacrificio estremo la gioventù italiana, mi assumo la "responsabilità politica" dell'uso della citazione, altro passaggio caratteristico del "puzzone". Teniamolo a mente, tutti.
L'epigrafe è "Alpini uomini semplici che hanno fatto la storia". Al di là della retorica, che può essere usata da un tredicenne, dal libro emerge quanto questa frase non sia puro esercizio retorico di stile, ma constatazione di ciò che la storia ci ha lasciato. La storia fatta anche da uomini semplici, dal loro dolore, dalla loro rigorosa ubbidienza, nonostante tutto li avesse abbandonati, tranne la speranza e l'umanità.

Quando siete felici, fateci caso

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ****

Ok, può essere che sia un'operazione commerciale.
Ok, può essere che questo sia possibile perché il buon, caro, vecchio Kurt ha ancora un mercato ad 8 anni dalla sua dipartita.
Ok, può essere che nella globalizzazione un autore globale come Vonnegut non possa mancare.
Tanti ok, ma esiste almeno una buona ragione per leggerlo: Vonnegut andrebbe letto come terapia alla salute mentale in un mondo schizofrenico. Una persona sana di mente in una società folle deve per forza apparire folle (citazione del buon, caro, vecchio Kurt). Ma andrebbe letto anche come aiuto a rimanere ben saldi nella comunità umana: quali sono queste differenze per cui ci dobbiamo "targare" cristiani o socialisti se abbiamo lo scopo di essere umani?
Vonnegut, che ora è lassù in cielo, (questa battuta farà scompisciare dalle risa chiunque conosce lo "stile Vonnegut" e Kurt stesso) ha naturalmente interrotto la consegna all'umanità di suoi lavori nel 2007 quando è morto in seguito ad una emorragia cerebrale dovuta ad un incidente domestico. Io pensai che questo fosse fortemente ingiusto, in fondo lo avevo conosciuto ed apprezzato da nemmeno 10 anni e lui non aveva trovato nulla di meglio che rovinare tutte le mie infantili speranze di continuare a leggere all'infinito sue opere originali, in tutti i sensi. Far parte di uno stupido incidente domestico alla tenera età di 84 anni, che Dio lo abbia in gloria, senza chiedermi almeno cosa ne pensassi, è ridicolo (ridere, per favore).
Io, in realtà, avevo comunque tanto da leggere di Vonnegut. Ho continuato a farlo assaporando suoi scritti editi, ma per me inediti (sappiate che non c'è contraddizione in questa frase: per me "The day after", "Il tempo delle mele" e le saghe "Guerre stellari" ed "Indiana Jones" sono opere cinematografiche inedite perché non le ho mai viste, accidenti a chi non mi ha coinvolto per poterle giudicare come frutto della nostra comunità umana, comunità di cui mi faccio vanto di esser parte, ridere, per favore).
Vonnegut esordì come scrittore di fantascienza, unico apprezzato dal grandissimo, citatissimo, celebratissimo, studiatissimo Dick, ma l'intera produzione letteraria si è evoluta in un miscuglio tra fantasia, verità, satira, umorismo. Kilgore Trout non avrebbe saputo fare di meglio (pausa, risata richiesta solo ai cultori più stretti).
Questo libro è una raccolta dei discorsi, scritti ed interpretati da Vonnegut, al cospetto di neo laureati al termine dell'anno accademico di alcune università statunitensi. Non è narrativa, è prospettiva. Prospettiva di ciò che c'è stato prima, di ciò che i laureati sono diventati nel momento in cui si trovano a sentire la voce di Vonnegut nelle sale universitarie e di cosa li aspetterà dopo. Fuori di qui! C'è un mondo che vi aspetta, per la miseria! E non pensiate di essere gli ultimi arrivati, perché anche coloro che ritenete vecchi sono giunti su questa terra poco prima di voi! Una gran confusione, non c'è più nulla da fare, se non restare umani. Per i casi peggiori si deve diventare umani (ridere senza ritegno, la storia comunque vi assolverà).
Nota: l'immagine del mio profilo Facebook on line oggi, 29/3/2015, è una caricatura di Kurt Vonnegut. Così, tanto per dire.

