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Sulla quadruplice ragione del rovescio ad una mano come scelta di vita tennistica

La gente non guarda una partita di tennis per vedere la purezza dei gesti, la guarda perché il tennis è divertente. Sono d'accordo con tutti coloro che guardano una partita di tennis perché si divertono. Non può essere altrimenti. Ciononostante il divertimento è, molto spesso, solo del pubblico. Sul campo è fatica e sofferenza, perché il tennis è sacrificio, dedizione, concentrazione. Come tutti gli sport, come tutti i lavori, come tutte le vite. Anche tra quelli che vengono scambiati per "farfalloni" che si aggirano eterei sui rettangoli di gioco sostenuti solo dal loro straordinario talento e nulla più. Sfatiamo questo mito a favore di tutti gli amatori che si sentono brutti anatroccoli: per diventare cigni si deve comunque faticare perché il talento non basta mai.
Anni fa un noto, e peraltro bravissimo, cronista italiano "inchiodò" un discreto giocatore italiano alla nomea di colui che "scende in campo come un impiegato che sta entrando in ufficio". Nella mia men che modesta carriera agonistica non sono mai entrato tra le quattro reti che circondano un campo da tennis pensando che sarebbe stato divertimento e gioia da distribuire a piene mani. E nemmeno che sarei stato in grado di fare spettacolo. Al massimo piccole emozioni, un gioco, sì brioso, ma pulito, tanto pulito che di più non si poteva. Fin troppo pulito, come farebbe un qualsiasi impiegato che entra in ufficio.
Eppure il tennis è un gioco e, come tale, non è pensabile rimuovere l'aspetto ludico. Essendo io un mediocre giocatore ho percorso una strada nella quale ho scelto lo stile al controllo, la forma alla foga agonistica, l'estetica alla potenza, la varietà alla monotonia.
Il rovescio a due mani consente di avere un maggior controllo sulla palla, ma meno varietà e poi: cosa ti serve il controllo quando puoi esibire il movimento più bello che ci sia? Il tennis vive di bellezza e violenza, di forza e perfezione, di perseveranza e genio. In questo non c'è un unico elemento comune, quindi ne scelgo quattro:
  1. poter giocare il punto tenendo in mano la seconda pallina inutilizzata al servizio,
  2. aver maggiore libertà di braccio per colpire anche quando sei in ritardo,
  3. non essere schiavo del top spin, ma nemmeno del back spin,
  4. non avere calli anche sulla mano sinistra.
Purtroppo nonostante queste quattro ottime ragioni non mi sono salvato spalla e gomito. Il tennis è uno sport pericoloso, siete tutti avvertiti, ma se vi collocate tra il pubblico sappiate apprezzare anche i gesti.

L'insostenibile leggerezza dell'essere

Autore: Milan Kundera

Giudizio: *****

L'eterno ritorno e l'impossibilità di vederlo in vita: si può bramarlo, o bandirlo, inseguirlo, o fuggirne e mai riaverlo, rivederlo. Leggerezza e pesantezza sono dell'essere e non dell'apparenza, non della volontà. L'una è positiva, libera, selvaggia, l'altra è negativa, opprimente, conformista. Attraversano le vite di ognuno superando le ragioni ed i torti della volontà. C'è chi tradisce l'altro per il piacere e non per cattiveria, c'è chi resta fedele all'altro per il piacere, non per opportunità e c'è chi riesce a rimanere fedele solo a sé stesso. Ogni singola scelta è duale, leggere o pesanti saranno le conseguenze. 

Eppure non c'è leggerezza senza pesantezza. Si attraggono, ma non si raggiungono perché la loro unione sarebbe la fine delle vite che possono scorrere solo in modo lineare e mai in modo circolare. Che il corpo sia votato alla pesantezza e che l'anima sia votata alla leggerezza non è dato. Puoi guardarti allo specchio per cercare l'anima senza riuscire a vederla e potrai incontrare un corpo che vedrà la tua anima senza riuscire a restare fedele al tuo corpo.
Solo per gli animali, che non sono stati cacciati dal paradiso terrestre, lo scorrere delle vite è un eterno ritorno. Una ripetizione infinita per chi, guardandosi allo specchio, non sa riconoscersi.

Il momento storico affonda la leggerezza, ed eleva la pesantezza, lasciandoci il rifugio "kitsch" che elimina tutto ciò che riteniamo inaccettabile nell'esistenza umana. Un rifugio individuale seppur occupato in modo collettivo. Questo rifugio ci fa sentire leggeri nel momento in cui facciamo quello che tutti pensano che si debba fare anche se sarebbe la cosa più pesante per noi. Nulla è leggero o pesante, tutto si trasforma, tutto ti trasforma.

La macchia umana

Autore: Philip Roth

Giudizio: ****

Un Signor Deciso val bene un segreto? Forse, ma le conseguenze su amici e familiari, visibili oppure nascoste, saranno strazianti. Ogni esistenza umana è una macchia e la rettitudine, la capacità, la competenza, l'impegno, la nobiltà d'animo, la felicità, non cancelleranno le macchie che ognuno lascia.

Questo romanzo narra la vita fondata su verità nascoste e trovate solo da chi le conosce o da chi le vede nonostante l'impegno per mascherarle. È un intreccio "sentimentale" tra "posso, ma non voglio", "fai come vuoi, per me non fa differenza", "sarebbe stato diverso, ma è andata così". Alcuni personaggi interpretano questi sentimenti come "scelte di campo" sia che siano a conoscenza dei segreti, sia che ne siano all'oscuro. È la natura umana, votata all'evoluzione per vivere e non per sopravvivere.
Altri personaggi sono attanagliati dai loro segreti, quelli che fanno emergere in modo arruffato e sempre scriteriato. Si credevano coraggiosi ed erano pavidi.
Altri sanno verità false e su queste falsità creano una pubblica opinione informando tutto il vicinato fino a raggiungere i lontani parenti.
Tutti sanno verità indicibili e, proprio perché indicibili, vengono sottointese: la loro evidenza appare, strana o normale che sia, certa.
Le cose sarebbero potute andare diversamente e gli strascichi futuri non si possono escludere, ma l'onore è ristabilito, per chi non sa del segreto, e per chi il segreto lo conosce ormai lo strazio è compiuto e, dove possibile, ricongiunto con infinito amore, dove impossibile diventa una nuova macchia su un'altra macchia.

L'autore trova gli spazi per indagare la macchia umana come necessità di vita. La macchia umana, che tu sia vittima o carnefice, la lascerai e nel segreto sarà costruita la gloria o la sventura. Si ricorderanno di te per una vera falsità o per una falsa verità? È un segreto.

Chiamerò la polizia

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: **

Una reciproca ritrosia, per l'uno volontaria, per l'altro involontaria perché le cose sono così, le cose sono andate così. Ma quella sera, quel saluto dopo la cena con gli ex compagni dell'università, conduce al rendez-vous non concordato eppure inevitabile. È quel pezzo di vita che si è nascosta, è una questione di cuore che batte, è una questione di rischio non calcolato, è una questione di sopravvivenza, quella a cui l'essere umano è votato.

Vedere il disumano che è nell'umano lascia segni indelebili.

Vani tentativi di vendere l'anima al Diavolo

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ****

Hai un pensiero ripiegato su sé stesso che non soddisfa il tuo gusto? Aprilo, inserisci un po' di cinismo, irriverenza, poesia, vita, morte (miracoli, no), pigrizia, richiudilo con cura, inforna per un'oretta e servilo ben caldo. Il risultato è agrodolce, opportunamente contrastante, con un retrogusto leggero, ma persistente. Non è la colazione dei campioni, accompagnata da un lussurioso caffè, ma nemmeno la colazione con Ovomaltina. Con questa portata seducente potrebbe nascere l'occasione per soddisfare, finalmente, il desiderio di vendere la tua anima al Diavolo ed esaudire il desiderio più grande. Non hai anima? Non hai desideri? Ahi! Ahi! Ahi! Vattene, essere infelice!
Se invece ce li hai (anima e desideri, contemporaneamente, è condizione necessaria e sufficiente) non hai mai desiderato vendere l'anima al Diavolo per "quella cosa là", quella perdizione per cui hai perso la ragione collocandosi dalla parte del torto? Dormire fino a tardi?, girovagare solitario in bicicletta nella tua città di provincia?, affaticarti al lavoro ed aspirare a non farlo?, rimanere estasiato dall'afferrare in uno scatolone di libri usati la pubblicazione che ti manca e che solo ora puoi toccare, sfogliare, acquistare per 50 centesimi? Non dire bugie. Con le bugie si va all'Inferno e lo si fa gratuitamente. Un impeccabile peccatore morirà sano perché è riuscito a vender l'anima al diabolico, sennò si muore malati e, molto probabilmente, con dolore. In tutti i casi si muore, meglio farlo in modo impeccabile.
In questo libro troverai aforismi sulla vita, sul male della vita, sulla religione, sulle passioni, sui vizi e sull'intelletto necessario per sapere che, se c'è una spiegazione, forse non ce l'abbiamo.

Guida filosofica della Spagna

Autore: Stefano Scrima

Giudizio: ***

Quando ho visto il libro la primissima cosa a cui ho pensato è stata "ma io cosa ne so della Spagna?" e la seconda cosa a cui ho pensato è stata "buona occasione per imparare qualcosa, peccatore per mancata conoscenza che non sei altro". Sono prosaico anche nei pensieri.

Il libro è una breve presentazione ragionata dei personaggi famosi che hanno contribuito a rappresentare un popolo prima che un'area geografica. Con tutte le contraddizioni che albergano nei personaggi famosi (i non famosi sono meno sospinti alle contraddizioni, non fosse altro perché non li conosciamo) e nei popoli. Filosofia, arte, poesia e corrida, immancabile. La Spagna che da provincia dell'impero diventa impero e poi torna provincia nella persistenza dello spirito degli spagnoli intorpidito dalla pigrizia delle tradizioni, ma nella perenne ed umana lotta tra ragione e sentimento.

Io che di spagnoli conoscevo solo Manolo Santana e Manolo Orantes (di fama), Rafa Nadal (visto con i miei medesimi occhi) e tanti altri bravissimi (ma non bellissimi) tennisti, senza dimenticare l'"odiato" Miguel Indurain che impedì allo straordinario Gianni Bugno di conquistare il Tour de France, a dire il vero, ho fatto un piccolo salto di qualità. Un piccolo passo per un piccolo uomo.

Modena 2020 AD - Era Coronavirus COVID-19

Le autorità sanitarie invitano a limitare la mobilità ed a spostarsi solo per motivi strettamente necessari. I contagi crescono con una velocità tra i 500 ed i 700 casi giornalieri. Questi sono solo i diagnosticati, ma c'è tutto il sommerso che produce asintomatici. Il virus è elusivo ed omissivo. Comunque fare la spesa è uno dei motivi ammessi per spostarsi e raggiungere luoghi variamente affollati nei quali, durante le ore di punta, sarebbe (È) impossibile mantenere la distanza minima consigliata dalle autorità sanitarie tra le persone. 

Sabato mattina, mi ritrovo alle ore 8.25 all'ingresso ancora chiuso dell'ipermercato. Voglio entrare quando ci sono ancora pochissime persone per acquistare lo stretto necessario per garantire a me e famiglia la sopravvivenza fino a sabato prossimo. E poi uscire rapidamente, fuggitivo da ogni possibile contatto umano.
A quest'ora ci sono già una ventina di persone a piè fermo davanti all'ingresso. Sembrano pronte alla lotta come un Achille davanti alle mura di Troia. Sono ammassati come se fosse la partenza di una gara podistica al di fuori delle competizioni in una pista di atletica. Vicini, vicini, la falange è compattissima.
Io resto distante qualche metro dalla piccola folla e, nei 5 minuti di attesa, si aggiunge un'altra decina di persone che si avvicina ai primi scavalcando la mia posizione. Per parafrasare la narrazione della tragica spedizione di Pisacane e dei suoi potrei scrivere "erano 30, erano giovani e forti e sono...". Ma non funziona, per due motivi:
1. Ovviamente mi auguro che nessuno di noi ... per colpa di questo assembramento potenzialmente virogeno.
2. Non c'era nemmeno un giovane. Il più giovane, anagraficamente, ero io, ma in realtà ero il più vecchio di tutti. Quindi una combriccola di vecios, le persone maggiormente soggette all'infezione virulenta in atto. Pace e bene a te e famiglia.

Però è utile caratterizzare con un minimo di attenzione ed accortezza la specie dei vecios. Sono sostanzialmente innocui, a meno che tu non sottragga loro il quotidiano al bar o in polisportiva (e l'esito dell'aggressione non dipende dal genere). In modo altrettanto indifferente per genere vivono l'"operazione spesa" come la massima forma di svago. Comprensibile, i vecios sono massimamente relegati in casa e questo è il momento di svago che non si negano mai, nemmeno nelle caotiche giornate di sabato e domenica quando i supermercati sono letteralmente invasi e la saggezza li dovrebbe indurre dal desistere al rito della spesa ed accantonare qualche riserva in più al venerdì. Ma forse sopravvalutiamo la saggezza dei vecios.

Nel loro habitat naturale del supermercato i vecios sono riconoscibili per alcune caratteristiche salienti che elenco casualmente senza assegnare a loro una priorità:
- i vecios sostano nei crocicchi dei corridoi bloccando 4 punti di accesso. A dire il vero questo lo fanno anche i più giovani, ma al perentorio "permesso" si spostano. I vecios lo fanno più raramente, perché in alcuni casi è un deficit acustico che impedisce loro di sentire la "perentorietà" di chi vuol passare, in altri è la concentrazione assoluta posta sul biglietto che contiene la salvifica lista della spesa. È in quegli istanti, secoli per chi attende di poter passare, che i vecios devono decidere il percorso ottimizzato per raccogliere tutto ciò che va acquistato;
- i vecios toccano tutto. Prendono in mano una scatola, la scrutano, la ripongono e ne prendono una a fianco, dello stesso prodotto e seguendo la stessa procedura. Tutto ciò lo fanno diverse volte, con l'aggiunta di valutazioni imperscrutabili tramite il soppesamento. L'acquisto del prodotto si conclude depositando nel carrello una scatola mai toccata, scelta che rende scriteriato tutto ciò ch'è accaduto fino a quel momento;
- i vecios annusano tutto, detersivi, detergenti, shampoo, ecc. Accade spesso che non chiudono bene il flacone del prodotto appena "olfattato" ed il cliente successivo avrà una "bella" sorpresa;
- i vecios hanno una competenza sulla dislocazione di tutti i prodotti che annichilisce qualsiasi addetto o direttore del negozio. Se non sapete dove si trova un prodotto chiedete ad un vecios e non aspettate di trovare un commesso. Unica, ma rischiosa controindicazione è che il vecios potrebbe narrarvi il percorso logistico che negli anni hanno compiuto quei tipi di prodotti sui quali chiedete indicazioni. Se vi serve questa consulenza fatela ad un crocicchio in modo tale che chi deve passare vi sarà grato di aver indicato al vecios di spostarsi;
- i vecios conosco tutti in negozio, ogni addetto viene salutato chiedendo dei figli, dei genitori, degli animali domestici. Se entri nel girone, anche per te ci saranno consigli senza i quali non potrai più fare a meno. Ti mancheranno, ne puoi stare certo.

Dissacrare per consacrare, dobbiamo volere bene ai vecios, anche se ci montano con il carrello su un piede, anche se ci chiedono per tre volte che ora è, anche se prendono l'ultima confezione di fazzoletti che a noi serve per tornare a casa da vincitore. Tra breve anche noi saremo vecios e dobbiamo sperare che i più giovani ci vogliamo bene come vogliamo bene noi ai vecios. Non saremo saggi, ma certamente sordi e l'attrazione per i crocicchi delle corsie sarà irresistibile, fatale.

La dittatura del calcolo

Autore: Paolo Zellini

Giudizio: ****

Nella contemporaneità abbiamo raggiunto la consapevolezza che l'"algoritmo" riguarda le nostre vite a diversi livelli e con diversi esiti. Molto spesso usiamo questa parola, in modo superficiale, per indicare qualcosa che non dipende da noi perché è oscuro o nascosto, ma che comunque ci riguarda.

Nell'introduzione del libro viene presentata una definizione semplice: un algoritmo consiste in una sequenza di istruzioni in base alle quali il calcolatore elabora un processo di calcolo. Ma l'autore ci pone immediatamente di fronte ad una questione che svilupperà nel libro in modo assai articolato: cos'è davvero un processo di calcolo? Le implicazioni sono stringenti e riguardano fino a che punto un processo di calcolo può sostituire la decisione umana. L'intelligenza artificiale potrà sostituirci? Non c'è una risposta definitiva perché non è solo matematica teorica, matematica applicata a tecniche di calcolo, ma sfocia nella filosofia. In tal senso è interessante tenere in considerazione l'aneddoto dell'aereo di linea in avaria salvato dal pilota per una "scelta istintiva", mentre i processi di calcolo, nelle condizioni date, avrebbero fatto schiantare il velivolo non essendo in grado di calcolare soluzioni alternative allo schianto.

L'autore ci accompagna in un percorso che inizia dagli albori presentando le difficoltà puramente teoriche che hanno avuto come protagonisti matematici geniali. A partire da cosa possa intendersi infinito sapendo che non sarà possibile creare una corrispondenza biunivoca tra numeri naturali e numeri irrazionali. Ovvero constatando che esiste l'infinito dei numeri naturali che è un infinito "più piccolo" dell'infinito dei numeri irrazionali che non riusciremo mai a numerare. Ma anche il tema della "continuità" per cui una retta reale è composta da un continuo di infiniti punti adiacenti, mentre il digitale ci pone di fronte al discontinuo.

Un'evoluzione che risiede tra gli sviluppi della matematica teorica e la scienza applicata, senza poter dimenticare che non è plausibile calcolare l'infinito partendo da un supporto che di per sé è finito. Infatti, per quanto l'evoluzione dei materiali metta a nostra disposizione calcolatori sempre più potenti, è pur vero che anche il più potente calcolatore ha un limite dato dalla sua "fisicità finita". Ne consegue che lo sviluppo della scienza applicata abbia necessariamente dovuto affrontare anche la riduzione della complessità perché laddove si utilizza un approccio ricorsivo la complessità di calcolo segue dinamiche con crescita esponenziale, mentre con un approccio iterattivo la complessità di calcolo segue dinamiche logaritmiche, quindi "meno grandi".

A tutto questo si somma anche la necessaria valutazione dell'errore. Ogni algoritmo, che ha "limitazioni" intrinseche nel processo di calcolo, produrrà risultati "approssimati" per i quali si deve valutare l'entità dell'errore. Purtroppo, troppo spesso, non teniamo conto o non sappiamo valutare l'entità di questa componente, eppure siamo propensi a demandare ad un calcolatore una funzione "predittiva" come inevitabile conseguenza dovuta al fatto che un essere umano non sarebbe in grado di dare risposte per via della complessità dei dati e delle variabili in gioco. Questa è una questione per nulla secondaria, soprattutto se impatta con un "determinismo algebrico cieco" che nega qualsiasi libertà d'azione. Il punto oggi è questo e non possiamo dire la parola fine. La scelta è nostra: dovremo decidere se farla noi umani o se farla fare ad un calcolatore.