Micro tracce sulla bibliografia di Kurt Vonnegut
Senza nessun ordine logico, temporale, o di valore, ma rifugiandomi nel più "pragmatico" disordine alfabetico:
  • Barbablù: velleità artistiche tradite nel tempo, ma valorizzate alla fine del tempo
  • La colazione dei campioni: è la società americana, baby! Ma forse anche la nostra
  • Cronosisma: possiamo tornare indietro, ma pare impossibile migliorarsi
  • Dio la benedica, Mr. Rosewater: protagonista il denaro e la natura umana orientata al lucro
  • Galapagos: e se il futuro fosse dietro di noi? Andare avanti un milione di anni per verificare
  • Ghiaccio-nove: il genio umano al servizio dell'autodistruzione
  • Il grande tiratore: ogni azione ha conseguenze eterne con cui dovremo fare sempre i conti
  • Hocus pocus: certezze vane in un mondo incerto per natura
  • Mattatoio n. 5, o la crociata dei bambini: l'amicizia tra bambini costretti ad un gioco che li uccide
  • Un pezzo da galera: una politica "arraffona" con il perfetto capro da portare all'altare [sacrificale?]

L'armata dei sonnambuli

AutoreWu Ming

Giudizio: ****

Cosa si nasconde dentro al Rivoluzione francese? Una, dieci, cento, mille Rivoluzioni. Bella forza, direte voi, la Rivoluzione sovverte, travolge e nulla le resiste se... viene portata a termine, ma qual è il termine della Rivoluzione nessuno lo comprende. La Rivoluzione assume pieghe incontrollate, una rivoluzione della Rivoluzione, una contro-Rivoluzione, una Reazione a catena fuori controllo, un controllo che non è dato ad alcuno e da alcuno, un'onda che diventa inarrestabile e giunge solo alla "pacificazione" guidata dall'uomo che la plasma e la riduce a sé. La Repubblica diventerà Impero!
Vuole essere questo la Rivoluzione francese? Certo che no!
Può essere questo la Rivoluzione francese? Certo che sì!
Libro da leggere anche se in alcuni passaggi è ostico ed "imperscrutabile" come una Rivoluzione è destinata ad essere. L'esito finale non è dato, certezze non ve ne sono, i "buoni" non esistono anche se di "cattivi" ce ne sono a bizzeffe. Le teste saltano staccate dal collo, ma anche l'ardore di intrepidi cuori si "spegne" perché "gelato" dal percorso che rivoluziona le iniziali speranze della Rivoluzione.
La Rivoluzione è morta, viva la Rivoluzione! No, la Rivoluzione è viva nelle "brigantesche" iniziative di un attore bolognese che diventa sublime interprete del teatro della vita rivoluzionaria anche se privo di spettatori; nell'opportunismo levigato del funzionario che riesce a volgere il suo servigio al rivoluzionario di grido, anche se non per sempre; nel dottore folgorato da una missione scientifica che dimostra la caducità dell'illuminismo dove non sempre e non tutto scorre nel senso del "bene"; nel poliziotto che non potendo avere la donna che ama si prende però cura paterna del di lei figlio; nella popolana, segnata dalla vita, segnata dalla Rivoluzione; nel nobile di nome, ma non di spirito, che opera per creare un'armata di "cittadini" privi di libertà di arbitrio e di scelta, così come l'antico regime aveva garantito per secoli. Perché la guerra, la fame, il sopruso sono nella rivoluzione, sono la rivoluzione.
Il romanzo scorre in questo mare con storie parallele che avanzano sulla superficie del fondo rivoluzionario senza garantirne l'approdo finale: ad ognuno il suo finale.h