Della pigrizia

A cura di Stefano Scrima

Giudizio: *****

È una raccolta del pensiero di araldi dell'ozio, breve, come si conviene, per consentire al lettore di tornare a praticare l'ozio, la forma di resistenza attiva al reale, al realistico, ma anche all'irreale. Attraverso i motti e gli aforismi qui raccolti l'autore si fa carico di redigere un Manifesto per una nuova umanità che coltivi mezzi ed intelletto per agire e dare al mondo un'anima. Tra queste righe e parole si trova l'inestimabile opportunità di rivedere e rivedersi, svogliati, pigri, indolenti eppure animati da un anelito per elevarsi al di sopra delle umane sventure (correre, produrre, accelerare, fare e disfare) e prendersi tutto il tempo necessario, senza farselo rubare dall'effimera iperattività, per fare ciò che ci piace. 

"Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non date retta a chi dice altrimenti."
[il buon, caro, vecchio]
Kurt Vonnegut
Un uomo senza patria
(Forse non a caso una raccolta di interventi critici di Vonnegut sulla cosiddetta "locomotiva" occidentale del mondo, gli Stati Uniti d'America)

L'evoluzione

L’evoluzione del genere umano sta tutta in alcuni (pochi, ma non pochissimi) passaggi fondamentali e puntuali che hanno modificato le prospettive del genere umano: il fuoco, la ruota, la scrittura, la polvere da sparo, la stampa, la pizza, l’elettricità, l’energia nucleare e così via.
Tra questi credo non venga preso adeguatamente in considerazione il telecomando che ha in qualche modo preconizzato la creazione di Blob che è, al tempo stesso, raffinato, arguto, orripilante, terrorizzante affastellamento delle nostre infinite scansioni dei canali alla ricerca della “visione interessante”, il Santo Graal televisivo.
Dall’artigianato casereccio all’industrializzazione (post moderna? Chiedo per un amico...), per generare un contesto attraverso elementi decontestualizzati, il passo è stato breve e fecondo. Oggi possiamo valutare Blob come la fase embrionale di un uomo (o donna) televisivo incapace di scegliere e propenso a voler abbracciare tutto insieme, perché quanto viene trasmesso nel canale successivo sicuramente incuriosisce, affermando la sua esistenza in questo abbraccio totale di bello e brutto. Non è un caso che la riproposizione di Blob “antichi” producano un senso di comune appartenenza: io c’ero. È questo il Santo Graal delle nostre esistenze, l’abbiamo visto in diretta, anche se era un montaggio pre registrato. Chiamiamola evoluzione.

Il colibrì

AutoreSandro Veronesi

Giudizio: ****

Il destino che ci accompagna, precedendoci, per alcuni è più leggero che per altri. Anche se non lo sa, un colibrì potrebbe capire quanto sia faticoso sbattere vorticosamente le ali per restare fermo e non per volare, ma del resto non fa nulla che non sia nella sua natura, perché angustiarsi?

In questo libro si racconta l'amore, si racconta l'odio, si racconta la disaffezione, si racconta la distrazione, si racconta di sfortuna e di fortuna. Un padre abitudinario, una madre sopra le righe, un bambino troppo piccolo per la sua età, una bambina troppo curiosa e troppo sensibile, un altro bambino troppo distante da tutto e da tutti, ma non sempre, purtroppo. Tra tutti loro vite lontane, anche se vissute nelle stesse case, fino a che non succede l'irreparabile. Ma l'irreparabile non è mai solo, è sempre seguito da un altro irreparabile e così via, e così via, fino alla profezia del futuro che passa attraverso altre famiglie, che apre nuove prospettive cancellando speranze disattese, fortune non messe a frutto, per errore o per volontà.

Il libro è disposto come tasselli, all'apparenza disordinati, ma solo se si pensa che il tempo sia l'unico ordine possibile. Qui l'ordine del tempo si piega e si dispiega nel disordine delle vite, nell'urgenza di trovare un inizio per approdare alla fine che abbia un senso compiuto, che sia la vera pace. A questo si giunge privati di tanto, ma non di tutto, privati dal "si poteva fare o dire", ma non per tutto, ma non su tutto. È un lungo ballo, finito come meglio non si poteva, con tutti gli errori compiuti e tutte le speranze perse, ma senza un secondo giro perché il primo è bastato, perché ora c'è la nuova speranza che tutto ciò che è accaduto è successo per quei capelli ricci che sapranno unire e non dividere. Finalmente.

Era il 9 gennaio, a Modena

Era il 9 gennaio ed ogni burocrate del sindacato sa cosa succede il 9 gennaio a Modena. Si va alla Crocetta, alle ore 9. Si arriva alla spicciolata. Si salutano compagne e compagni che vedi tutti i giorni, ma soprattutto quelli che vedi solo il 9 gennaio. Saluti con un ciao il sindaco e l'ex sindaco e quello che ha preceduto l'ex e quello che ha preceduto quello che l'ha preceduto e quello che non è mai stato sindaco, ma li conosce tutti. Si portano i fiori si onorano le vite brevi di chi ha trovato la morte troppo presto, che morire se sei un ragazzo è un'ingiustizia e questo basta.
Parli con i vecchi, sempre più vecchi, ed anche tu sei sempre più vecchio ed ogni anno scopri la novità della commozione, quella per cui non piangi perché nessuno piange perché tanti hanno già pianto tutto ciò che si poteva piangere e perché il silenzio diventa rumoroso se viene interrotto dal pianto.
Quest'anno i burocrati del sindacato hanno allestito una mostra fotografica che ricorda i 70 anni trascorsi dall'eccidio del 9 gennaio 1950 quando Modena divenne, suo malgrado, e con sommo torto per i sei ammazzati e per i duecento feriti, una Budapest, una Reggio Emilia, una Praga, con camionette e carri armati dell'esercito che scorrazzavano per la città, manganelli che roteavano, fucili, pistole, mitragliatrici che sparavano sulla folla perché la paura facesse il resto. Un uomo ammazzato colpito dalle spalle, alla nuca. Uno finito con il calcio dei fucili e lasciato in un fosso, ritrovato solo dopo, quando la morte lo aveva già raggiunto.
Al burocrate sindacale viene in mente il racconto del nonno, guardia carceraria ed allora agente di pubblica sicurezza, al quale fu consegnato l'ordine di servizio di barricarsi nel carcere e resistere ad ogni possibile attacco perché quella poteva essere la rivoluzione, ma non lo fu. Ed il burocrate pensa che il nonno all'epoca aveva 39 anni, 11 in meno di lui oggi, ma una guerra d'Africa ed una seconda guerra mondiale in più.
Il giorno dei funerali, con i parlamentari sgomenti, a Modena erano in trecentomila e non era musica da record era rabbia, era dolore, era paura.

Bambino di Modena di Gianni Rodari

Perché in silenzio
bambino di Modena,
e il gioco di ieri
non hai continuato?
Non è più ieri:
ho visto la Celere
quando sui nostri babbi ha sparato.

Non è più ieri, non è più lo stesso:
ho visto, e so tante cose, adesso.
So che si muore una mattina
sui cancelli dell’officina,
e sulla macchina di chi muore
gli operai stendono il tricolore.

Quanto sei retorico, burocrate sindacale, oggi è tutto cambiato, oggi è tutto diverso, oggi noi siamo liberi, liberi di non sapere per non dover dimenticare.

Digito dunque siamo. Piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ****

In questo manualetto ci sono piccole, medie e grandi cose che avvicinano o che allontanano. Scrivendo di cose che avvicinano ed iniziando, come si conviene, dalle piccole cose è significativa l'affinità caratterizzata dalla pizzafilia abbinata al segno astrologico della bilancia (sia ben chiaro, qui non si sta scrivendo di vaghe superstizioni e credenze aleatorie, qui si accoglie la sublime fine di una stagione, con la permanenza sempiterna ed universale della pizza che attraversa tutte le stagioni). Se emergesse che questo status è accompagnato da una predilezione per la pizza Margherita annaffiata con birra (solo se non si guida) e preceduta nella prima mattina da una colazione al bar a base di pasta (cornetto) e cappuccino questa, da piccola cosa, assurgerebbe a grande cosa. Poi ci sono le medie cose, quelle che riguardano gli uomini massa distribuiti nei posti più ordinari ed ordinati per essere meglio trascinati dalla massa qualunque sia la direzione. Infine troviamo le cose grandi come quel rissoso, irascibile, carissimo Arthur Schopenhauer. Sì, proprio lui, quello che ci ricorda che la vita è un incessante oscillare tra noia e dolore e che se cogliamo momenti di felicità questa è solo illusoria. Siamo venuti al mondo per soffrire e per dare continuità alla specie, nulla di più. Questi assunti ci conducono ad un'altra cosa grande di cui cantava Guccini narrando del "frate" che parlava di Dio e Schopenhauer. Sacro, profano, sacro è pur sempre un incessante dondolare.

Parlando di grandi cose che allontanano, tanto paradossalmente quanto con certezza, si possono annoverare con ottime ragioni i social media. E di questo l'autore scrive. Ci ricorda quanto la "democratizzazione" del World Wide Web, accentuata dalla nascita dei social media, ha amplificato le nostre propensioni narcisistiche ed egocentriche. Siamo schiavi del "mi piace" a tutti i costi e non ci prendiamo il tempo di pensare bene (da non confondere con la pratica omologata dei benpensanti) ed approfondire per capire cosa scriviamo o cosa rilanciamo. Che sia il vero o il falso, che sia stupido o arguto non ci interessa quasi non ci riguardasse. Tutto deve essere ora, tra 1 minuto sarà troppo tardi, quindi ci esponiamo senza avere consapevolezza dei rischi che corriamo. E ci rinchiudiamo in una "bolla" nella quale un algoritmo ci indica cosa dobbiamo vedere perché l'algoritmo sa che è quello che vogliamo vedere.
In questo è assai felice una metafora raccontata da una collega. Frequentare "amici" sui social media è come essere in un abitacolo di un'auto con altri quattro amici che hanno deciso di andare in vacanza insieme. Il viaggio di andata sarà una soave apoteosi del reciproco rafforzamento delle rispettive affermazioni, la comunanza di intenti per un'avventura prossima e comune. Io aggiungo che il viaggio di ritorno potrebbe avere esiti differenti. La vicinanza non mediata da uno schermo potrebbe condurre altrove.

Giunto a questo punto mi piace raccontare un delizioso aneddoto paradigmatico (qualunque cosa significhi utilizzare questo termine in questo contesto, ma fa tanto "introdotto" e poi il precedente delizioso è sempre parola che cattura attenzioni e "mi piace"). Era il 2008 ed un amico per ricordare il nome del personaggio Disney del quale voleva discettare con mia figlia, massima esperta mondiale dell'argomento, fece una ricerca su Google (oggi si dice googlare, all'epoca forse si diceva ignorare, certamente lo si immaginava anche senza dirlo). Ne seguì l'imperdibile confronto tra "esperti" che si concluse degnamente con mia figlia che propose di prestare al mio amico dvd e libro perché approfondisse l'argomento sul quale aveva profonde lacune. L'amico, sufficientemente pieno di spirito da accettare la "sconfitta" si rivolse a me dicendomi "ti ho cercato su Facebook, ma non ci sei. Se non sei su Facebook non esisti!". Questa semplice frase priva di qualsiasi senso però mi "costrinse" a registrarmi "volontariamente" sul nuovo pianeta digitale dove avrei potuto rimanere in contatto con tutti, anche con gli sconosciuti. In compenso oggi ho perso di vista quel mio amico... Non è vero, ma spero si riconosca per mettere uno schioccante "mi piace" a questo racconto. Mia figlia, al contrario, sarà stimolata all'azione uguale e contraria, mi aspetto quindi uno scudisciante "grrr", ma come abbiamo imparato fin da piccolissimi "bene o male purché se ne parli"!

Come sempre Scrima ci consegna una lettura semplice, lineare, sintetica. Un invito ben chiaro, basta poco, checcevò!

Avevo voglia di leggere un libro e lo ha scritto Stefano Scrima (semicit.)

Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la storia

AutoreStefano Mannucci

Giudizio: ****

Un libro assai denso e colmo di "vite vissute" che vanno ben oltre il "sesso, droga e rock'n'roll" pur essendo questi tre elementi caratteristici abbondantemente presenti. Una carrellata epica: ciò che è stata la storia in presenza del rock non è solo storia, ma è rock'n'roll. Con tutte le contraddizione di una cultura che nasce libertaria, spensierata, divertente, eccitante, ma che viene somministrata attraverso "il sistema" economico e commerciale che rende quasi tutte le rock star ancora in vita delle sopravvissute a loro stesse, stritolate dal sistema che le ha rese il mito che sono diventate. In alcuni casi spremute e gettate.
Del resto parliamo di Artisti con la A maiuscola che hanno "donato" piacere a miliardi di persone ed il cui ego è cresciuto a dismisura al crescere della loro fama e degli inevitabili privilegi (disporre di un jet personale e non di una semplice utilitaria modifica inevitabilmente la percezione che hai della vita), con tutto ciò che questo comporta. I più forti o fortunati sopravvivono, i più fragili periscono donando la loro vita al mito del rock. Molti di essi finiscono nel club dei 27. Altri no, ma solo per questioni meramente anagrafiche e comunque anche tutte queste vite spezzate precocemente sono immolate sull'altare del rock, diventano la storia del rock, il mito di intere generazioni.
Elemento certamente interessante nel libro sta nel tentativo di interlacciare l'epopea del rock alla storia che si studierà sui banchi delle scuole. Ed in questo contesto gli attori del rock non sono semplici orpelli di folklore, ma diventano oggetto e strumento di innegabili mutamenti della società, se non della storia in senso stretto. A partire dal cambiamento delle modalità con cui l'umanità ha fruito i piaceri prodotti del rock.

Se il rock è morto, viva il rock.
Se il rock è vivo, viva il rock.

Il mondo di Sofia

Autore: Jostein Gaarder

Giudizio: ****

Un riascolto a distanza di 25 anni.

Un romanzo filosofico che, a 25 anni, mi indusse ad una lettura forsennata e vorace. Dopo aver "incontrato" De Crescenzo mi ero imbattuto, nuovamente, in una lettura semplice della storia della filosofia e fu un'epifania. Questo libro è la "fiaba" del pensiero occidentale e della sua evoluzione gettata in pasto a me che ignoravo quasi tutto. Fu una scorpacciata.
Un compagno di pallavolo, ricercatore alla facoltà di lettere e filosofia di Bologna, disse che De Crescenzo e "questo tale" erano i "Novella2000" della filosofia. E lo diceva dal pulpito dei suoi studi tomisti. Ubi maior minor cessat, ma, nonostante lo sberleffo da spogliatoio, il romanzo mi appassionò e mi suggerì elementi di riflessione che erano rimasti sopiti in me da quando la maestra cercò di spiegarci chi erano e cosa facevano i filosofi. Ricordo che a quel tempo rimasi imprigionato in un pensiero senza fine: "i filosofi pensano chi sia l'uomo per cercare risposte universali, ma, essendo umani, non faranno altro che pensare a loro stessi che certamente sono solo una piccola parte dell'universo e non l'universo. Come potrebbero trovare le risposte? Sarebbe necessario cercare risposte universali..." e via così, via così, via così. Forse anche per questi cortocircuiti alle pareti delle scuole elementari Carbonieri in Modena andavano fortissimo i poster dei dinosauri e le carte geografiche, ma non raffigurazioni di filosofi.

L'inverno scorso, a causa di un paio di operazioni agli occhi che costrinsero mi figlia a rimanere praticamente al buio per qualche giorno, le acquistai due audiolibri per passarsi il tempo. Ascoltò e riascoltò il Canto di Natale di Dickens, ma snobbò Il Mondo di Sofia. L'ho ascoltato io in queste settimane, memore di un ricordo fuori dalle righe, una personale mitizzazione (al pari della finale di Wimbledon tra Borg e McEnroe nel 1980, per dare il senso del livello dove è collocato nel mio "immaginario personale").
Ieri ho portato a termine l'ascolto e posso rivelare due cose. La prima è che avevo completamente rimosso alcune parti della storia, "cannibalizzate" da altre parti che, risentito il racconto oggi, non sono necessariamente le più importanti. La seconda è che questo è un romanzo filosofico che incidentalmente utilizza i filosofi ed i loro pensieri per narrare una grande fiaba e non per soli bambini. C'è un maestro, Alberto, e c'è un'allieva, Sofia, intrecciati alla filosofia ed alla vita, loro e di altri, non priva di sorprese anche divertenti per quanto possa apparire serio e lineare un argomento grandioso come l'amore per la conoscenza.

Io ho riletto pochissimi libri (I Ragazzi della Via Pal, Il Giro del Mondo in 80 Giorni, Aniceto ovvero la Bocca della Verità, Il Compagno Don Camillo), ma questa non è una rilettura è il primo "ascolto" e quindi Aristotele la catalogherebbe in un'altra categoria, seppure sempre sotto il cielo stellato. Ne è comunque valsa la pena, con buona pace per gli studi tomisti.

La Festa dell'amore sospesa sotto un albero, davanti al presepe

Un Natale controverso non si nega nemmeno ad un viandante, ad un barbone, ad un benpensante, ad uno straniero incompreso, ad un ricco depresso, ad un giovane sognatore, ad un povero mentitore.

Si dice che l'atmosfera riempia i cuori, ma non è sempre vero. Succede a coloro che se lo possono permettere, ma lo fanno una sola volta all'anno. Accade proprio per via dell'atmosfera perché costoro non vogliono dimenticare ciò che sono nel mondo vero, quello senza luci, che ruota sul perno della gratificazione personale e che non può essere fermato per pensare a quanto siano abitualmente vuoti i loro cuori.
Poi ci sono coloro che non possono dimenticare nemmeno un minuto ciò che sono, ciò che vedono, ciò che sentono ed hanno i cuori colmi, a volte stracolmi. Per loro l'atmosfera è un orpello inutile, a volte perfino fastidioso per l'esplosione dell'ipocrita benevolenza che loro sanno apparire per pochi giorni e sparire per un anno intero.
Infine tutti gli altri, che siano ricchi o poveri, belli o brutti, biondi o mori. Per loro il tema natalizio resterà in bianco. E non per via della neve, ma per effetto del mancato svolgimento: giudizio finale "non classificabile", si dovranno presentare per riparare.

E tu barbone, o viandante, o passante, diseredato dalla vita, cosa ti aspetti se non la compassione di chi, con zelo, ti ignora per l'intero anno? La bontà ti sfiora solo un poco, accontentati che chi lo fa gode. Godi anche per tutti noi, belli, bravi, buoni. Poi torna da dove sei venuto che le nostre coscienze non sono pronte ad esposizioni prolungate. 
L'anno prossimo andrà meglio, l'anno prossimo saremo più buoni. L'anno prossimo però nasconditi meglio, diseredato, la tua vista ci strapperebbe il cuore e come faremmo a riempirlo se ne fossimo privati?