Le rockstar non sono morte

AutoreValerio Piperata

Giudizio: *

Esiste un dio del rock e per quel dio devi essere pronto a partire con chitarra e batteria se vuoi che l'essenza del dio stesso non muoia. Ok e dove sta la novità dell'epica rock'n'roll? Per un "giovane" 45enne la cosa appare evidente, ma per un "vecchio" 25enne forse le cose non sono così confuse e felici (citazione colta). Lo showbiz (se non lo citi in questo modo non sei abbastanza trendy nemmeno per frequentare il salone della parrucchiera di tua madre) ha preso altre vie: ora esistono i talent ed i complessi da rimessa auto (garage-band, of course) sono scomparsi. A volerla leggere in questo modo appare una rilettura parziale del vetusto Guccini che era vecchio anche da giovane. Eppure nemmeno nei più stralunati sogni della mia adolescenza ho coltivato l'idea di rileggere Guccini o aspirare e diventare una rockstar, quindi cosa mi ha spinto ad arraffare dall'espositore questo libro, correre in cassa, pagarlo con le monetine che avevo in tasca, tornare a casa, fargli scavalcare la mia infinita lista dei "buoni propositi di letture" e tuffare il mio naso nelle pagine di questo libretto?
La risposta sta nell'idea che le rockstar non sono morte, l'idea che un 16enne possa aspirare ad esprimersi con qualsiasi strumento che ha a disposizione anche se molto probabilmente il suo messaggio iniziale sarà pieno di luoghi comuni e banalità che il mondo adulto ha rovesciato nella sua giovane testa. Però, per la legge dei grandi numeri, uno su mille ce la fa (altra citazione colta) e la rockstar che riesce ad emergere superando il meccanismo imbalsamato che anestetizza l'epica rock raggiungerà l'empireo olimpico: stay rock! (vivo apprezzamento nel salone della parrucchiera della mamma con tanto di mani alzate con pollice, indice e mignolo sollevati).
In realtà il libro tradisce quasi completamente queste aspettative. La storia tragicomica che viene narrata ha il sapore del rock'n'roll de noartri (buuuuuu!) e non trova mai un concreto approdo che esca dal luogo comune chiassoso ed effimero in cui risiede il rock (comunque non c'è sesso, non c'è droga, non c'è rock'n'roll, se non in modo occasionale ed accessorio: ma quindi di cosa sto parlando?).
Ci sono passaggi divertenti, anche se proprio esilaranti non direi. La rock band non sa suonare (attitudine molto punk) e si chiama "I Vecchi" (attitudine molto Guccini): tutto sta insieme, peace and love. Trovi il giornalista Rai che non parla mai male di nessuno, quindi nemmeno della rock band stralunata, che si chiama Attilio Pane (ricordate Vincenzo Mollica?). Trovi il discografico che si chiama Pilato e che si lava le mani quando i critici musicali Castrante, Stroncatutti, Sgamasóle bocciano l'operazione rock di uscire allo scoperto senza il passaggio televisivo. Ti ritrovi citati i mostri sacri Setfiba, Peppino d'Elba (che più rock non si può), gli Articolo 8, i Negro d'Avola in un turbinio di vorrei, ma non posso perché lo showbiz lo impone! Trovi l'escluso arrabbiato da X-factor che diventa famoso tramite YouTube. Trovi la madre oppressiva ed apprensiva, trovi il padre assente che si materializza per farti sapere che lui abbandonò lo stesso sogno e che ora tu devi andare avanti per la tua strada per non avere rimpianti quando sarai 50enne, come lui. Trovi la ragazzina di cui ti innamori che porta l'apparecchio per i denti come nessun'altra. In bocca al lupo allo scrittore 25enne, l'idea era ottima, lo svolgimento un po' legnoso, ma comunque vada sarà un successo (citazione extra-colta) perché gli scrittori non sono morti.