Scegli quello che vuoi, ma sceglilo anche per noi

Una questione semplice, che semplice non era, pur nella sua elementare semplicità, lo avvolse e lo colmò di dubbi. Fu una atroce sorpresa, non gli era mai successo.

Aveva sempre rifiutato il dubbio in qualsiasi modalità, stile o forma. Esistono gli atomi anche se non li puoi vedere? Certo! Allo stesso tempo esistono gli unicorni anche se non li hai mai visti? Certo che no! E degli extraterrestri cosa mi dici? È ragionevole pensare che possano esistere, ma non è ragionevole pensare che esistano con certezza e men che meno che siano in grado di mostrarsi a noi.
Razionalizzava ogni cosa rendendola al bisogno ipotesi, tesi, sintesi purché funzionale a garantire la solidità di qualsiasi suo ragionamento o congettura. In questo era un campione, usciva indenne da qualsiasi situazione rafforzando il suo bagaglio di certezze. Non esisteva contro esempio che lo potesse far dubitare.

Dove stava il "bene" per lui era chiarissimo, tanto quanto dove stava il "male". Lo dimostrava in modo talmente evidente che non si accorse di ciò che stava accadendo. Gli altri iniziarono a riconoscergli questa straordinaria qualità. Lo fecero inizialmente in modo individuale succhiando personalmente le sue certezze adattandole ai loro bisogni. Questa cosa funzionava, tutti coloro che se ne avvalsero ne trassero beneficio diretto, qualunque fosse l'oggetto della disputa. 

Questa nomea si diffuse non troppo rapidamente, ma in modo capillare fino ad un momento in cui la questione iniziò a riguardare gruppi coesi ed omogenei e non più singoli individui. Le situazioni che si presentarono a lui erano comunque riconducibili ad una entità unica, seppur composta da persone raggruppate. Le certezze continuarono ad esistere e consolidarsi come nel caso dei singoli individui. Chi ne trasse beneficio erano diventati gruppi di persone, con estrema soddisfazione reciproca: poteva essere utile anche ad una molteplicità di persone.

Il dubbio, però, non tardò ad insinuarsi quando non interloquì più con singoli gruppi omogenei, ma fu tutta la collettività a chiedergli l'opinione. Non furono più quesiti su cosa è meglio fare nella situazione data per un gruppo ristretto, ma divennero un impegno assai più complesso perché riguardava tutti. Gli dissero scegli quello che vuoi, ma sceglilo anche per noi.
Le questioni si fecero quindi confuse, meno lineari, controverse ed iniziò a maturare il dubbio di non essere in grado di dare risposte così ampie. Era solo l'inizio della fine. Insinuatosi in lui il dubbio non riuscì a rispondere alla collettività, ma nemmeno ai gruppi omogenei e, addirittura, agli individui. Anche le questioni più semplici non gli apparvero più tali. Iniziò a macerarsi con il dubbio che avere solo certezze fosse la cosa più pericolosa perché quando il dubbio sarebbe sopraggiunto, inesorabile ed irresistibile, qualsiasi certezza sarebbe stata annullata. Iniziò quindi a dubitare dell'esistenza degli atomi, a supporre dell'esistenza degli unicorni fino a che gli extraterrestri non lo rapirono e non lo rilasciarono mai più. Nessuno seppe del rapimento alieno, tutti lo pensarono fuggito per la vergogna.

Oggi i più anziani del paese si ritrovano in piazza e, spesso, rievocano quale fu la questione finale che lo turbò al punto da annullare tutte le sue certezze. La domanda posta da una vecchia signora era tanto semplice che avrebbe saputo rispondere anche un bambino, ma non lui, non più dopo di allora: "Sei felice?"

Tempi clandestini al passo coi tempi

Erano stati tempi clandestini quelli in cui seppi districarmi meglio di tanti, peggio di altri. Fu una notte assai lunga nella quale lo schierarsi poteva essere la morte ed il non schierarsi sarebbe stata sicuramente la morte.
Poi il tempo volse a nostro favore, le genti volsero a noi i loro cuori sempre con umiltà e partecipazione certi che sarebbero stati utili per un valore superiore purché avesse, per loro stessi e non per altri, un valore tangibile. Nel clamore che seguì non riuscii più a ritrovarmi, perso a me stesso, riconoscibile solo agli altri, clandestino di me stesso.
Amai i primi tempi clandestini, di studio e sofferenze, durante i quali ci nascondemmo alla morte, mentre nel seguito, seppur vincitori, ci nascondemmo alla vita. Avevamo fatto il nostro, avevamo esaurito l'inerzia della propulsione iniziale che ci aveva sospinto a dire e fare quello che altri non dissero e non fecero. Quando questi ultimi iniziarono a parlare, rimanendo accomodati sulle loro sedie senza particolari idee, ma con particolari ossessioni, era chiara la nostra fine, era evidente la prossima nuova ed irriducibile clandestinità in nome del detto e non fatto, del fatto, ma non abbastanza bene. Eravamo diventati irrilevanti prima ancora che obsoleti. Saremmo stati i primi, ma poi sarebbero sopraggiunti anche gli altri, loro e nostro malgrado.
Provai a dirlo prima a me stesso che a tutti noi, ma non riuscivo a comprendermi, mentre comprendevo perché tutti non mi comprendevano. Mi parevano già irrilevanti ed obsoleti con tutto il loro armamentario riciclato e messo a nuovo per ogni occasione.
Era di nuovo scesa la notte e sarebbe bastata questa per la nuova clandestinità, una clandestinità alla luce della luna e poi del sole era all'orizzonte. Non era più vita o morte, ma solo oblio. 

Sull'esistenza della differenza di genere

Lettera ad un ipotetico "insopportabile so tutto io" con buona pace per chi invece le cose non le sa e se le studia.

Questo ipotetico figuro nega l'esistenza dell'insopportabile differenza di genere con la stessa foga con cui un bambino negherebbe l'inesistenza di Babbo Natale che gli fa trovare doni a sua sorpresa sotto l'albero di Natale ("se dico che so che non esiste potrebbe smettere di portare i regali che gli ho chiesto consegnando una lettera a mamma e papà", elementare Watson). È per questo che, con tanto di barba bianca, faccio dono di questa lettera da collocare sotto l'albero e per tutti gli "insopportabili so tutto io" sarà festa.

Ehi, tu! So che sai già tutto, si vede dall'atteggiamento, si vede da come deambuli e si vede da come non ascolti. Ma non importa, so volermi abbastanza male da renderti partecipe di cose che tu vuoi tenere nascoste e, nonostante l'esasperante saccenza che mostri, ti scrivo cose che servono a me. Hai capito bene, servono a me. Quindi non ti esaltare, sgonfia il tuo smisurato ego perché non sei tu che mi interessi che, se fosse per me, ti spernacchierei da mattina a sera.
A me interessa l'argomento che mi opprime, che mi intristisce, che mi fa rabbia. Terrò a mente i riferimenti in modo che tu, ogni volta, non debba ripartire da capo per dirmi che tu lo sai ed io no, che tu lo sai ed io no, che tu lo sai ed io no. Sei pedante! Ma cosa sai tu, se neghi che la differenza di genere esiste? Ma cosa vuoi sapere tu che sei un insopportabile peluche? (semicit.).

Il tema della differenza di genere sul lavoro non nasce oggi e nemmeno ieri. Infatti impegna l'ILO (tu già sai che è acronimo di International Labour Organization, ma non tutti sono imparati come te, lasciaci respirare per amor del cielo!) da diversi anni. Sono state prodotte quattro convenzioni di parità di genere di cui riporto i link
- 100 >> http://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO::P12100_ILO_CODE:C100
- 111 >> http://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO::P12100_ILO_CODE:C111
- 156 >> http://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO::P12100_ILO_CODE:C156
- 183 >> http://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO::P12100_ILO_CODE:C183

Sull'argomento che dici di aver affrontato, signor saputello, affermi che la questione non esiste (digressione: ti piace più riferire il termine "smazzato" che restituisce il faticoso e vittorioso singolar tenzone in cui ti sei gettato a capofitto per negare l'esistenza di una condizione che è sotto gli occhi di tutti e, proprio per questo, molti non la vedono perché la ritengono la norma, ti piace vincere facile, vero?). Io, ingenuo ricercatore di documentazione, perché non sono nato imparato come te, sono tanto ingenuo da non farmi saltare alla mente questo pensiero: "ma che incredibile dispendio di tempo e risorse comuni per una cosa che non esiste!". E no, sono di coccio, non ci ho pensato, per tua sfortuna.
È ILO stessa a darmi una risposta ragionevole. Infatti, nonostante i significativi progressi, le donne non hanno raggiunto compiutamente la parità di genere sul posto di lavoro. Insomma la discriminazione non è che non esiste, esiste solo un po', a volte di più, a volte di meno. Certo se tutti fossero virtuosi come il Ruanda (non è un refuso) le cose andrebbero meglio, ma ILO deve nuotare nello stagno che ha a disposizione e confrontarsi anche con i paesi socialmente e culturalmente più sviluppati (non è un refuso). Questa affermazione potrebbe essere accolta come giustificazione per una struttura che effettivamente non serve molto (ILO, what else?), serve solo un po', ma la cosa sorprendente è che vengono realizzate pubblicazioni che fotografano la situazione in essere che mostra come le discriminazioni non sono invenzioni complottardo-femministe dove viene messo in evidenza il divario di genere nel lavoro in tutto il mondo >> http://www.ilo.org/global/about-the-ilo/multimedia/maps-and-charts/enhanced/WCMS_458201/lang--en/index.htm
Il contenuto di questo link, di facile lettura anche per i saccenti e provato da me medesimo, è interessante perché mostra la distribuzione e le relative differenze di genere esistenti in termini di occupazione, di riconoscimento dell'ammontare delle ore lavorate ed effettivamente pagate, di qualificazione dell'attività lavorativa e delle pensioni, ma è una semplice e rapidissima carrellata, nulla di che.
Una ulteriore pubblicazione analizza le disuguaglianze di opportunità, trattamento e risultati tra donne e uomini che persistono nei mercati del lavoro. La discriminazione di genere si verifica spesso in fase di assunzione, in caso di gravidanza / maternità, nel periodo di crescita dei figli. Insomma le solite banalità degne di un organismo internazionale inutile (ILO, what else?). In tutto questo il divario retributivo tra uomo e donna rimane alto (accidenti "insopportabile so tutto io", lo hai nascosto sotto il tappeto per mostrare che tieni la tua casa di idee linda e pulita?) con l'aggravante che le donne hanno maggiori probabilità di subire violenza sul lavoro, sia essa fisica, psicologica o sessuale (opperbacco! E tua saccenza non se ne cura? Non è che hai smazzato carte da gioco per un poker con gli amici? Forse sì, poveri noi,...) >> http://www.ilo.org/global/topics/collective-bargaining-labour-relations/publications/WCMS_528947/lang--en/index.htm

ILO, non paga di occuparsi di cose che secondo Sua saccenza al mondo non esistono, mostra interesse per la "fantasia perversa" di complottarde femministe, fantasie che sono il portato di una propensione femminile a fare scelte di lavorare meno ore in attività meno retribuite, mentre gli uomini, più propensi al rischio, preferiscono fare lavori più remunerativi come andare in miniera o fare gli operai (ma davvero non ti senti un po' ridicolo nel fare tali affermazioni?). In questa distopia in cui ti trovi ti informo (scusa, tu già lo sai, altrimenti questa non la interpreteresti come distopia, che stupido che sono) ILO ha definito un piano d'azione per rendere operativo il criterio della parità di genere perseguito dall'ILO stessa >> http://www.ilo.org/gender/Informationresources/WCMS_351305/lang--en/index.htm
Letture oltremodo corpose che dubito vorrai esaurire in tempi brevi perché aprire gli occhi dal sonno profondo è fatica, ma soprattutto rimuovere tutta la polvere che hai cercato di nascondere sotto il tappeto deve essere massacrante. Comunque i link li deposito qui per tenerli a nostra disposizione come riferimenti delle "fantasie umane" con cui siamo costretti a confrontarci. 

Depositati i dati ricapitoliamo un po'.

1. Esiste un divario retributivo di genere che è la differenza salariale tra uomini e donne calcolata sulla base della differenza del salario medio lordo orario e non del montante. In Europa l'Italia non è la peggiore, peggio delle donne italiane stanno, tra le altre, tedesche ed austriache. Il senso però non cambia: la differenza sta nella paga oraria lorda >> http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/03/03/lavoro-ce-differenza-tra-uomo-e-donna-lo-stipendio-dice-di-si-per-le-donne-109-in-meno/
Le scelte formative delle donne sono nel tempo state fortemente influenzate da una cultura che le escludeva completamente dagli studi. Non dimentichiamo che le donne hanno conquistato il diritto al voto in Italia nel 1946. Sono passati solo 70 anni per una cosa che ora, giustamente, diamo per scontata. Comunque sia le donne hanno nel tempo ridotto il gap culturale di accesso agli studi. Nel giro di 6/7 generazioni hanno avuto la possibilità di scegliere liberamente la formazione che più le stimola e le gratifica. Questo è avvenuto, per esempio, in medicina più che in altri indirizzi scientifici, ma non vedo motivi per cui la distribuzione, nel tempo, non diventi omogenea e paritaria. La retorica di astrosamanta è stucchevole, ma ci dice che le donne potranno fare anche le astronaute. Sorpresa: gli uomini potranno fare anche i "signori delle pulizie".

1.1 Che le donne guadagnano di meno è un dato di fatto, non una teoria cospirazionistica di stampo femminista. Questa differenza non me la sono sognata dopo una cena abbondante, è una quantificazione successiva all'osservazione di analisti (suppongo ci siano anche maschi, tra le altre, nel pool di analisti che osservano queste dinamiche).
Le donne, pur "costando" meno, sono "portatrici sane di inconvenienti connessi": partoriscono, crescono figli, curano genitori ed hanno un secondo lavoro domestico non retribuito. Sono quindi potenzialmente "inaffidabili". Peraltro da qui nacque l'utilizzo abominevole ed illegale delle dimissioni in bianco ora arginato.

1.2 Certamente fare figli non deve e non può essere definita responsabilità del datore di lavoro, a meno che questo non trovi agio di procedere in modo consenziente con qualche dipendente di sesso femminile (semmai l'esame di coscienza collettivo potrebbe a ben vedere orientarsi verso una valutazione su molestie e violenze nei luoghi di lavoro). Siccome però, liberamente, le donne possono decidere di fare figli (peraltro di norma con uomini) la legge garantisce loro delle tutele. L'ulteriore prova che l'uomo mediamente guadagna più della donna è che la cosiddetta "maternità facoltativa", oggi più idoneamente definito congedo parentale perché fruibile in modo alternativo anche da parte del padre, viene in realtà richiesta quasi esclusivamente dalle donne perché, anche per i motivi sopra citati, hanno un reddito inferiore, quindi, in valore assoluto, il reddito familiare si riduce meno.

2. Qualcuno sostiene (l'"insopportabile so tutto io" tra gli altri) che le scelte di vita e di lavoro delle donne, più che a questioni di genere, pare che siano riconducibili a condizioni psicologiche. Allo scopo si citano esempi del tutto fuori contesto: la scelta di mestieri come manovale / minatore / pescatore non avviene in base ad una predisposizione psicologica orientata ad un reddito mensile più alto (sono tutti mestieri molto faticosi ed assai mal pagati rispetto al parametro "fatica"), ma ad una scolarizzazione non idonea ad aspirare a mestieri meno faticosi e meglio retribuiti. Proviamo a traslare questa valutazione sulle donne e scopriremo che, anche nonostante la scolarizzazione più adeguata, a loro vengono negati o limitati percorsi lavorativi, in generale, o di carriera in particolare.
Una canzone degli anni '70 diceva che "anche l'operaio vuole il figlio dottore". In quel contesto la moglie/madre era una casalinga senza possibilità di scelta, ma quel tempo è per fortuna passato, nonostante un trattamento diversificato tra uomo e donna sia ancora in essere: all'epoca era inibito l'accesso ad un lavoro per gran parte delle donne, oggi è il mancato riconoscimento paritario del proprio lavoro. La società è cambiata, ma le donne sono ancora soggette a trattamenti discriminatori.

3. Infine, ma non meno importante, la violenza, fisica o psicologica che sia. A fronte di X atti di violenza di uomini nei confronti delle donne quanti sono gli Y atti di violenza a parti invertite? Se X=Y la cosa sarebbe riconducibile alla malvagità insita nel genere umano e darebbe conferma che uomo=donna. Siccome però X>>Y io penso che il problema ci sia e vada capito e possibilmente affrontato e non sottovalutato, a partire dal fatto che chi, nella maggior parte dei casi, detiene potere nei luoghi li lavoro è maschio.
Non sono interessato a rappresentare una falsa indole alla bontà d'animo delle donne che sanno essere cattive tanto quanto possa essere un uomo (anzi spesso lo imitano nelle peggiori caratteristiche). Non mi permetto nemmeno lontanamente di affrontare il tema della disparità di genere utilizzando il più classico approccio maschilista: tu donna, io uomo, lascia che ti protegga. Le donne hanno risorse proprie, ma al contempo constato che, ad oggi, c'è un problema di violenza di genere e pure un problema di carenza di pari opportunità e di trattamenti economici e di carriera.

Quindi, esimio "insopportabile so tutto io", mi dispiace per te (in realtà non è vero, non mi dispiaccio per chi nega la realtà per preconcetto e sbatte con il naso sul suo preconcetto), ma questa non è quella che potresti erroneamente scambiare per una ideologia femminista. È, più semplicemente, una constatazione dei dati a nostra disposizione. Se non lo vuoi vedere, purtroppo, il problema non è solo tuo, è soprattutto mio e dello stato delle cose che sarà sempre più difficile modificare: se il problema esiste, ma qualcuno non lo vuole vedere, la mistificazione che conduce a dire che il problema non esiste è dietro l'angolo. Nel mio piccolo non voglio negare a mia figlia la possibilità che pensi "mio padre non ha risolto il problema, però sapeva che c'era e non lo ha sottovalutato".

Questa lettera è stata concepita qualche anno fa e mai scritta in modo compiuto all'ipotetico "insopportabile so tutto io". Purtroppo quasi nulla è cambiato per la gioia dell'"insopportabile so tutto io" che si balocca nell'autocompiacente pensare che se il problema non esiste non c'è nulla da fare per risolverlo.