Questa lettura forse è un segnale, perché alla mia età si imbiancano i capelli, addirittura hanno la sfrontatezza tutt'altro che rock di cadere senza essere rimpiazzati, fare le scale richiede un'adeguata ventilazione polmonare post scalata ed io mi ritrovo, nel giro di un mese, a leggere due storie su sedicenni (nel salone della parrucchiera c'è una sommossa: ma come parli?!? Teenagers! Teenagers! Buuuuu!). Sarà mica che mi ritrovo a vedere "Il tempo delle mele" che non ho visto mai, nemmeno quando era il momento?
Comunque sia, Guccini ed il catechismo ci insegnano che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. Per questo le rockstar non sono morte.

Lo straniero

Autore: Albert Camus

Giudizio: ****

Più che straniero direi estraneo o, addirittura, alieno al mondo che conosciamo. Infatti il cosiddetto consorzio umano può esprimere una gamma di sentimenti e di comportamenti che sono estranei al signor Meursault. Quest'ultimo ne produce diversi, alternativi e decisamente inconcepibili per il senso comune. La sua vicenda è esposta ad una umanità che non lo coinvolge e ponendolo ai margini di quel suo piccolo mondo. Meursault fatica ad imitare la vita che lo circonda, è lo straniero che, pur vivendo in un paese diverso da quello di origine, fatica a riconoscersi nelle abitudini locali dell'attuale residenza.
Non c'è nulla di disumano nel protagonista e forse è proprio il tragico finale che lo pone a pieno titolo nel consorzio dell'umanità. I sentimenti, i pensieri che attraversano il protagonista sono profondi e così radicati da escludere che ci possa essere una loro rivisitazione. Il ravvedimento non potrà esserci perché le cose andranno per come devono andare a prescindere dalle intime convinzioni di Meursault o di chiunque altro. Può apparire bizzarro che l'onesto e laborioso impiegato possa pensare di infastidire il titolare prendendo tre giorni di distacco dal lavoro per la morte della madre e può apparire quasi inumano che per questa morte Meursault non versi una sola lacrima, ma cerchi semplicemente di adattarsi a quello che gli altri si attendono da lui: abitudini e consuetudini che lo riguardano solo marginalmente. Al tempo stesso gli eventi descritti ci mostrano come invece non appaia strano al resto dell'umanità il formarsi di un giudizio morale costruito su questo figlio ingrato che non ha pianto la morte della madre invece che sul gesto che lo ha reso un criminale. Quasi che la tragedia del decesso dell'anziana donna, vissuta senza trasporto emotivo da parte del figlio, sia superiore alla tragedia successiva provocata da Meursault. Al protagonista questo dispiegamento della trama della sua vita appare ordinario, non può che adeguarsi limitandosi a prendere atto che il finale è segnato e che ad esso non può certo opporsi perché il mondo gira così. Estraneo fino in fondo ad un mondo umano, troppo umano...

Giovani promesse

AutoreMartino Gozzi

Giudizio: **

La copertina del libro non è solo la "foto segnaletica" del libro, ma può servire per creare attrazione per le aspettative del lettore. Per me la silhouette di un campo da tennis posta sotto il titolo è stata un'operazione di marketing perfetta alla quale non potevo resistere. Se a questa si aggiunge la quarta di copertina che indica Emiliano come il giocatore che vince una borsa di studio per entrare in una accademia di tennis statunitense, tutto il resto è trascurabile, compreso il profilo femminile che nasce della linea laterale del campo da tennis. Il mono-neurone, abituato a cercare la pallina per interromperne il volo e rigettarla nell'altra metà del campo secondo le traiettorie più efficaci ed inarrivabili possibili, non valuta adeguatamente le premesse e perde. Infatti il tennis è un semplice pretesto per parlare di altro. Il tennis è morto, viva il tennis.
Romanzo breve di formazione. Il 17enne Emiliano ci sa fare con la racchetta e comunque non è così sciocco, o avventato, da pensare che la sua strada è scolpita, graniticamente, in una racchetta. Gli eventi che si susseguono sono le promesse di giovani uomini e donne che si destreggiano nell'amore familiare, nell'amore sentimentale, nell'amicizia, nella fedeltà. Ci sono i giovani turbamenti, ci sono le giovani svagatezze, ci sono le giovani scelleratezze, ci sono le giovani inadeguatezze. Il tutto imbandito per creare spazio ad una educazione sentimentale?
A rileggere a posteriori la quarta di copertina ritrovo proprio questo quesito. Colpito ed affondato, tutto era scritto, chiaramente, ma il mono-neurone lo ha rimosso per inseguire l'armonia delle rincorse ad una pallina che devi colpire, e far cadere nell'altra metà del campo, almeno una volta in più dell'avversario. Nulla di meno sentimentale di quanto si possa pensare. Ma questo è il tennis e le giovani promesse del libro sono ben altre promesse.