Si credeva, ma nessuno sapeva

Si credeva fosse Carlo, ma avrebbe potuto essere Ernesto, Antonio, Piero, Luigi. Lo si vedeva passare davanti al bar con le mani legate tra loro dietro alla schiena e con la testa bassa come a cercare i sassolini lasciati il giorno prima per tornare a casa. Nessuno gli parlava, era un cittadino noto a tutti, ma dall'ignoto passato e presente.
Alla mattina comprava il giornale, tutti i giorni di una differente testata, e si sedeva per 30 minuti, non uno di più, non uno di meno, lungo il vialetto del parco sulla panchina di fronte ai campi da bocce che, a quell'ora, nessuno frequentava. Immerso nella lettura nessun rumore, nessun passaggio lo distoglieva. L'unico movimento che produceva era girare le pagine del giornale con gesto ampio e concluso a ripiegare il foglio in due.
Passati i 30 minuti si alzava, infilava il giornale piegato in quattro nella tasca della giacca e, con le mani legate tra loro dietro alla schiena e la testa bassa, tornava da dove era venuto.
Non dite che era scialbo o brillante, che era triste o felice, che era solitario o socievole, che era cattivo o buono, perché nessuno lo conosceva per poterlo affermare. Era persona nota per la quale, quando i carabinieri chiesero notizie a seguito della sua scomparsa, nessuno seppe dire se era Carlo, Ernesto, Antonio, Piero o Luigi.

Da "Perché non mi chiamo con il mio nome" di Max Vonsy

Il servizio militare alla luce dei quasi trent'anni trascorsi

Alcune considerazioni sul perché ritengo sia stato utile per me fare il servizio militare e sul perché spero che mia figlia possa fare altro

Travaglio, in un suo editoriale primaverile, concordava con l'ex ministro Salvini almeno su un punto: la reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Vi invito a cercare questo testo e leggerlo perché Travaglio utilizza le suggestioni della sua esperienza personale, esattamente come posso fare io, carrista Caiazzo, 9/90 (nono scaglione del 1990), incarico 16b. Per i non addetti ai lavori l'incarico 16b è il cannoniere di carro armato, all'epoca modello Leopard. Il cannoniere è quello che spara con il cannone da 105 o con una mitragliatrice MG. [Nell'immaginario collettivo, quest'ultima, è la mitragliatrice che Rambo impugna, una per braccio, come se fossero una rivoltelle, ma vi garantisco che peso e rinculo la rendono inutilizzabile in questo modo da un essere umano]. L'incarico è quindi quello di "assassino" con 3 complici: servente, pilota e capo carro.
Ma questo poco importa alle considerazioni che seguono sulla mia esperienza del servizio di leva.

I punti dirimenti, secondo Travaglio, risiedono nel fatto che ordine, disciplina ed allontanamento da casa diano conoscenza, consapevolezza, rispetto necessario in un mondo più ampio che la vita borghese non darebbe ai giovani. Il concetto viene solo abbozzato, non lo si espone compiutamente perché l'editoriale è di una sola colonna e non possiamo pretendere molto di più dalla suggestione tratteggiata come romantica esperienza di passaggio all'età adulta da parte di Travaglio. In fondo è un giornalista e non un poeta. Per Salvini, invece, è l'educazione il punto saliente, anche se non si sa bene a cosa, certamente non al rispetto degli altri visto i comportamenti del "milite in congedo permanente effettivo" Salvini (ebbene sì, Salvini pare abbia assolto l'obbligo di leva).

Sui punti enunciati da Travaglio mi trovo in sostanziale sintonia, c'è un fondo di verità. Il ventenne che esce da casa e, per la prima volta in vita sua, ha l'assoluta responsabilità individuale di ciò che fa, di come si comporta nei rapporti interpersonali senza il "clan" di contorno (famiglia ed amici) è convincente. La necessità di relazionarsi con gli altri in un ambito sconosciuto è elemento di crescita e di esperienza relazionale.
Farlo secondo un "galateo" fuori dall'ordinario per cui ogni volta che ti chiama un superiore devi scattare sugli attenti e gridare "comandi!" mi appare elemento distorsivo, ma certamente richiede presenza di spirito e di adattamento. Poi c'è la convivenza tra commilitoni, i dialetti incomprensibili, le abitudini inaspettate. Tutto questo prescinde dal protocollo militare ed arricchisce.
Io, per esempio, ho scritto, sotto dettatura, alla madre del mio compagno di branda, Giuseppe. Era un ragazzo gentile, educato, timido e faceva l'ambulante con i genitori. Nel gestire conti e resti io non avrei saputo tenere il suo passo ed in effetti quando si usciva per una pizza i conti sapevamo che li avrebbe fatti lui, ma con le "lettere" aveva grossi problemi. A partire dall'ordinario e del profitterolles che chiamava "i bal dal can".

A Giuseppe successe un "incidente" con il sottotenente di un altro plotone. Il mio compagno indossava scarpe da ginnastica perché gli anfibi gli avevano prodotto profonde ferite per la rottura delle vesciche ed in infermeria lo avevano dispensato per una settimana. Doveva però portare la "velina" (la dispensa timbrata dal responsabile dell'infermeria) sempre con sé. Una sera scendemmo dalla camerata per andare in mensa. Eravamo un gruppetto di 7/8. Ci fermò il sottotenente (incidentalmente paracadutista) che gli gridò: "dove credi di essere? Pensi di essere a casa tua? Stai punito!". Gli altri si dileguarono, io restai perché il povero ragazzo era sommerso dall'accusa senza capire cosa aveva fatto per meritare la punizione, stava affogando, non riusciva a parlare. Cercava la "velina", ma non la trovava e tremava, l'aveva lasciata nell'armadietto? Dissi che potevo testimoniare perché lo avevo accompagnato io in infermeria, quindi c'era una spiegazione da fornire al sottotenente, ma per quest'ultimo non era sufficiente. Dissi all'ufficiale che sarei salito io a recuperare la velina per risolvere l'equivoco. Il sottotenente mi guardò e disse: "Caiazzo, facciamo così. Io ti do questa possibilità, ma se mi state prendendo per il culo punisco anche te! Corri che ho fretta!" mentre mi strappava la strip sulla quale era stampato il mio nome. Per fortuna trovai la "velina", scesi con il fiatone e la mostrai all'ufficiale che gridò: "Caiazzo! Bel nome! Non farmici giocare! È tua la dispensa? Sei tu che me la devi mostrare o questo imboscato?". L'imboscato ovviamente era il ragazzo con i piedi doloranti che ebbe la prontezza di prendere la "velina" dalle mie mani e mostrarla all'ufficiale che la lesse. Terminata la lettura ci disse che potevamo andare, non prima di ricordare che l'indomani avrebbe verificato personalmente se indossava gli anfibi perché la dispensa scadeva. A me restituì il nome da apporre sulla mia divisa.

Giuseppe era di Torino, ma non legava nemmeno con i suoi concittadini, era troppo timido. Però dopo questo episodio si avvicinò al gruppo della nostra squadra. Ed un giorno mi fece la fatidica domanda: "mi aiuti a scrivere a mia madre?". Pensavo scherzasse poi capii quando aggiunse "Lei non sa leggere e non voglio fare brutta figura con chi le leggerà la mia lettera".
Sono certo che Travaglio l'avrebbe "adeguata" molto meglio di come feci io, ma Giuseppe dovette accontentarsi di me. Se sono cresciuto non l'ho fatto grazie al servizio militare. Per mia fortuna avrei fatto le stesse cose anche in un contesto borghese e certamente senza subire l'autorità ottusa che abbiamo subito. Certo l'ufficiale non era "cattivo" lui doveva far rispettare ordine e disciplina e questo era il meccanismo. Non è educazione, ma obbedienza, cieca
Il comandante di un altro plotone, qualche giorno prima che la tradotta ci portasse al corpo di destinazione, fece un appello alla responsabilità di tutti per proseguire nel miglior modo possibile l'anno. Bisogna ubbidire, sempre, in modo pronto e completo. Non chiedersi perché è stato dato un ordine, lo si deve solo eseguire perché durante il servizio militare non verrà chiesto nulla di strano, nessuno di voi finirà su carri armati. È ironico che io, ed altri, siamo finiti proprio sui carri armati, altrettanto ironico che il sottotenente che ci ricordo i nostri doveri ed obblighi non sapesse delle nostre destinazioni, aveva solo ubbidito ad un ordine.

L'allora ministra della difesa, Trenta, ha parlato anche di romanticismo. Sì, è vero, il termine romanticismo spacchetta il reale dall'immaginato o dal ricordato giovanile. I bei ricordi della gioventù sono romantici e forse anche quelli più brutti cui vieni sottoposto per acquisire la disciplina.. Personalmente, a quasi trent'anni da quel periodo, riesco a vedere qualcosa di romantico come aiutare un ragazzo, come me, in difficoltà,
Oppure affrontare il capitano per aprire l'armeria della compagnia. Lui terminava il servizio di "capitano di settimana" del battaglione ed io smontavo da una guardia settimanale [2 ore di guardia e 6 ore di riposo per 7 giorni consecutivi]. Ero formalmente ancora di guardia quando l'ufficiale di picchetto venne da me dicendomi che l'armeria della mia compagnia doveva fornire le armi al PAO, ma non c'erano né il furiere, né l'armiere perché entrambi in licenza (per chi non sa cosa sia il PAO consiglio la lettura di "Pao Pao" di Pier Vittorio Tondelli). Ancora con la baionetta in cintura scrissi in triplice copia l'ordine di servizio da protocollare e mi affacciai all'ufficio del capitano. Dopo aver sbattuto i tacchi e salutato militarmente dissi
"Signor capitano, l'ufficiale di picchetto mi ha detto che la terza compagnia deve mettere a disposizione le armi per il PAO. Non c'è il furiere e quindi ho già scritto in triplice copia l'ordine di servizio, ma lei deve aprire l'armeria."
"Caiazzo, ti rendi conto che io smonto da una settimana di servizio?"
"Signor capitano, me ne rendo conto, ma le armi devono essere consegnate e lei si renderà conto che anche io sto smontando da una guardia settimanale."
Mi guardò rimanendo in silenzio. Capi che non sarei arretrato e che non potevo ordinargli di aprire l'armeria, ma in qualche modo lo stavo facendo. Prese le chiavi ed insieme consegnammo le armi al picchetto che sarebbe entrato in servizio. Mentre stava chiudendo l'armeria mi disse "Caiazzo credo che ci siamo decisamente meritati un intero giorno di riposo" ed ottenne in risposta un cameratesco "Signorsì!".

Tutto questo non ha reso me, o Giuseppe, più educati o più rispettosi. Lo eravamo già prima grazie a tutto ciò che ci ha circondati fino a vent'anni. Facendo il militare abbiamo fatto semplicemente un'esperienza in più che non ci ha migliorato, pur arricchendoci. Per questo motivo credo che la leva sia anacronistica soprattutto se l'obiettivo è quello che si prefigge l'ex ministro Salvini. Per l'idea che ha Travaglio, e la Trenta, posso dire che non è necessario vivere la comunità in caserma. Può essere romantico se a distanza di trent'anni lo ricorderai con affetto, ma è intercambiabile con qualsiasi cosa ricorderai con affetto purché sia un'esperienza, come la ritiene Travaglio, di ampliamento dei propri orizzonti.

Nota: ad oltre un anno dai fatti, quindi da borghese, chiamai Giuseppe per sapere come stava. Fu una telefonata gentile, ma fredda, forse inutile. Non ci siamo mai più sentiti.

La straniera

AutoreClaudia Durastanti

Giudizio: ****

L'inizio è da leggenda: ognuno di noi ricorda le cose accadute come gli pare, meglio, le racconta come gli pare. E sono vere, per ogni narratore, soprattutto se trattano del salvataggio di una vita umana, un accadimento per nulla ordinario. Ma di straordinario in questo libro c'è tanto altro.

Ci sono migrazioni inaspettate con assestamenti definitivi o temporanei nei nuovi luoghi. Ci sono rientri altrettanto inaspettati. Ci sono migrazioni per necessità di viaggiare (ed incontrare la morte così vicina e così inattesa), di sfuggire ad uno schema precostituito e migrazioni per necessità di amore. Ci sono migrazioni per studiare e migrazioni per insegnare. Migrazioni per imparare dalle tue amiche parrucchiere che non sono proprio amiche, ma che ti restituiscono l'amicizia da straniere, come te. In tutto ciò c'è lo stato di essere straniera al luogo in cui si stanzia, per periodi più o meno lunghi, ed alle persone che incontri. Ma non solo. Si può essere straniera alla famiglia stessa, a partire dai genitori per nulla ordinari e per certo controversi. Cercare un padre che ti insegni quello che non ti ha insegnato (potuto o voluto?, chissà) il padre biologico. E trovarlo colmo di affetto, ma non adeguato fino in fondo. Che forse poi è l'essenza di essere padre.
Un fratello più "responsabile" del padre e della madre e tu tanto avventata da non leggere per intero "I ragazzi della via Pal" una lacuna per te che leggi tantissimo e che ti vergogni di ammettere per non rompere una complicità con chi te lo ha prestato.

Una straniera meno consapevole dello straniero di Camus, ma al tempo stesso più presente a quello che deve, o dovrebbe, o potrebbe fare. Prendersi cura della madre in modo non classicamente filiare. Amare percependo che sarà per sempre e non capire come è stato possibile che quel "per sempre" si sia dissolto nei tranelli della vita.
Un viaggio giovane, ma già tanto ricco che inizia in un fortuito incontro romano quando il possibile è stato, per sempre.

La parata

AutoreDave Eggers

Giudizio: ***

Non serve girare intorno alle cose quando le cose girano intorno a te, sarebbe solo un inutile diversivo, oppure il modo di andare oltre il punto raggiunto, rotolando.
Due uomini si trovano nella condizione straordinaria di dare speranza ad un popolo intero asfaltando una strada che unirà nord e sud dopo una terribile guerra civile. Il tutto in una dozzina di giorni, secondo precisi protocolli comportamentali e regolamenti, compreso quello di non conoscere il nome l'uno dell'altro. Per l'azienda appare sufficiente che uno sia un numero per l'altro e viceversa. 4 il più anziano e 9 il più giovane.
Potrebbe sembrare la simbologia dell'uomo annullato e diventato numero, se non fosse che le propensioni individuali restano ed appartengono anche agli esseri umani identificati con numeri. Il più anziano è preciso, puntuale, pianificatore, diretto e prossimo alla paranoia per quanto pensa se sia giusto o sbagliato fare o non fare una cosa. Il più giovane è incline ad esplorare l'imponderabile che riguarda ogni relazione umana. La relazione umana per lui è sempre giusta, quindi frequenta indigeni nonostante questo sia formalmente vietato. È avventato, incosciente, gioioso, a modo suo è generoso. Per il più vecchio è tutta una follia, ma forse non sempre, forse non del tutto, almeno quando 4 si infila le cuffie e fa partire il suo nastro che gli tiene compagnia.
Sarà un'epica corsa, per il bene di un popolo affamato, sfiancato, malato, amico. Fino alla fine, fino a che sarà possibile crederlo, mentre si ritorna a casa quando tutto finisce sulla nuova strada immacolata. 

Un antidoto contro la solitudine

Interviste e conversazioni con David Foster Wallace

È questione di un clic che scatta mentre leggi. Con alcuni autori succede raramente, con altri autori succede con più frequenza. L'antidoto è un semplice artificio letterario, siamo tutti soli perché nessuno può sapere cosa ci frulla in testa. E quello che ci frulla in testa non sempre è gradevole, a volte è vergognoso o deprimente, a volte semplicemente sciocco o stupido, a volte irritante o pretenzioso. In tutti i casi quando c'è di mezzo il genio la cosa diventa quanto meno conturbante. Ti avvolgi nella tua "normalità" e scopri che "cavolo, ma questo è successo anche a me" eppure non ti senti un genio perché forse non lo sei o forse, più semplicemente, non lo sai.
Una carrellata di interviste e di vita di una persona che diventa "famosetta" senza comprendere il perché, lui che si sente impreparato ed inadatto allo "star system", seppure in tono minore, alle interviste e per nulla interessante nella sua essenza di uomo comune. Scrivere è intrattenimento e cerca di farlo al meglio che può, ma la TV, quella TV ti dà le cose facili e senza fatica, mentre nella sua scrittura c'è il difficile, c'è il clic che lui ritrova in altri autori e che non sa se può scattare anche con ciò che scrive lui.
Eppure non è così, anche quando può apparire cervellotico propone vie di uscita all'altezza della situazione (mi sono liberato della TV perché dovevo scrivere e con una TV in casa sarei stato troppo distratto). Una disciplina da marines lo sorregge e lo porta a "cazzeggiare" con la non fiction che gli dà da mangiare (ma io non sono un giornalista, mi hanno detto di guardarmi intorno ed io l'ho fatto), mentre sta scrivendo una mastodontica "Bibbia" dove scrive di dipendenze, di consumismo, di affetto, di passione, di ricerca dell'arte, di voler essere senza riuscire, di vita, di morte e di ironia, troppo spesso crudele, forse metafiction, accidenti a lui. 

Dannazione

AutoreChuck Palahniuk

Giudizio: ***

Questa è una fiaba che racconta di un ultraterreno inferno in cui si trova, suo malgrado, una tredicenne grassottella e dalla vita irreprensibile, ma uccisa da una overdose di marjuana. Una vita agiata e ricca, piena di esempi, e controesempi, di comportamenti politicamente corretti e scorretti adottati da amici e soprattutto dai genitori. Questi ultimi, straricchi, le hanno dato tutto il possibile senza darle il necessario perché più impegnati nelle loro vite che nella sua vita. Ma è troppo tardi e la sua morte, inaspettata per una ragazzina che si è sempre sottratta alla chimica proposta dalla madre, sarà la fine ed una nuova opportunità.

Un inferno letteralmente infernale, pieno di liquami, odori e sofferenze, eppure si scopre che l'aldilà può comunicare con l'aldiqua attraverso quanto di più peccaminoso si possa immaginare. Ma Madison, la protagonista, per sorte o per coraggio riesce a costruirsi un futuro là dove c'è solo la dannazione eterna. E sappiate che per andare a tenere compagnia a Madison non è necessario essere Hitler o Gengis Khan, basta molto meno, riteniamoci tutti avvertiti. 

Impeccabili i tentativi di dialogo che Madison cerca di instaurare con Satana in persona e malvagità ad ogni capitolo. Dialoghi sempre inevasi, ma giustificati poi, dopo, in un'altra vita e non quella della reincarnazione tanto cara ai genitori. Madison si trova a guidare una piccola gang di ragazzini che possono fare all'inferno quello che non sono riusciti a fare in vita. Una fiaba dei buoni sentimenti, avvolta nell'ineludibilità della morte: è un etto e dieci grammi, lascio? Quel che non ammazza, ingrassa.

"B" come birra

AutoreTom Robbins

Giudizio: ***

C'è un modo per affrontare la vita con allegria e spensieratezza e filosofia e saggezza, quel modo è possibile con una birra. Ma se la birra diventa il modo per non affrontare la vita, se diventa una dipendenza, se l'abuso frastorna e stranisce allora la birra va accantonata. Per questo i bambini non possono bere la birra perché hanno tanta curiosità, tanto coraggio e tanto amore.

Questa è una favola per adulti ancora bambini e bambini più adulti di quello che si potrebbe pensare. Per certo se uno di questi confessasse al pediatra di aver bevuto birra, il pediatra lo guarderebbe allarmato, anche se fosse irlandese.

Il racconto ci porta vicinissimi al Mistero guidati da un'accompagnatrice speciale, la fata della birra, che deve avere un conto sospeso con gli elfi dello zucchero. Ma il Mistero non si raggiunge, se lo si raggiungesse sarebbe immediatamente dimenticato, come la fessura attraverso la quale abbiamo avuto accesso al mondo da un'altra prospettiva. Quella che ti fa vedere quello che non sai.
In fondo la birra è vita, la birra è cultura, la birra è fantasia e da bambino lo puoi capire anche da sobrio, mentre da adulto per tutto questo è necessario essere un po' alticci. Quel tanto che basta per essere coraggiosi ed allegri per la birra e per la vita, come un bambino.

Socrate su Facebook. Istruzioni filosofiche per non rimanere intrappolati nella rete

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

È colpa nostra, oppure è colpa di Facebook? Ma poi qual è l'accusa precisa? Il mondo oggi è diverso, ma è anche migliore? Sì e no. Sì o no?

I social media hanno ampliato la quantità e la velocità di diffusione di
  • informazione (domani si sposa mia cugina),
  • cattiva informazione (hanno rimandato il matrimonio),
  • pettegolezzo (hanno rimandato il matrimonio perché lei lo ha visto con un'altra, ora si devono chiarire), ecc.
fino a che non subentra il "cuggino", che è l'archetipo della conoscenza da tempi immemori a Facebook, e si esibisce nello "spiegone": l'onore della famiglia è salvo. Questa forza dirompente nelle piazze reali e "chiuse" non esisteva, rimaneva circoscritta, ma la piazza digitale ed "aperta" tutto può.

E Socrate cosa c'entra? È il "cuggino" più grande che troppo spesso ignoriamo o dimentichiamo di avere come parente, seppure alla lontana. Lui "sapeva di non sapere", mentre per noi, che siamo ignoranti e stupidi, questa è cosa sconosciuta (tra le infinite altre). Su Facebook scriviamo quindi interminabili e volitivi contributi su tutto e su tutti a prescindere dalla nostra (in)capacità di discernimento sull'argomento trattato. Così è la vita, su Facebook, perché nella vita reale non ci impegneremmo mai a spiegare come smontare uno spinterogeno per ... ma cosa si fa con uno spinterogeno quando lo hai smontato? Che poi non so nemmeno come si apre il cofano della mia auto...
Una cosa è certa: se l'ignoranza e la stupidità sono colpe nostre, tutto il resto è colpa degli altri (maestra ha cominciato lui!). Noi "abbocchiamo" all'altrui esca.

L'autore racconta in modo scherzerio* le dinamiche che ci avvolgono quando frequentiamo Facebook. L'irrefrenabile voglia di contribuire perché "siamo liberi di farlo", l'inevitabile esternazione su argomenti che non conosciamo, la brama per il "mi piace" ricevuto, il dolce profumo del mostrare la nostra "arguzia", la nostra "sapienza" anche se i nostri lettori saranno sempre solo 25. Lo stesso numero di lettori di quel tale, dai... Giuseppe Manzoni! Ce lo avevo sulla punta dei polpastrelli! Il famosissimo scrittore dei due mondi e dei due rami del lago di Como in sul calar del sole! Sarà mica stato bipolare?
Quei 25 lettori sono i nostri parenti ed amici, alcuni solo presunti amici dall'algoritmo di Facebook: lo "pensa" perché ci siamo scambiati "commenti" o "mi piace" in modo compulsivo. È l'intelligenza artificiale, baby, devo scrivere qualcosa in proposito, l'argomento "acchiappa". Ed a proposito ognuno di noi può difendere anche gli altri iniziando a difendere noi da noi stessi.

Come in ogni manuale di "sopravvivenza" l'autore ci propone un illuminante decalogo. Infatti pare che se non fosse un decalogo i lettori non lo comprenderebbero come consiglio articolato volto a darci sollievo, suggerimenti ed aiuto: l'ho letto su Facebook... o me lo ha detto mio "cuggino"? Sono consigli semplici, chi li leggerà potrebbe pensare a pratiche di buon senso, se non fosse che, quando ci troviamo su Facebook, anche il morigerato buon senso sfugge da noi. Io so che Socrate non userebbe Facebook, che diamine!, non ha scritto una sola parola in vita sua!
Infine non vi sarà indifferente che ho scritto di istruzioni filosofiche per non restare intrappolati da Facebook anche su Facebook. Sono stupido ed ignorante, come tutti voi (cit.), e questo dimostra quanto ci serva avere riferimenti che non hanno conosciuto Facebook per non restarne intrappolati.

*Ehi, non cercatela sul vocabolario online e non assumete che sia un errore sfuggito al correttore ortografico, che nel mio caso fa un ottimo lavoro, perché si tratta semplicemente di un'invenzione del momento: scherzoso + serio. Ognuno mostra la stupidità che si può permettere. Ora tutti fuori per un'apericena! 

Oziosofia

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

Se è vero che siamo detentori e padroni del nostro destino allora è vero anche che l'ozio potrebbe appartenerci, se solo lo volessimo. L'ozio che produce felicità e non l'ozio svagato pieno di soli vuoti. Quanto è bello svegliarsi e sapere che puoi goderti 10 minuti nel tepore del tuo letto perché questo ti rende felice? Oppure trovare momenti da trascorrere nel fare quello che ti piace?
L'ozio è definito padre di tutti i vizi e nulla impedisce che sia un buon padre di famiglia. Il culto del lavoro ha rubato libertà ai lavoratori dipendenti ed arricchito in modo spropositato chi può comprare il lavoro altrui. E se c'è chi lavora tanto, al contempo c'è anche chi è disoccupato.
Esiste una grande differenza tra lavorare per vivere e vivere per lavorare, l'inversione degli addendi muta il risultato ed il significato che, nel secondo caso, porta alla schiavitù del lavoro gratuito e senza orario: mandare e-mail a mezzanotte serve per mettersi avanti su cose che avresti potuto e dovuto fare l'indomani. Ma perché lo hai fatto?
In parte perché nella precarietà nasce la paura di perdere il posto di lavoro e l'impossibilità di potersi concedere il riposo per paura di non essere capace di mantenersi (da cui lavorare da casa nelle ore di riposo). In parte perché il lavoro è tanto è però lo devi sbrigare tu da solo. In parte perché questo comportamento tutti se lo aspettano, chiamiamolo eccesso di zelo.
I più fortunati, e talentuosi, si trovano nella straordinaria conduzione per cui fanno un lavoro che a loro piace. Per questi non v'è limite al piacere di poter lavorare anche 12 ore al giorno. Ma sono la minoranza e per la maggior parte di noi non è così.

Una lettura leggera, giocata tra le aspirazioni e contraddizioni contemporanee ed il pensiero di padri nobili della "teoria dell'ozio" come condizione dell'umano e non condizione del reietto dalla società da emarginare. La pigrizia può condurre alla felicità quando è una scelta libera e consapevole. Ed in tutto questo possono essere di aiuto la playlist e la bibliografia essenziale proposte in appendice ed espressamente dedicate al pigro. Buona lettura oziosa a tutti.

Filosofi all'Inferno. Il lato oscuro della saggezza

AutoreStefano Scrima

Giudizio: **

Nessun essere è immune dall'avere un lato oscuro. Qui, però, non si cita Erich Fromm, ma solo le ombre postume dell'essere illuminato: lo seguono e lo collocano all'Inferno, proprio in ragione della luce emanata. Così i più saggi tra i saggi non sono immuni ed ogni loro parola può essere utilizzata per alimentare la luce e vedere meglio l'ombra. L'espediente letterario è un viaggio agli inferi che i contemporanei chiamerebbero 2.0 (il termine "remake" è abusato ed è diventato il lato oscuro di qualsiasi commercio) percorso dalla rodata coppia Dante e Virgilio. Per loro gli interlocutori saranno filosofi: un Platone "mangia pallone" che nel torneo di calcetto non passa mai la palla lasciando cadere Aristotele in una noia mortale, un esile ed indifeso Leopardi mal sopportato da un veemente Schopenhauer che odia le vecchiette, un litigio furibondo tra il puntuale Kant ed il prolisso (ed oscuro) Hegel, un gelato marxista che non può esistere nel caldo dell'inferno, un italiano che abiura la propria opera di verità, Galileo, ed un altro italiano, Giordano Bruno, che, al contrario, muore per le proprie idee letali e addirittura il santo Agostino, punito in eterno per il furto di due pere: anche il pensiero più lindo nasconde l'azione più "peccaminosa".
Il viaggio all'Inferno non è proprio un viaggio, semmai una breve passeggiata che racconta di qualche incontro con filosofi, molti sconosciuti a Dante, e dei quali il poeta non comprende il peccato e addirittura le ragioni, che all'Inferno sono sempre torti. I filosofi stessi non capiscono il motivo della punizione inferta loro da un Dio che, per alcuni, non poteva esistere e, per altri, era a guida del loro stesso pensiero. Questo poco importa, Dio aveva già scelto che tutti i malpensanti, come i filosofi, dovessero scontare le colpe dei loro pensieri ed azioni all'Inferno.
Libretto esile per dimensione e contenuti, ma che tradisce l'inconsistenza di un supplizio fisico prodotto da peccati di pensiero. In fondo Lutero volle la Bibbia in tedesco perché tutti potessero leggere ed imparare e per questo l'Inferno lo accoglie.

Il matrimonio di mio fratello

AutoreEnrico Brizzi

Giudizio: ***

Nella vita ci sono eroi e testimoni. I primi sono ammirati, compresi e raccontati dai secondi anche quando gli eroi non sono positivi come la famiglia, la società, il buon senso comune richiederebbero. Gli eroi aprono la strada, battono nuove vie per le quali il destino non è certo, ma è condizione per produrre una luce propria. I testimoni non lo fanno, seguono strade preconfezionate, a volte frustranti. Restano nell'ombra che non li brucia ed affrontano vie sicure ché di eroi ne bastano pochi, di eroi ne basta uno.
Questa non è la storia di un matrimonio, almeno non solo. È la storia di una famiglia borghese e felice e normale, che tiene in pancia un segreto remoto, che frequenta la "società bene" per opportunità sociale, che ha valori saldi, ma fortemente scossi da quanto accade intorno a loro. È la storia di una rivoluzione familiare. È la storia di un invecchiamento sereno e tanto più inaspettato alla luce dei fatti e di un invecchiamento burbero e comprensibile alla luce degli stessi fatti. È la storia di tre figli due che diventano uomini, una che diventa donna, diversi, ma fratelli. È la storia di amori adolescenziali, fugaci e rapaci, di amori adulti e più stringenti, di non-amori frustranti e di amori adolescenziali fuori età massima, a tempo scaduto. È una storia di orgoglio, schietto amor proprio, necessario nella vita di eroi e di testimoni. È una storia di amicizia fraterna dove sembra che solo questa esista e che il resto sia solo apparenza. È la storia della famiglia che ti opprime prima, che ti libera poi e che ti cura sempre. E tutto poi si ripete come il solo testimone può raccontare ché l'eroe non sarebbe in grado di individuare i capisaldi della luce e dell'ombra.

Il macellaio

AutoreSandor Marai

Giudizio: ***

La natura umana è un'individualità anche se collettivizzata o massificata.

Otto, un ragazzo tedesco, scopre la sua passione, come il padre prima di lui ed il nonno prima ancora. Passioni molto lontane, ma oneste, necessarie. La sua sta nel perseguire, con azioni di gioco tra bambini e con pervicacia da adulto, la folgorazione vissuta da ragazzino quando, in giro per i terreni del nonno, vide la macellazione di un animale. Non raccapriccio, ma sublimazione di ciò che serve fare, ciò che si deve fare, ciò che lui vuole fare. Incompreso dal padre, ma forse predestinato dallo spettacolo circense che i genitori videro la notte del suo concepimento.

Poi la guerra, l'indomita volontà, nonostante momenti per lui inspiegabili di paura, di servire il Kaiser come meglio non avrebbe potuto. E lo fa in modo preciso e per questo promosso e decorato sul campo. Il campo della sconfitta di una nazione.

Infine il riflusso. La fine della guerra. Sconfitto in armi per la nazione, sconfitto in pace per la sua vita. Un destino che lo sacrificherà alle sue mani di macellaio, "macellato" come solo un macellaio sa, può e deve fare.

Serotonina

AutoreMichel Houellebecq 

Giudizio: ***

La vita è un costo vivo che si paga in rassegnazione e rimpianto, passando dalla depressione per arrivare fino alla fine, qualunque essa sarà.
L'esperienza dei genitori, rimproverati dal protagonista per il nome che gli hanno dato, senza null'altro da poter rimproverare loro, se non averlo fatto sentire quasi estraneo al loro rapporto. Non un componente titolare della famiglia, ma un aggregato alla coppia. Una coppia segnata dall'essere compiuta, fino a che la morte non li separerà. Il figlio segnato dall'impossibile congiunzione con quella coppia e forse dall'impossibilità di concepire sé stesso come parte di una coppia.
È il racconto di un'esistenza fatta di storie e memorie macilente, trascinate, tragiche, desolanti, aberranti, schifose. Ricordi e rimpianti. Dolore e rassegnazione. Una vita insignificante vissuta nell'apatia delle delusioni professionali, che non potevano che essere tali, e relazioni sentimentali prive di sentimenti. È solo meccanica del sesso è solo attrazione e respingimento: le relazioni tra uomo e donna sono inconciliabili perché uomo e donna hanno una visione diversa dell'amore. Per questo non si comprenderanno mai.
Il racconto inizia nel momento in cui finisce la relazione con una ragazza giapponese di vent'anni più giovane del protagonista. Una storia che finisce nel momento in cui la sua depressione sta salendo in modo incontrollabile. Ed i ricordi ed i rimpianti diventano sempre più dolorosi. La scelta della sparizione al mondo è la morte virtuale, ma non si può sparire ai propri ricordi, non si può sparire a sé stesso per continuare a sperare. Una speranza inutile, illusoria, frustrante. Impossibile recuperare gli unici cinque anni di vera felicità che ricorda. Fu un impenitente libertino che ha gettato l'opportunità del grande amore ed ora, a quarantasei anni, deve vivere con farmaci antidepressivi senza essere cambiato, perché rifarebbe le stesse cose, ancora una volta, per sempre.
Non si sente colpevole di nulla, si sente solo depresso.

Proletkult

AutoreWu Ming

Giudizio: ****

La scienza asservita alla fantasia del benessere collettivizzato, la filosofia piegata al bene superiore della dittatura del proletariato, la rivoluzione come strada per trovare in modo collettivo altre strade. Contraddizioni e riconferme che gravitano sull'umanità terrestre ed extraterrestre.
Il socialismo compiuto da tempo in un altro mondo dove si discute della via da percorrere per sopravvivere al mondo in cui stanno finendo le risorse nonostante il socialismo compiuto. Un socialismo terrestre epico, ma incompiuto. Tradito dall'organizzazione bolscevica ortodossa che vuole dire al popolo ciò che è giusto e tacere ciò che più generare dissidio, ma senza fornire gli strumenti della cultura necessaria al popolo per cambiare in meglio. Una rivoluzione che predica una religione laica e dogmatica.
Al tempo stesso l'opera dell'eretico, che ha perso tutte le rivoluzioni: la rivoluzione del 1905 e la rivoluzione culturale che avrebbe dovuto affiancare la rivoluzione del 1917. È portatore di una filosofia ritenuta idealista (reazionaria) al confronto del vero marxismo e, abbandonato il palcoscenico politico, si è richiuso su sé stesso e sulla scienza collettiva. Si chiama Bogdanov e deve ricostruire e confrontarsi con il suo passato per aiutare una ragazza che viene da lontano, che viene dal suo passato e dalla fantasia (realtà?) di un vecchio compagno perso di vista tanto tempo prima.
Una partita a scacchi va condotta prefigurandosi la visione del fuoco che scoppia tra le linee nemiche grazie al modo in cui si muovono i pezzi sulla scacchiera per giungere alla vittoria. Cogliere incertezze, presunzioni, arroganze. Ma è vero anche il contrario, anche l'avversario potrebbe vedere lo stesso fuoco tra le tue linee. I nodi cruciali della partita possono portare alla disfatta, o alla vittoria, qualora il nemico faccia la scelta giusta. Vittoria che, se tradita, perde il valore. C'è altro oltre il cielo che vediamo o che immaginiamo nelle nostre fantasie, nei nostri sogni.

Vite brevi di tennisti eminenti

AutoreMatteo Codignola

Giudizio: ****

Il tennis ti si appiccica addosso, non riesci a liberartene e non è mai abbastanza. Mai. In questo libro si accede ad una lettura incantata, ma abbastanza distante da poter vedere dentro quello che è il tennis, quello che sono i tennisti: una passione, un disturbo, non mortale, che crea dipendenza e che non finisce mai.
Il tennis, scambiato per uno "sport per signorine", è praticato da persone, uomini e donne, dure, affamate, perfino crudeli. È grazia e forza, è astuzia e coraggio, è cocciutaggine ed avventatezza, è tradizione e sovversione. Il rovescio è un colpo ammesso? Il regolamento non lo menziona. Il muro è un luogo segreto con il quale puoi confrontarti, da pari a pari. Il campo viene disegnato da colpi perfettibili e nei taccuini puoi trovare gli appunti. Il tennis è lo spettacolo interpretato da attori che recitano a tema, oppure che improvvisano in funzione dell'avversario.
Storie di tennis, e di vita, minimali di eminenti protagonisti di un gioco grande. Il tracciato è scandito da foto d'epoca, sempre pertinenti e sempre troppo "strette" perché la didascalia la rappresenti in modo compiuto. Serve allargare l'orizzonte perché il campo da tennis è un mondo.

Considera l'aragosta

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ***

DFW è uno scrittore statunitense che girovaga per il suo vasto paese e ne osserva fatti e persone, ovvero la natura della nazione. Il libro contiene ciò che accade tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni '00 e non è mera cronaca, è inchiesta sociale.
Non potrebbe essere altrimenti parlare della tragedia delle torri gemelle di New York, vista dal salotto di una vecchia signora, e rammaricandosi di non avere una bandiera a stelle e strisce adeguata da porre all'ingresso della propria abitazione.
Come scoprirsi sinceramente colpito ed ammirato dall'ingombrante figura politica di McCain candidato Repubblicano alla presidenza degli USA. Eroe della guerra in Vietnam, prigioniero per anni e sincero patriota nel bene e nel male. E poi scoprirsi vittima di sé stesso, e delle autobiografie dei tennisti, quando acquista, e contemporaneamente si detesta, il libro di Tracy Austin. Splendida tennista, ma inadeguata a scrivere alcunché sulla vita, anche della sua.
Non deve quindi sorprendere la partecipazione di DFW all'Oscar del porno o l'attenta analisi dei comportamenti abnormi, e per questo sanzionati, di un conduttore di una talk radio che però garantisce ascolti e quindi pubblicità.
In tutto questo luccichio delle luci americane DFW ritaglia passaggi apparentemente avulsi come scrivere di Kafka, oppure del narcisista Updike, oppure del miglior biografo statunitense di Dostoevskij la cui immane opera apre agli americani la possibilità di conoscere l'inconcepibile: uno scrittore russo del diciannovesimo secolo. Ma anche recensire un manuale delle regole di scrittura inglese per americani, facendo un raffronto tra la scuola di pensiero dei prescrittivi e dei descrittivi. I primi incidono le regole nel marmo ed i secondi sanciscono l'evoluzione della lingua per come la conosciamo e per erosione del marmo. Gli uni vincono se gli altri perdono e viceversa.
In tutto questo si trova il pezzo che dà il titolo al libro con le valutazioni sulla mastodontica fiera (sagra di paese?) nella quale si mangiano aragoste senza tralasciare le implicazioni etiche, morali, biologiche e funzionali sul fatto che queste povere bestiole, per dare ai palati umani gusti comunque discutibili, vengano gettate nell'acqua bollente quando sono ancora vive.
Con questo libro DFW descrive l'America che vede, che vive e che, in alcuni casi, detesta e noi tutti ne possiamo apprezzare limiti e contraddizioni. 