Aniceto o la bocca della verità

Autore: Giana Anguissola, Giancarla Mursia Re

Giudizio: ****

Sei un bambino di 8 anni e ti attardi a giocare con i tuoi coetanei. Non sei vicino a casa e quando saluti l'ultimo amico chiamato dalla mamma affacciata alla finestra realizzi che a casa tutta la famiglia ti sta aspettando. Devi escogitare una strategia per il processo che ti attende, non puoi mica dichiarare apertamente che hai contravvenuto i precisi ordini del babbo per distrazione o noncuranza. Deve essere successo qualcosa di imponderabile e completamente fuori dal tuo controllo per farti tardare così tanto. Solo una bugia ti può salvare, che altro? Ma deve essere una bugia veramente forte, sennò non servirà a nulla. E la bugia a cui pensi sarà talmente forte che cambierà i destini della tua esistenza.
Questa è la storia di un bimbo bugiardo per necessità e diventato sincero per paura. Talmente ligio alla missione della sincerità da creare scompiglio nella vita familiare perché non trova il senso della misura che la verità deve avere. L'ottenne scopre, a sue spese, che la verità è bene gestirla attraverso elementi di vaghezza, senza volerla gestire con puntigliosa pignoleria. Il tema che descrive il nuovo maestro come meno bravo del precedente, o riferirsi alla vicina di casa come la "vecchia strega" così come è d'uso comune fare da parte dei genitori mette a repentaglio il preziosissimo dono conquistato diventando finalmente sincero.

Avevo 11 anni quando lo lessi per la prima volta ed oggi, che ne ho "pochi" di più, mi sono divertito a rileggerlo con mia figlia.

La settimana bianca

AutoreEmmanuel Carrère

Giudizio: ****

Essere bambino tra spaventosi pensieri ed ingenue speranze. Vivere in un limbo tra emarginazione dalla società bambina e privilegi dalla società adulta. Trovare un insperato aiuto dal bambino leader del gruppo e fantasticare su come questa inaspettata amicizia possa svilupparsi. Sognare ad occhi aperti per avere il controllo del reale perché addormentarsi potrebbe provocare la perdita del controllo.
In questo mondo interiore di un bambino fragile si affastellano tutte le paure indotte da un mondo adulto che tanto bello non deve essere. Per affrontarlo, con onore e gratificazione, per il bambino è necessaria la magia del sogno, la speranza di avveramento del sogno. Non è però sufficiente per allontanare quanto di brutto ci sia fuori dal sogno e nemmeno tanto lontano dallo spazio reale che si percorre.