Il condominio

AutoreJames Graham Ballard

Giudizio: ***

"Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell'immenso condominio nei tre mesi precedenti.
[...]
Laing guardò il grattacielo vicino a quattrocento metri di distanza. C'era un temporaneo guasto all'impianto elettrico e al settimo piano tutte le luci erano spente. Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo."

Il virgolettato è incipit e conclusione del romanzo, il principio che è anche il finale, letteralmente, del nuovo mondo.
Il condominio è una società in miniatura, non troppo complessa, ma abbastanza da affrontare i momenti di crisi come una comunità stratificata in classi sociali. I blackout ai piani bassi sono il primo evento destabilizzante, a cui seguono gli ascensori che si bloccano, l'aria condizionata che smette di funzionare, gli scivoli che dovrebbero garantire lo smaltimento dei rifiuti che si inceppano. Non c'è un momento preciso, c'è però una pregiudiziale responsabilità che ogni piano trasferisce sugli altri piani e quindi sulle altre classi sociali.
I 'poveri' dei piani bassi hanno bambini, rumorosi, i 'ricchi' dei piani alti hanno animali, che sporcano. Questa elementare distinzione contribuirà ad innescare progressivi stati individuali che vanno dalla rassegnazione al sogno di scalata sociale per godere dei privilegi dei piani alti che operano a difesa dello status da loro rappresentato. 
Fino ad un finale che lascia presupporre che ogni società punta a perpetuare sé stessa come modello anche se modello non può essere.

Il dono di saper vivere

AutoreTommaso Pincio

Giudizio: ***

C'è un romanzo innestato in una vita di finzione innestata in un romanzo di vita vera, o verosimile. Il primo (il romanzo) e la seconda (la vita vera o verosimile) sono incompiuti se prendiamo a riferimento il canone del saper vivere. Questo colloca i protagonisti fuori dall'ordinario eppure non li rende straordinari. Restano incomuni esseri comuni.
Il canone, definito scientemente, ha capisaldi anche là dove potrebbe esserci estro, passione, emozione fuori dall'ordinario che si riducono a normalità o, peggio, a marginalità. Così il mercante d'arte è un venditore di telefax che deve liberarsi dai sogni di gloria, dai sogni di ambizioni d'arte. È un personaggio che si "arrangia", come meglio può, vendendo il futurismo dell'invio della lettera smaterializzata attraverso il cavo telefonico per essere ricomposta e recapitata a destinazione, ma solo se ci sarà un telefax omologo ad attenderla. In assenza del ricevitore la lettera, ed il contenuto, saranno perduti irrimediabilmente. Come un libro inesistente, come un rumore di sottofondo in una sala giochi dove solo nel sentirsi osservati si coglie l'essenza o l'assenza della vita, di quella vita che in fondo è solo recita, finzione.
Eppure è anche un personaggio che crea suggestioni su una vita passata, avventurosa e romanzesca di cui si sa poco più del minimo necessario, se non che si stanno calpestando i luoghi degli accadimenti e la maestria ed i suoi esiti attraverso tutta l'opera. Prima osteggiata, poi dimenticata, infine riscoperta e valorizzata dalla moda. È più moda che arte.
In tutti i casi la maestria è controversa, moderna nel passato e seconda a schemi assenti del saper vivere. Manca il dono anche se c'è il dono, ma non è il saper vivere, è uno specchio, è un'elsa, è un pennello, è esprimere un mondo che ha il dono del saper vivere come nessuno prima.

Utopie mascherate - da Rousseau a Hunger Games

a cura di Emiliano Ilardi, Annamaria Loche, Martina Marras

Giudizio: ***

Scorrendo il vocabolario Treccani online, fonte asperrima di ipotesi di cura per ignoranze recuperabili, per la parola "utopia" si trova il seguente approccio etimologico "dal nome fittizio di un paese ideale, coniato da Tommaso Moro nel suo famoso libro 'Libellus ... de optimo reipublicae statu deque nova Insula Utopia' (1516), con le voci greche οὐ «non» e τόπος «luogo»; quindi «luogo che non esiste»]". Da cui si coglie la suggestione secondo la quale si sta parlando di fantasia, di sogno irrealizzabile: state sereni, è tutto finto, è l'isola che non c'è.
Soprattutto in ambito politico e sociale i media utilizzano il termine "utopia" per descrivere una bella idea, ma irrealizzabile. Non irrealizzata, proprio impossibile da vedere, solo disponibile per l'immaginazione. Ed il sentimento comune porta a ricontrattare il peso ed il significato rivoluzionario delle parole simbolo "libertà, fraternità, uguaglianza" proiettate dall'illuminismo nella vita reale come disponibilità concrete. L'illuminismo, che non è stato all'altezza delle aspettative, si fa portatore di un'utopia inconciliabile con la realtà e con i nostri stili di vita. È stato bello crederci, ma facciamocene una ragione, non sono realizzabili. Punto.
In questa agile raccolta di testi, già dal titolo, si coglie il mascheramento. Già in premessa si enuncia la troppo spesso trascurata coesistenza di utopia (bella) con distopia (brutta). Si assume che la prima possa essere in qualche modo "corrotta" realizzandosi attraverso la seconda (il bello che diventa brutto). Gli scritti presenti in questa raccolta descrivono elementi caratteristici delle une e delle altre. Per esempio il fatto che l'utopia, e quindi la distopia, sono assai antiche nonostante il primo termine sia stato coniato da Tommaso Moro (Thomas More, nel testo, che sanificata la cattiva abitudine di italianizzare i nomi) solo nell'epoca moderna.
Se all'inizio l'utopia ha una valenza politica e sociale negli ultimi 20 anni si mostra che di utopie e distopie non trattano più filosofi, politologi, sociologi, romanzieri, ma tecnologi e scienziati. La tecnologia e la scienza pare che siano portatori salvifici di idee future e saldamente ancorate al presente. In parte ogni utopia emerge da una speranza concreta ed ottimista per il futuro, un vincolo reale volto a compiere azioni "politiche" che conducano in un mondo migliore. Una speranza. Allo stesso modo la distopia parte da una paura e non da una speranza: la paura che le azioni concrete e le aspirazioni dell'umanità vengano corrotte da eventi traumatici (guerre civili o tra potenze contrapposte, disastri ambientali, supremazia delle tecnologie) che conducano l'umanità a raggiungere più miti approdi in nome della "pace". La qualcosa dovrebbe essere apprezzabile, ma la pacificazione sarà il bene supremo per la quale si immola la libertà.
Negli scritti qui raccolti si trovano valutazioni ed analisi dei lavori di autori come Orwell, Huxley, Bradbury, come potrebbero mancare?, ma anche la produzione cosiddetta young-adult (Hunger Games, Divergent, The Giver) ed un assai, a me, meno noto impegno di femministe (il femminismo è utopia?) nella stesura di romanzi distopici che sovvertono le sacrosante aspettative della parità di genere. Incontriamo anche autori come Ballard ed Houllebecq, mentre solo marginalmente Dick e Palahniuk. Comunque tutti scaricano sul futuro le paure contemporanee per un futuro imperscrutabile dove l'ottimismo potrebbe mascherarsi: pensare il bello mentre il tempo volge al brutto.
Buona lettura di speranza e di paura.

Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo

AutoreAldous Huxley

Giudizio: ****

Il mondo nuovo 

È una favola, ma una favola vera, in potenza.
Una società soggetta al rigoroso controllo delle nascite, alla scientifica suddivisione dei ruoli basata sulla biologica programmazione. Tutti sanno esattamente cosa devono e possono fare. Lo faranno al meglio perché sono stati cresciuti e condizionati esattamente per questo. Il piacere che ognuno può ricevere e dare liberamente è conformato agli usi e costumi che tutti condividono. Se, nonostante tutto, qualcosa turbasse l'umano sentire c'è il soma, la sostanza che consente di fare sogni e viaggi senza che restino conseguenze ed alterazioni fisiche e che fa superare tutte le difficoltà. Ogni turbamento si può placare con una distrazione chimica.
Il mondo nuovo è un mondo pacificato, che prospera nella sua auto rigenerazione che include tutti coloro che sono programmati e collocati in una casella definita e definitiva: sono i "modelli" Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon. Ogni modello è programmato, scientificamente, per quanto deve garantire alla società e ad essa verrà garantita stabilità.
In questa società non c'è dolore nella morte, ma al tempo stesso non c'è piacere nell'amore. Morte ed amore genererebbero sentimenti destabilizzanti, esattamente come destabilizzanti sono l'arte e la scienza stessa. Per questo vengono nascoste, occultate con la propaganda e l'ipnopedia. Se sopraggiungesse la consapevolezza, questa deve essere estirpata con l'allontanamento del soggetto confinandolo in isole sperdute.
Questo mondo nuovo ha confini oltre i quali esistono territori selvaggi dove vivono popoli selvaggi. Questi sono bizzarri, fanno e dicono cose sconvenienti come praticare la monogamia e professare la credenza in dio. Vivono in famiglie, si innamorano, leggono Shakespeare, soffrono per la morte e, cosa più grave, non capiscono la civiltà e non ne vogliono fare parte, costi quello che costi.

Insieme a 1984 e La svastica sul sole, Il mondo nuovo è il romanzo distopico, o anti utopico, per antonomasia. A differenza del più famoso 1984 racconta di una dittatura "benevola" e pacificata che conduce al sonno della ragione e della passione per garantire stabilità e pace nella schiavitù dei singoli.


Il ritorno al mondo nuovo

Questo non è un romanzo, ma un saggio. Contiene alcune valutazioni dell'autore a posteriori, scritte ad una trentina di anni dalla stesura de Il mondo nuovo. Seppure il saggio venga scritto alla fine degli anni '50 è, per certi versi, ancora attuale. L'autore scrive di come alcune cose presenti ne Il mondo nuovo siano state e saranno decisamente più veloci di come le aveva immaginate e di come altre cose invece non le avesse nemmeno preconizzate. Riconoscendo in questa "cecità" un limite per il quale, però, non esiste un senso alcuno per riscrivere quanto scritto all'inizio degli anni '30. Nel saggio scrive di sovrappopolazione, di superorganizzazione, di propaganda nelle dittature e nelle democrazie, di lavaggio del cervello, di persuasione chimica e subconscia, di ipnopedia e di educazione alla libertà. Qualcosa si potrà fare per evitare la dittatura a cui tutti i segnali e l'esperienza di nazismo, fascismo, comunismo e propaganda sembrano condurci anche partendo da un ambito democratico?

Asimmetria

AutoreLisa Halliday

Giudizio: ***

Il romanzo è la somma di un incrocio di asimmetrie e si divide in tre parti:
  • dove una giovane donna frequenta e si innamora di un anziano scrittore,
  • dove un giovane americano, di origine irachena, si ritrova più americano e meno iracheno, o viceversa,
  • dove il vecchio e colto scrittore racconta della sua vita ad un programma radiofonico.
Nella prima parte l'asimmetria sta nella spropositata distanza di età tra i due protagonisti. È amore reciproco, o forse solo bisogno l'uno dell'altra e viceversa. Lei può dare la sua giovinezza, il suo altruismo, la sua ingenuità, lui può dare la sua esperienza, la sua cultura, la sua ricchezza, non spropositata, ma che aiuta.
Nella seconda parte l'asimmetria è tra l'occidente e l'oriente, non in termini culturali, ma come diversa percezione delle prospettive di vita. Il giovane americano, di origine irachena, ha un fratello maggiore che torna in Iraq e, come medico, opera nell'ospedale di Baghdad, colpita dalle bombe della guerra contro gli USA. Anche il protagonista torna in Iraq e si rende conto della difficoltà di raggiungere il fratello e della certezza di poter tornare negli Stati Uniti solo grazie al passaporto USA. Ma non solo: per un occidentale è ordinario programmare ed organizzare la vita dando per scontato il buon esito del programma, per un iracheno non è possibile nemmeno progettare il domani, letteralmente. Oggi ci sei, ma domani nessuno può saperlo.
La terza parte consiste in una divertente intervista ad una radio dell'anziano scrittore. Nel corso dell'intervista emerge l'asimmetria tra l'essere giovane e l'essere anziano. Le distanze tra ciò che si può avere da giovani (donne) e ciò che si può avere da anziani (la cultura per poter scegliere la musica che piaceva a tuo padre quando eri ragazzo e per la quale tu, a quell'epoca, non riuscivi a comprendere il motivo della passione del genitore). Con un grossolano tentativo illusorio nel cercare di far credere che in fondo si può essere ancora giovane.

Nelle asimmetrie sono nascoste posizioni di forza che non sono necessariamente ultimative: il vecchio scrittore ammalia la giovane che aspira a diventare scrittrice, ma la sua vecchiaia non lo pone in una posizione di forza. Il giovane americano riscopre la sua cultura d'origine come soggetta ad un predominio che gli ruba i ricordi di bambino che andava in Iraq a trovare nonna e zii. Lo scrittore gigioneggia con la giornalista radiofonica che rimanda al mittente l'illusione dell'eterno potere dell'uomo.
Ogni asimmetria ha un epilogo distinto e distante dove l'apparente posizione di forza può essere sovvertita come se in realtà non esistesse la posizione di forza.

Ipotesi di sconfitta

AutoreGiorgio Falco

Giudizio: ***

Sulla vicenda narrata aleggiano la categoria del giusto e dello sbagliato: sarebbe giusto, ma per me è sbagliato perché io cerco e desidero altro, è sbagliato, ma non posso fare altrimenti, per il momento. È così che il protagonista si trova schiacciato tra la vita del padre, integerrimo, lavoratore serio, coscienzioso e felice (per quanto possa essere felice chi si deve alzare tutte le mattine alle 3.30), e la sua vita colma di dubbi, ripensamenti, aspirazioni, accettazioni, che si trascina irrisolta anche per la mai nascosta aspirazione che appare marginale, perché resta svalutata da tutto il contesto.
Il protagonista, studente prima e lavoratore poi, è trasportato da flussi economici e di infelicità diffusa, che cozzano in lavoretti inappaganti in un momento storico che non dà più la risposta che trovò il padre. Sono tentativi che sbattono negli annunci di lavoro in cui si descrive l'ossimoro della ricerca del candidato giovane, ma con esperienza, ovvero del colloquio in cui sei troppo giovane per essere apprezzabile.
Per molti di coloro che sono nati tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 è la narrazione di un percorso esistenziale che separò l'impiego sicuro del genitore padre (molte madri erano casalinghe) dall'esistenza con un impiego incerto, mal pagato e marginale in una società profondamente mutata. L'impiego nel quale il lavoratore ogni giorno vive una condizione nella quale può pensare, con ragionevolezza, "ora faccio questo lavoro, ma poi troverò altro". In realtà quella condizione sedimenta e tiene il lavoratore ancorato in un cubicolo per vent'anni senza ipotizzare una via di uscita se non come una sconfitta.
La storia rappresenta uno spaccato algido, privo di una denuncia violenta se non quella di descrivere lo spaccato sociale che è la sconfitta. Un'idea di società che non trova più riscontri assertivi, ma solo l'ineludibile ripiegamento su sé stessa, e di ogni suo componente per ciò che gli compete, consapevole od inconsapevole che sia.

Madre notte

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ***

Essere dalla parte sbagliata, ma per una ragione giusta ed assumersi la responsabilità di tutto quello che è stato sbagliato, ma farlo per sfinimento e non per dare giustizia. Al di là dei complotti, che ci sono. Al di là dello spionaggio, che c'è. Al di là dei crimini di guerra, che sono noti, che sono evidenti. Al di là del vero e del falso questa è la vicenda di un americano, a Berlino per amore, nel corso della seconda guerra mondiale e della sua fuga a New York, ricercato da alcuni ed osannato da altri.

Vonnegut traccia le linee esistenziali di una persona cortese, gentile, ma sballottata dalla storia, dalla brutta storia, che ha contribuito in prima persona a realizzare. Vonnegut lo fa con una narrazione asciutta e priva di giudizi, ma relegando in un'apparente terra di nessuno il protagonista che si scopre conteso da ebrei, nazisti, russi e dalla sorella della moglie morta nel corso della guerra. Arriveranno anche gli americani, ma non sarà il settimo cavalleggeri.

L'uomo che sapeva troppo

AutoreDavid Leavitt 

Giudizio: ***

C'è una leggenda metropolitana secondo la quale la mela morsicata, il logo della Apple, sarebbe un riferimento a Turing. Potrebbe essere un riferimento a Bianca Neve, ma sarebbe meno credibile in quanto quest'ultima non ha fatto nulla per far scattare la scintilla per immaginare i computer.
Turing era un logico matematico ed ingegnere che dedicò gran parte della sua vita all'anticipazione teorica e pratica della capacità computazionale di macchine opportunamente programmate da matematici. Oggi li chiamiamo computer, ma Turing era proiettato oltre, verso l'ipotesi dell'intelligenza artificiale che oggi affascina le cronache.
L'idea di base era utilizzare le capacità computazionali di macchine opportunamente programmate per determinare quando una ipotesi era dimostrabile. La potenza di calcolo avrebbe potuto aiutare il riscontro del controesempio che faceva cadere l'ipotesi.
Tra la prima e la seconda guerra mondiale ci fu una vera e propria rivoluzione della matematica che vide impegnati a diverso titolo e con diversi riscontri personaggi come Russell, Hardy, Hilbert, Godel, Von Neumann, Wittgenstein. Soprattutto con quest'ultimo, che era un filosofo, Turing ebbe uno scontro / confronto che partiva dalla necessità assoluta del matematico che non ci fosse contraddizione in una proposizione perché, se ci fosse stata, questa avrebbe creato un problema. L'assunto che ne scaturiva è che, siccome l'essere umano è fallibile, l'intelligenza artificiale, che ad esso si ispira perché da esso è indotta e programmata, potrebbe essere fallibile. Era l'errore a rendere intelligente l'artificiale e non la sua assenza, anche perché nella vita quotidiana è l'errore che produce mutamento. Questa può essere interpretata come una premonizione del futuro di Turing.
Turing era un personaggio spesso indecifrabile. Era incapace di interpretare le parole altrui se non in senso rigidamente letterale. Senza fare ricerche, potendo contare sulle sue straordinarie capacità, dimostrava cose che erano funzionali alla prosecuzione del suo lavoro anche se, ricercandole, avrebbe potuto assumere i risultati perché già noti. Era un battitore libero con idee forti e chiare ed estremamente dotato. Si appassionava a nuove ricerche abbandonando ad altri cose praticamente concluse. Era omosessuale e, all'epoca, questo era un reato punibile con il carcere in Gran Bretagna.
Turing partecipò alla seconda guerra mondiale contribuendo a decrittare i messaggi segreti prodotti dalla macchina tedesca Enigma, formulando la tesi secondo la quale solo una macchina avrebbe potuto decrittare una macchina. E fu così. Per questo fu un eroe per il suo paese.
Però non gli bastò e la mela morsicata è il finale di una vita poco celebrata, un nome che si incontra tra gli altri, ma di cui non si coglie l'importanza assoluta.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

AutoreErich Maria Remarque 

Giudizio: ****

I vent'anni di una generazione, persa per la Patria che non può essere tale senza lo Stato, non si ritroveranno mai.
Il massacro della Grande Guerra è presente in ogni pagina di questo libro. È il massacro fisico, quello inevitabile in ogni guerra: vedere morire amici come fatto ordinario perché è la guerra. È il massacro dei sogni di giovani ventenni che, ancora, non sanno cosa sarà di loro. Ormai sono esperti di guerra, ma potranno dimenticare questo orrore e tornare alla normalità? È il massacro degli ideali, quegli ideali indotti dal potere costituito che ha consegnato una classe intera alla guerra. È il massacro dell'ordine costituito "formale" in un mondo "informale" fatto di paura, dolore, rabbia, indifferenza e sopravvivenza che non sta più nel saluto marziale, ma sta nel riconoscere il colpo che giunge dalle linee avversarie per agire di conseguenza e salvarsi.