L'avversario

AutoreEmmanuel Carrère

Giudizio: ****

Non fidarti nemmeno della tua ombra, potrebbe esserti avversaria per tutta la vita. Nulla di realistico sta riposto in una frase come questa se non fosse che la realtà spesso supera la nostra immaginazione quando la nostra ombra diventa quella di un altro che in realtà altro non è.
Figlio rispettoso, marito irreprensibile, amico fidato, padre amorevole, scienziato brillante. È tanto, è troppo, è falso. Nessuno ha capito, nessuno ha dubitato, nessuno ora non può sapere.
Carrère si inoltra in un'avventura letteraria che fatica a controllare, che fatica a maneggiare perché ha tutte le risposte razionali e pure tutte quelle irrazionali. Non c'è margine di invenzione, non c'è possibilità di ricorrere allo stratagemma. Di quel senso di umano, che potrebbe attraversare la vita di ogni essere umano, c'è la menzogna, c'è la paura, c'è la redenzione.
La grande bugia che avvolge l'intera vita di un uomo, in fondo pauroso, è tanto inverosimile che l'esito non può esserne da meno. La resa finale è la devastazione. L'uomo che fa della menzogna il suo rifugio esplode nell'abominevole conclusione che quel rifugio è limitato ed insostituibile. Carrère lo affronta con timore, con pudore ed anche con vergogna. Capisce che dentro questa vicenda vengono meno tutti i punti di riferimento necessari per orientarsi ed al tempo stesso capisce che non possono essere ricercati perché tutto è inspiegabile. Quindi rinuncia a spiegare, rinuncia ad indagare, ma decide di raccontare la sua esigenza di raccontare quello che non avrebbe mai pensato di dover raccontare.

Le correzioni

Autore: Jonathan Franzen

Giudizio: *****

C'è il "giusto" e c'è lo "sbagliato". Per condividere l'uno e l'altro devi possedere dei prerequisiti forti, prestabilire delle condizioni e cosa esiste di più forte della famiglia? Nulla può essere un prerequisito migliore!
Cresci nelle convinzioni e nei comportamenti corretti, ti attieni alle indicazioni dei genitori e poi "sbocci" come individuo ritrovandoti lontano, forse lontanissimo da tutti quei comportamenti che sarebbero riconosciuti come "giusti" e più incline a percorrere strade "sbagliate". L'ateismo dal "dio genitore" si impossessa di te e ti affranchi da tutto quello che ti è stato insegnato perché quella religione non ti pare più coerente con la tua vita "giusta". Urgono ravvedimenti?, urgono correzioni?... forse sì, forse no...
La famiglia Lambert è costituita dal patriarca, Alfred, pessimista, integerrimo, retto, ligio. Schivo fino allo sfinimento, talmente tanto schivo che pare non dimostrare amore nemmeno nei confronti di moglie e figli. Apparentemente, perché la figlia comprenderà una (possibile) chiave di lettura diversa in prossimità della conclusione.
La madre, Enid, ha conosciuto solo Alfred (e non poteva essere diversamente) anche se ha fantasticato tutto quello che avrebbe potuto essere (giusto o sbagliato che fosse) e non è stato. Sogni effimeri, provinciali, ma di grande rilevanza nel suo cosmo personale. Tra questi il tentativo di trascorrere l'ultimo Natale tutti insieme nella loro casa: è uno dei tarli nella raffigurazione della vita familiare che sembra sempre più prossima sfuggirle di mano.
Poi ci sono i tre figli: Gary, Chip, Denise. A diverso titolo, e con diverse prospettive e conseguenze, tutti si allontanano da quello che i genitori giudicherebbero come "giusto".
Il primo, quello giudizioso, è stanco di subire il peso del suo "giudizio", ovvero decide di mettere in campo il suo giudizio in un modo per i genitori (forse) comprensibile, ma in assoluto "sbagliato". Il secondo, l'intellettuale spregiudicato e sempre più lontano dalla famiglia, si scopre forse il prediletto e si mostra disponibile ad una vita che solo pochi mesi prima avrebbe ritenuto detestabile e "sbagliata". La terza, in continua discussione con la madre, comprende il padre e tramite suo, forse, anche la madre.
Avvicinamenti, allontanamenti, in una vita che scorre e con la quale ognuno deve fare i conti per valutare la possibilità che le correzioni siano possibili, opportune, praticabili. Non tutte le correzioni sono "giuste" o "sbagliate", ma sono una possibilità per proseguire, perché certamente proseguire è "giusto".
Il presente si alterna al passato definendo il ritratto preciso, ironico, doloroso, conflittuale di una famiglia vissuta secondo i canoni prestabiliti, ma non immodificabili.