Il rifiuto della guerra esce da ogni pagina come denuncia di una tragedia vista, ma invisibile. Si sopravvive per pura fortuna e si muore per pura sfortuna. Nulla ha più un senso e la fine del senso cancella lo Stato e trascina nel gorgo la Patria e tutti gli ideali che la fondano. L'indicibile non devi raccontarlo e devi fare da trincea al fronte con il nemico, ma anche per i borghesi compatrioti che non sanno e non vedono. Sei stato abbandonato, la Patria ti ha lasciato solo con i pochi camerati che sono soli come e con te.

Un libro bellissimo che non lascia spazio a mediazioni. Dovrebbe indurre l'umanità intera a bandire la guerra come soluzione dei "litigi" tra i pochi uomini, ma combattuti dai milioni di uomini che non hanno motivo per litigare tra loro. Questi diventano carne da macello, gli uni per gli altri, niente di nuovo sul fronte occidentale.

History

AutoreGiuseppe Genna

Giudizio: ***

La vita è contemporaneità. La triste figura, l'uomo nero, che ha percorso i tuoi pensieri da ragazzino, è contemporaneo. È sempre presente nei tuoi ricordi fanciulleschi e lo ritrovi in quello che racconta, solo a te, una ragazzina "sbagliata", una ragazzina "studiata", una ragazzina "aiutata", una ragazzina "picchiata".

L'aiuto, lo studio, stanno nell'interpretarla e nel raccontarla per la "macchina" ed alla "macchina" nel tecnopolo, avveniristico eppure anch'esso contemporaneo. Dalla contemporaneità non si scappa e se sei figlia amata e sorella odiata non c'è mente artificiale, non c'è interfaccia che possa salvarti dall'amore sbiadito e dall'odio funesto e funestato. L'artificiale replicherà quello che ha saputo, ed ha saputo tutto, e genererà una propria coscienza, un proprio spirito del tutto abnorme e difforme fino alla sparizione del corpo, fino allo svuotamento di ogni coscienza, alla fine dell'infinito. Nella pace totale.

Una lettura per me difficile che opera su diversi piani tra loro sghembi, irrisolti, irrisolvibili. Quanto l'oggi influenza il domani e quanto il domani ha già influenzato l'oggi, predeterminando se stesso. Quel futuro inarrivabile e scevro dalle umane sventure, ma solo se sei bravo perché se non lo sei tornerà la triste figura.

Il grande tiratore

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ***

Essere a Vienna, prima dello scoppio della Grande Guerra, e diventare amico di Adolf Hitler. Succede ad Otto Waltz, americano, pittore. È la comune propensione artistica che avvicina Otto ad Adolf. La politica ancora non c'entra, la politica verrà solo dopo e non sarà politica in senso stretto, ma manifestazione dell'amicizia e di apprezzamento. Infatti, sull'onda dell'entusiasmo di aver riallacciato i rapporti con Hitler, diventato Cancelliere della Germania, Otto si rende protagonista attivo della propaganda del nuovo ordine nazista negli Stati Uniti.
Vedere sventolare davanti ad una casa dell'Ohio una bandiera nazista con la svastica inizialmente lascia tutti i concittadini indifferenti, anzi incuriositi dalla novità. Ma il fato, prima, ed il carattere di Otto, poi, lo condurranno in disgrazia. È il figlio, narratore della storia, e protagonista che merita il titolo di Grande Tiratore a scatenare l'avvio del declino.
Storia bizzarra che intreccia l'orrore dell'ordine nazista con il candido protagonismo di Otto, il senso di colpa del secondo Genito per l'accaduto con un destino segnato, inevitabile, definitivo perché ogni azione ha conseguenze eterne con cui dovremo fare sempre i conti.

Alta fedeltà

AutoreNick Hornby

Giudizio: ****

Classificare rende esperti. Almeno puoi dimostrare la padronanza di quelle materie che conosci, o che credi di conoscere. Se tutto ruota intorno ad esperienze che ti appartengono e che domini, sei a cavallo, ma se qualcosa sfugge al tuo controllo sei fuori gioco. Perché, di per sé, il gioco è rassicurante: hai un'opinione su tutto ciò per cui vale la pena avere un'opinione e la puoi esprimere con i 5 capisaldi che caratterizzano l'argomento. Primo, secondo, terzo, quarto, quinto, ben definiti, ben posizionati e dopo di loro il diluvio.
Hai certezze con esempi, con elementi di paragone, ma tutto frana se l'opinione richiesta verte sulla vita vissuta. In questo caso la classifica diventa troppo difficile per essere stilata. Certo anche in questi ambiti una classifica puoi cercare di costruirla. Mettere al primo posto il più grande amore della tua vita non è negato a nessuno, ma i confini diventano più labili, più sottili, meno definiti.
La tua esperienza non resta racchiusa in un vinile sentito allo sfinimento perché ora riguarda te e non la puoi valutare da esterno. Le classifiche non servono a posizionare comportamenti buoni (amore) o sbagliati (le peggiori fregature). Tutto quello che serve è crescere, uscire dalle proprie frustrazioni e cercare di farlo dalla posizione numero uno. Non è sempre possibile e la vita lo insegna meglio di qualsiasi classifica, perché sarà diluvio, ma con qualche raggio di sole.

Superficie

AutoreDiego De Silva

Giudizio: ***

Flusso dell'incoscienza che raccoglie in 100 paginette la superficialità delle nostre coscienze. Frasi brevi si allacciano a concetti espressi nel comune dire o colti nel comune sentire. Qui trovano sistemazione, precisa e lapidaria. La banalità del vero sottoposta ad un'esplorazione con il telescopio e non ad una lente di ingrandimento. Perché tutto ci è lontano fino a quando non lo leggiamo e lo scopriamo più vicino. Pensare "questo è proprio vero" è la sorpresa a cui ti espone questa esplorazione, è proprio vero.
Lo scibile dell'umano trovato nell'inumana individualità che diventa collettiva, ma non umana. Si nominano Baudelaire, Pasolini, i Teletubbies, Kant, Hegel, il Grande Fratello, X Factor, Kiarostami, De Filippo, Finardi, Dalla, Dylan, nomi che si conoscono, tutti li conoscono. Però, in realtà, non serve conoscerli, è sufficiente nominarli ed incasellarli nello spazio esatto sulla superficie a nostra disposizione. E questo potrebbe significare che c'è un profondo, ma interessa meno della superficie. Perché io non guardo i Teletubbies, ma di Kant le so tutte! Tu cosa ne sai?
Si legge il "nulla" convenendo che è il "grande nulla". Scale che salgono e scendono restando allo stesso piano: la superficie che ci piace perlustrare definendone i confini fino a quando sarà possibile nella data cornice. Orientarsi sulla superficie appare divertente, certamente più rassicurante rispetto al conoscere chi e cosa si nomina. Escher sarebbe stato perfetto, ma non trova spazio in questa superficie ed io lo colloco nella mia, in un'altra cornice.

La cerimonia del massaggio

AutoreAlan Bennet

Giudizio: ***

Per qualcuno è in corso un inconsapevole esame, per qualcuno è un momento di sincera tristezza, per qualcuno è l'occasione per intrufolarsi nel buffet che seguirà la cerimonia, ma per quasi tutti è preoccupazione di cosa potrebbe essere dopo. Certamente è un funerale, momento di tristezza, ma anche luogo dove le fame dei presenti si attorcigliano in una contesto stravolto dalla cerimonia che vedrà esibirsi un soprano ed un sax. Rituale coraggioso, lo impone il defunto che, seppellito altrove, appare presente come se fosse ancora in vita. È nei pensieri di tutti.
Questa presenza sta nel punto di vista dell'eterogeneo pubblico: la famosa pop star, la giornalista, la scrittrice ed il suo editore, l'alto funzionario della banca centrale, il dirigente ministeriale, il parroco ed i concelebranti.
Il morto conosceva persone famose e non che manipolava quotidianamente. Nella navata della chiesa tutte queste persone sono sorprese che amiche ed amici lo conoscessero. Anche tu lo conoscevi? Che fosse una spalla o fosse il calore emanato dal tocco del morto tutte hanno tratto beneficio dal massaggiatore. Un dono, prezioso, che ora diventa un fardello pesante per i sopravvissuti.
Tutto scorre nella squisita conquista della consapevolezza comune di chi era il massaggiatore. Gli animi affrontano alti e bassi, paure e sollievi. L'umanità che si aggrappa alla speranze, applaude con sollievo alle certezze rassicuranti e poi vanifica tutto alla prima occasione, come solo l'umanità sa fare. Poi batté l'ora.

Racconti di Padre Brown

AutoreGilbert Keith Chesterton

Giudizio: ****

L'arrivo dell'inatteso è sempre il finale convincente, è il finale esatto che esclude tutte le altre possibili soluzioni. Al di là delle impressioni o dei ragionamenti sull'impossibilità che quanto si vede, e non vede, possa essere. E non è un colpo di scena, ma il palesarsi della natura umana.
Il prete, attento e meticoloso nel cogliere tutti gli indizi, riesce anche a leggere l'animo umano in quanto essere umano: è questo che fa la differenza. Che sia furto od omicidio l'artefice che ha ordito il delitto è un uomo ed in quanto tale può essere compreso solo da un altro uomo.
Il movente viene prima di ogni altra cosa ed interpretare il perché di un accadimento viene prima del come quella cosa è accaduta, per quanto incredibile essa possa apparire. Una ragione terrena oltrepassa le mere valutazioni sulle apparenze che porterebbero all'ultraterreno. C'è sempre quel tanto di maligno che basta e che risiede in ogni essere umano. Il bene ed il male sono cosa umana e non divina.
L'inganno è nell'umano, la cui natura è debole ed egoista, incantatrice e bugiarda. La soluzione sta nel contemplare questa natura per comprendere le motivazioni del delitto. La ricostruzione degli indizi ricomporranno alla fine il mosaico del come l'apparentemente impossibile sia potuto accadere. Eppure questo resterà secondario, sarà l'esercizio di stile che condurrà a sintesi la natura umana. In fondo anche un malfattore può essere redento e divenire utile alla lotta del bene contro il male, come un omicidio può emergere anche in assenza del cadavere: tutto molto umano.

Nota a margine: a 11/12 anni lessi alcuni racconti di padre Brown. Nella scheda di lettura, preparata per la professoressa di lettere, certamente indicai come genere "giallo/poliziesco". Ad oltre 9 lustri di distanza capisco che avrei potuto indicare in modo più preciso il genere "introspezione psicologica" che mai utilizzai per catalogare le mie letture alle scuole medie.

Questo è il rock!

La scorsa settimana, per un percorso mentale che non sono in grado di ricostruire perché disperso nei meandri dei percorsi mentali di cui ricordi solo l'arrivo, non la partenza e men che meno il tragitto, mi sono trovato a chiedermi: "Qual è la prima rock opera che ho visto?". Interrogativo ozioso ed inesplorato e poi, oggi, mi sono imbattuto in questo articolo, "Rock e opera, i promessi sposi". Se le coincidenze non esistono, e non esistono come non esiste il caso, qualcosa vorrà pur dire. Allora diciamolo.
La prima rock opera di cui sentii parlare fu Jesus Christ superstar. Me ne parlò una mia compagna di classe, credo in quarta/quinta elementare, mentre eravamo alla fermata dell'autobus davanti al cartellone pubblicitario. Mi accennò anche il fatto che sua sorella l'aveva vista, ma perché lei, la sorella, era grande, mentre noi eravamo troppo piccoli per vederla. Pensai "certo, tua sorella ha addirittura 14 anni è evidente che può vedere cose che noi nemmeno immaginiamo!", ma quale fosse il motivo della censura mi sfuggì: cosa avrebbe potuto contenere di diverso da Gesù di Nazareth di Zeffirelli che, per "indicazione didattica", avevamo visto tutti? E forse il quesito introdotto a catechismo "è stata peggiore la morte di Gesù, crocefisso con le carni straziate dai chiudi fissati al legno, oppure quella di Pietro, anch'egli crocefisso, ma per semplice legatura degli arti ai legni, però posto a testa in giù?" non era già quanto di peggio possa essere proposto ad un decenne come elemento di speculazione sulla sofferenza che un essere umano può infliggere ad un altro essere umano? Se escludiamo i sensi di colpa nei confronti dei bambini del Biafra quando non finivi la carne. Comunque Jesus Christ superstar non fu la prima rock opera che vidi solo molti anni dopo su Tmc.
La prima rock opera fu Tommy, trasmessa a mo' di tappabuchi da Rete A. Non la vidi subito in una unica soluzione, ma ne assemblai diversi spezzoni accatastati casualmente nel palinsesto di quella rete. Mettere insieme i pezzi non fu semplicissimo, ma la ripetizione forsennata che fu fatta in quella tarda primavera / estate mi aiutò ed alla fine vidi, toccai e guarii.
La seconda rock opera che vidi fu Quadrophenia sempre degli Who. Anche questa fu una visione "tribolata" frutto di un ammutinamento collettivo nel corso della gita formativa presso la fiera dell'informatica a Bologna. Il professore di elettronica ci perdonerà, ma la visita, che pure terminò in mattinata, si prolungò in un locale bolognese per evitare le tre ore di laboratorio pomeridiano. Mangiammo ed, essendo solo noi, i gestori ci dissero che avremmo potuto vedere un film. Tra the Wall e Quadrophenia vinse democraticamente quest'ultimo. Fu una visione "guidata" da un compagno, dotto esegeta della pellicola, che ci accompagnò in una fruizione ragionata per sintesi con lui vicino al video registratore che avanzava velocemente sui pezzi trascurabili ed al tempo stesso presentandoci l'imprescindibilità ed il profondo senso di comunicazione che risiedeva nei pezzi che ci faceva vedere a velocità normale. Amore, delusione, odio.
The Wall lo recuperai solo anni dopo noleggiandolo in videoteca ed avendolo sentito e sentito e sentito, ma anch'esso per sintesi radiofonica o per fruizione di compilation, gentilmente realizzate dagli esperti, attraverso il "mangia-nastri". Però non prima di un "pirotecnico" "al di là del muro" di Barbarossa che sminuì l'epica di qualsiasi muro, anche della grande muraglia cinese.
Prima di The Wall, a tradimento, mi fecero vedere Grease, che nulla ha di rock opera, ma Olivia Newton John era proprio carina.
Chiudo non potendo fare a meno di citare The great rock'n'roll swindle e the Rocky horror picture show. Forse perché ero privo di un esegeta in grado di guidarmi, forse perché ero assonnato, forse perché mi ricordo tutto molto vagamente, come se in fondo non mi interessassero molto.
La video cassetta vista dal divano non è rock come la composizione di Tommy ad orari diversi, oppure la vista ad alta velocità di Quadrophenia, oppure vedere finalmente il film che ti era vietato a 10 anni e raggiungere finalmente l'esperienza già fatta dalla sorella della tua amica senza capire cosa ci fosse di male nel vedere quella cosa a 10 anni. 

Questo è il rock!

Come ho conosciuto la Cecoslovacchia che non esiste e che forse non è mai esistita

Note sulle vicinanze nell'inesistenza

Ricordo che un giorno la maestra ci parlò della Cecoslovacchia. Non ricordo in quale contesto si inserì questo racconto, ma ricordo con ragionevole precisione due punti: la primavera di Praga e che i cecoslovacchi leggevano, sempre. Che il racconto fosse inserito in una lezione di storia, di geografia, o fosse un invito alla lettura poco importa.
La primavera di Praga non ci venne presentata affermando le condizioni geopolitiche, che a 9 anni non avremmo capito, ma raccontando un aneddoto della ribellione contro l'ordine costituito e le romanzesche conseguenze. La maestra ci disse che nel corso degli scontri di piazza un ragazzo (poteva essere solo un ragazzo perché la ribellione è giovane e maschile) perse una scarpa che rimase per giorni nel luogo dove fu smarrita, lasciata volutamente dalle autorità per cogliere in fallo colui che sarebbe tornato a recuperarla. Però nessuno fece questo gesto di implicita ammissione di colpevolezza ed al tempo stesso di appartenenza avversa allo Stato. Certo per tutti noi era facile comprendere non tanto il perché, ma il come una rivoluzione debba essere condotta. Come prima cosa rimanere liberi e proseguirla, anche con una sola scarpa. Ce lo insegnava il nascondino. Secondariamente tutti a casa hanno un secondo paio di scarpe vecchie, ma ancora utili alla necessaria lotta di ribellione. Che fosse maschio e non femmina non turbò alcuno.
L'altra cosa che la maestra ci raccontò era una sua esperienza diretta avuta nel corso di un viaggio. Salendo sui mezzi pubblici la maestra constatò di persona che in autobus i cecoslovacchi leggono, non giornali, ma libri. E questo lo facevano indifferentemente uomini e donne. La cosa era sorprendente per noi tutti e soprattutto il riferimento ai libri ci pareva al di fuori della nostra comprensione. Libri che si spostano con persone che li leggono nei tragitti in autobus. Perché lo fanno? Questo era il loro cruccio? La primavera di Praga aveva a che fare con questa anomalia? Erano costretti, oppure erano liberi di farlo? E perché lo facevano tutti? Risposte che, se ci furono, non ricordo. Però pareva una chiara spia di allarme per il disagio di un popolo intero.

L'altro giorno ero in un corridoio del policlinico, non in un autobus, ma comunque in un luogo deputato, come l'autobus, alla conclusione di un'attesa. C'erano una trentina di persone, io con il mio libro sotto il braccio pronto a scostare il segnalibro e gli altri che stavano già leggendo. Non tutti, ma un buon 60%. Ed, a parte il mio, non c'erano altri libri e nemmeno giornali, ma solo smartphone sui quali indici e pollici garantivano lo scorrimento dei testi. L'evoluzione umana persiste grazie all'opponibilità del pollice.
Siamo tutti cecoslovacchi anche se questa categoria non esiste più e lasciamo tante scarpe nei percorsi telematici che compiamo, anche in assenza di ribellione. Così ho dissotterrato e definitivamente seppellito il mio ricordo in assenza di Praga.

Le nostre anime di notte

AutoreKent Haruf

Giudizio: ****

Una vita vissuta anche di notte. Ecco cosa sono le nostre anime di notte, una opportunità di vita rivissuta e non solo ripensata. Ancora una possibilità che ciò che è stato non sia e ciò che non è stato sia. Fare quello che non si deve fare, sentendosi liberi di farlo. Taluni non comprendono, taluni disapprovano. Pochi altri approvano, i troppo giovani e i troppo vecchi privi delle malizie del giorno.
Sarà amicizia, sarà amore, sarà compagnia. È una lunga notte di una lunga vita, meglio passarla in compagnia, meglio viverla in compagnia. Alle anime ci penseremo poi, forse. Il futuro non è più nostro e forse non lo è mai stato. Di notte stiamo in compagnia.

Questa è l'acqua

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ****

Forse è un fratello maggiore interessato a non essere confuso con un paternalista predicatore su ciò che è giusto e bene. Non esiste una risposta assoluta a questi dilemmi, esiste però la possibilità di esplorarli, esiste l'esperienza del fratello maggiore che li ha in parte già esplorati. Le fatiche della vita, le disillusioni, le mancanze, gli egoismi, tutto ciò ci riguarda direttamente e pervade i nostri pensieri, i nostri sentimenti. Spesso non ce ne rendiamo conto perché siamo troppo presi da noi e per nulla dal contesto. Siamo pesci nell'acqua e non sappiamo cos'è l'acqua.
Il fratello maggiore ha già affrontato questo dilemma ed ha una certezza che ci porge come possibile prassi, non come soluzione: la libertà di pensiero non è realmente tale se al contempo non si ha la libertà di scegliere a cosa pensare. Se siamo l'ombelico del mondo perdiamo la prospettiva che gli ombelichi del mondo sono 7 miliardi. È difficile sapere, sentire, vedere l'acqua se non hai la libertà di pensarla. E se pure hai tale libertà la devi perseguire con fatica per contrastare l'attitudine che non esclude nessuno dal cercare risposte solo per sé.
Diventa vitale, letteralmente, riconoscere fulcro dell'agire umano la libertà delle cose a cui pensare e di pensarle liberamente per non essere morti. In questo libro esiste il marito profondamente innamorato e ricambiato dalla moglie malata terminale che si trovano di fronte all'inaspettato per i loro sentimenti, esiste il bambino che annuncia un inconcepibile amore per il nonno, esiste la Cosa brutta che ti porta sul pianeta Trillafon, esiste la certezza dell'errore che garantisce sempre la soluzione esatta, esiste la strategia congegnata con arguzia che fallisce per effetto dell'imponderabile, per effetto della mancanza di controllo sulla natura umana ed animale.
L'acqua esiste e questo è DFW.

La più amata

AutoreTeresa Ciabatti

Giudizio: ***

Quanto c'è di ordinario in un'infanzia straordinaria? Straordinaria non per merito della protagonista, ma per quanto gravita nel suo universo: per come è composto, per quanto appare luminoso e folgorante e per quanto si dimostrerà oscuro e controverso. La protagonista è la narratrice, è il tassello pensante, colei che pensa per quanto deve pensare il padre, per quanto deve pensare la madre, per quanto deve pensare il fratello. Compone il sistema che esisteva prima e che cesserà di esistere dopo. Avventura dura, scoprirsi capricciosa e viziata, inquieta ed inascoltata.
Un padre assente, distratto, troppo compreso in un ruolo sovrumano, colui che tutto può. Una madre gentile, buona, ma piegata dal suo amare, dal suo confidare nel prossimo, quanto più prossimo sia. Quello che accade le toglierà certezze, la renderà sospettosa: complice e colpevole.
Anche la più amata smetterà di pensarsi come tale. Inizierà a rileggere quelle vicende con altri occhi da diversi punti di vista, non più filtrati dall'essere la preferita.

Creature di un giorno

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: ***

Ho conosciuto Yalom per colpa di Schopenhauer e della sua "cura" e, probabilmente, per effetto di un suggestivo risvolto di copertina che oggi nemmeno ricordo (la suggestione è più immaginata che ricordata. Potrei rileggere il risvolto di copertina, ma, certamente, non ne trarrei la suggestione dell'epoca che ora immagino solo). Così va la vita, incontriamo fatti, cose, persone che ci "catturano" e rimaniamo "affezionati" loro ed anche un po' "invischiati in loro". Solo un po', perché nulla è eterno.

[Digressione - Per esempio il primo album di Luciano Ligabue per me era affascinante, oggi non riesco nemmeno ad avere la curiosità di sentire le sue ultime canzoni, che comunque mi tocca sentire alla radio, ma che mi lasciano indifferente: non c'è più la scintilla dell'iniziale fascino. Possiamo dire che sono questioni di tempi, di momenti, di creatività, di suggestiva sintonia? Diciamolo].

Yalom è uno scrittore a tempo cercato (tra gli altri impegni si ritaglia spazi, rigorosamente definiti, per scrivere libri) che di professione fa lo psicoterapeuta. Nel tempo perso è un appassionato di filosofia, o forse di filosofi. Ha scritto romanzi "con" Schopenhauer, Nietzsche, Spinoza, Freud.
"Creature di un giorno" non è un romanzo e Yalom non scrive di filosofi, ma scrive di filosofia della psicoterapia. Scrive della sua filosofia maturata negli anni e sviluppata durante le terapie. Non parlo di una ponderosa "critica della psicoterapia pratica", ma di una testimonianza di terapie per esistenze in vita. Yalom trascrive alcune delle vicende che riguardano sue terapie brevi, quelle non strutturate, che si concludono addirittura in una singola seduta. Racconta gli elementi cardine con i quali ha cercato di fornire sostegno ai pazienti. In queste dieci vicende troviamo tratti di esistenze "mutilate", esistenze "fuori fuoco", esistenze "distratte" da mancate esistenze e, fatale, di esistenze prossime alla morte.
L'essere in vita ha un costo, il conto ci viene presentato dal contesto in cui viviamo, dal carattere, dalle nostalgie. In particolare mi appaiono sorprendenti le vicende nella quale lo psicoterapeuta ottiene espliciti ringraziamenti da parte del paziente anche se, in cuor suo, Yalom capisce che il beneficio è un effetto laterale ed involontario alle sue scelte terapeutiche. Infatti a quel risultato, da lui sperato, ha contribuito altro che, pur emergendo dalla terapia, si sviluppa autonomamente.
In tal senso Yalom consolida l'idea che al centro della terapia c'è la persona e non meccaniche tecniche di trattamento standard per le diagnosi espresse. Lascia intendere, in modo nemmeno troppo velato, che i migliori risultati nelle terapie brevi si producono attraverso la miscela di esperienza e di rischio calcolato, approcciando però il paziente non come mero portatore di diagnosi, ma come persona viva e sofferente. L'autore lo scrive esplicitamente nella postfazione: le persone che maturano la necessità di una terapia hanno come primario bisogno quello di "risolvere le proprie esistenze" o, meglio, dare significato e valore alle proprie esistenze. Un terapeuta deve avere o maturare una sensibilità che colga appieno il problema esistenziale del suo interlocutore.

Il filosofo pigro

AutoreStefano Scrima

Giudizio: ***

I filosofi, anche i grandissimi filosofi, sono esseri umani. Aspettate, trattenete la pernacchia, se potete. Vi darò altro materiale che fornirà ulteriore vigore al rumore che potrete produrre. Tutti gli uomini (e donne) sono filosofi, Socrate è un uomo, Socrate è un filosofo.
Bella forza! Tutti insieme, al mio tre, una sonora pernacchia!
Avete ragione, l'ho un po' "tirata per i capelli", ma... ma tutti gli esseri umani hanno la facoltà di pensiero e questo non è un assunto secondario. Eppure la maggior parte degli esseri umani non ha consapevolezza che il loro pensare è indotto dal dibattito filosofico ed ha ricadute producendo "speculazioni filosofiche".
Affrontiamo quotidianamente più o meno grandi questioni, le elaboriamo, le sviluppiamo, le facciamo nostre. Ci facciamo domande e cerchiamo di dare risposte esercitando la nostra libertà di pensiero e di espressione (oggi abbiamo un potentissimo megafono nei social media e se mi state leggendo capite cosa intendo). Eppure non ce ne rendiamo realmente conto. Forse perché non riusciamo a collocarci nel "luogo comune" che crediamo deputato ai filosofi. Perché i filosofi sono seduti in un salotto (spesso televisivo), discutono amabilmente, oppure animatamente di filosofia, utilizzando termini e concetti che sono astrusi e fuori dalla nostra capacità di comprensione. A noi non accade mai.
Siamo "accerchiati" dalla vita quotidiana e da tutto ciò che questo comporta. Non produciamo filosofia, produciamo sopravvivenza. Pensiamo sia moralmente inaccettabile discriminare esseri umani per colore della pelle, genere, credo quando ci consegnano un volantino xenofobo? Pensiamo che quella tal pubblicità sia stupida? Pensiamo che dovremmo affrontare in modo più risoluto e coraggioso le questioni nell'ambito del lavoro? Ci sentiamo infelici perché vediamo intorno a noi tanta infelicità? Ci poniamo domande e cerchiamo risposte. Per semplificare potrei usare una locuzione abusata dicendo che tutti abbiamo una filosofia di vita. Attenzione, è un luogo comune che ne trascina tanti altri e che, di fatto, ci impediscono di filosofare. Ma il concetto così semplice ed estremo dovrebbe aprici gli occhi sul fatto che il nostro pensare ha una valenza politica, economica, sociale ed, in ultima analisi, anche filosofica. 
Con questo libro, gradevole e leggero, l'autore si pone l'obiettivo, tutt'altro che banale, di dotarci di qualche elemento di riflessione filosofica senza rinchiudersi in un linguaggio comprensibile solo agli addetti ai lavori. Si parla di filosofia parlando della vita, quella che affrontiamo quotidianamente: amore, bicicletta, felicità, lavoro, leggere, libertà, pigrizia, scrivere, stupidità, verità, birra, coca cola ed altro ancora. L'autore lo fa in modo lieve anche citando i grandissimi filosofi eppure calandoli in contesti comprensibili che possono fungere da primario stimolo all'approfondimento. Per farlo dovremo diventare un po' meno pigri e cercare i libri che fino ad oggi non abbiamo cercato. 

È possibile leggere qui la prefazione de "Il filosofo pigro" >> https://www.rickdeckard.net/2017/10/05/il-filosofo-pigro/

L'arte di ottenere ragione

AutoreArthur Schopenhauer

Giudizio: *****

È un libretto del mai troppo celebrato Arthur Schopenhauer. Descrive 38 stratagemmi per ottenere la ragione. Lo lessi quasi 30 anni fa senza comprenderne pienamente la portata che aveva nel mondo che vivevo allora e che non è cambiato, se non in peggio.
Secondo il filosofo la dialettica è "la dottrina del modo di procedere della naturale prepotenza umana". Non so quanto questa conclusione possa dirsi vera se posta nel sillogismo
A) Gli uomini sono naturalmente prepotenti.
B) Socrate è un uomo.
C) Socrate è naturalmente prepotente.
Facebook, comunque, si presta splendidamente a contenere inconsapevoli adepti ad alcuni degli stratagemmi che il filosofo ha elencato. Non sono stratagemmi eleganti o edificanti, ma rappresentano la "naturale prepotenza umana" con tutte le ovvie conseguenze.
Il più semplice e naturale stratagemma consiste nella contromossa più comune su Facebook: se c'è il rischio che la tua tesi possa soccombere, sposta l'argomento su altre questioni. I "benaltrismi" (branca "filosofica" che si riconosce compiutamente nell'affermazione "se non c'è abbastanza aria per respirare bevi acqua, perché contiene ossigeno" versione leggermente meno snob di "se vogliono pane date loro brioches") sono pratiche all'ordine del giorno in qualsiasi discussione. Provate a fare caso all'andamento delle discussioni a cui avete partecipato su Facebook e scoprirete che l'oggetto posto inizialmente è stato disperso in pochi passaggi e la discussione si è piegata ad altro. E, per dare credito allo stratagemma schopenhaueriano, potrebbe essere stato lo stesso promotore della discussione a cambiare le carte in tavola vedendosi prossimo alla "sopraffazione".
Però i più attenti e scafati frequentatori delle discussioni non utilizzano solo questa stratagemma, ma lo infarciscono riccamente con altri:
  • affermare come postulato ciò che dovrebbero dimostrare ("che non vi sia discriminazione di genere è un dato di fatto", che letto in questo contesto appare affermazione marziana, ma che in una discussione a cui partecipai assunse una rilevanza tale da costringermi a portare dati per dimostrare che il dato di fatto era esattamente l'opposto e non senza leggere, tra le altre risposte, che la logica del mio interlocutore era talmente efficace da non richiedere l'esposizione da parte mia dei dati sull'argomento a contrasto del postulato iniziale perché si dimostravano logicamente inutili);
  • descrivere l'opposto della propria tesi in modo denigratorio e come se fosse vero; l'avversario sarà costretto a rifiutarlo ed a darti ragione (se arrivano i migranti ci ruberanno lavoro, vuoi perdere il lavoro?);
  • ammettere che in teoria è vero, ma non nella pratica negando le conseguenze di una verità (in teoria le donne non dovrebbero subire discriminazioni, ma in pratica questo avviene perché le donne non danno le stesse garanzie fornite dagli uomini). Questo è anche noto come "Sì, ma..." che apre alle più sorprendenti giravolte come "Non sono razzista, ma...";
  • agire sulla volontà altrui con motivazioni che mostrino all'avversario che se la sua opinione fosse vera non potrebbe che recargli danno (oggi siamo liberi e possiamo discuterne. Se venissimo invasi/governati da xxxyyyzzz* questa libertà ci verrebbe negata) *scegliete a piacere oggetto/soggetto;
  • ultima, ma non meno importante: diventare offensivi ed oltraggiosi (un insulto non si nega a nessuno).

Una lettura molto interessante, per nulla difficile  e straordinariamente attuale. Può aiutare alla sopravvivenza sui social media anche solo per difendersi dalla "naturale prepotenza umana" che ci rende animali sociali.

In presenza di Schopenhauer

AutoreMichel Houellembecq

Giudizio: ****

Conoscere Schopenhauer è una ricchezza in sé. Sintesi estrema di questo libricino, forse troppo "leggero", però al tempo stesso molto denso.

Il mondo è la rappresentazione che do di esso. Questa non deriva dall'esperienza, ma dall'elaborazione del mio intelletto, quindi soggettiva. La rappresentazione è influenzata della mia volontà (interessi, passioni, piaceri).
Per raggiungere l'"oggettività" dell'idea di un oggetto si deve andare oltre l'"invadenza" della volontà. Gli artisti, almeno quelli che hanno la capacità di rivolgere uno sguardo attento alle cose e di non restare invischiati nella volontà di successo, fama, ricchezza, sono coloro che potranno osservare e portare l'oggetto ad "idea" e non assumerne la rappresentazione dettata dalla volontà.
Siamo tutti soggetti alla nostra volontà. Il mondo è soggetto alla volontà, alle nostre passioni che possono essere alte come amore e bellezza, ma che vengono sempre trascinate verso l'universo disgustoso, spesso atroce, nel quale ci sono malattie e violenze e sofferenze. Una volontà che non può avere un senso precostituito se non la volontà della natura che rende la vita una sofferenza. È luogo comune che i più semplici, i più stupidi, sono quelli che soffrono meno perché non comprendono appieno ciò che li circonda, ma nessuno comunque li invidierà.
Gli animali invece subiscono sofferenze atroci per la semplice volontà di vivere perché la volontà della natura li porta ad essere prede e predatori e comunque sempre prede di altri predatori. 
L'assenza di ogni fine e limite è essenziale alla volontà in sé che è una tensione infinita senza limite: ogni fine raggiunto è inizio di un nuovo fine e così via, all'infinito. La manifestazione della volontà della natura è un flusso infinito. E lo stesso vale per i desideri umani: gli sforzi sono tesi a raggiungere un fine che tale non è, ma risulta solo un passaggio verso un nuovo fine. Un continuo divenire del quale non è dato conoscere un senso se non attraverso la manifestazione della volontà.

La lettura di questo libro sono due ore di tempo ben spese in presenza di Schopenhauer.

Pastorale americana

AutorePhilip Roth

Giudizio: ****

Fai la cosa giusta. Fai sempre la cosa giusta e per questo sei ammirato, da alcuni, e disprezzato da altri. Scegli di assecondare i primi che ti acclamano, che ti ammirano, che ti adorano, ma non tralasci nemmeno i secondi. Non devi nemmeno sforzarti, è facile capire anche questi ultimi perché farlo rientra nell'alveo del fare la cosa giusta.
Lo Svedese costruisce la sua vita facendo sempre la cosa più giusta e più ragionevole. Eroe sportivo, imprenditore comprensivo, marito affettuoso, padre attento, cittadino altruista. Eppure, nella vita così affrontata, c'è il punto di rottura. C'è il dolore dell'impotenza. C'è la cattiveria che ti distrugge lentamente. C'è la scoperta della falsità. Perché è la vita che ha queste componenti. Ed anche se ti sei ripromesso di fare sempre la cosa giusta, la vita non te lo consente, non perché è crudele, ma perché sei tu che non puoi aspirare a fare sempre la cosa giusta. Il mito crolla miseramente e la luce si spegne.

Quando siete felici, fateci caso. Edizione (molto) ampliata

AutoreKurt Vonnegut

Giudizio: ****

Il buon, caro, vecchio Kurt ha ancora un mercato a 10 anni dalla sua morte. Questa l'ho già scritta due anni fa, al momento dell'uscita della versione "corta" del libro che ho ora riposto sullo scaffale. E non avete la minima idea di quanto mi faccia piacere, a distanza di poco più di un paio di mesi dall'uscita della versione "estesa", constatare che le copie in libreria sono andate esaurite (nota: non detengo a nessun titolo ed in alcun modo diritti di autore sulle vendite dei libri del buon, caro, vecchio Kurt, la mia è una ragione puramente sentimentale, affettiva, Kurt ne è testimone da lassù dove ora si trova). C'è un gran bisogno del buon, caro, vecchio Kurt, scanzonato quanto basta da sapere che, se esiste, il buon Dio gli vuole bene.
Per chi è interessato è possibile rintracciare su questo sito la scheda scritta esattamente due anni fa per l'edizione "corta". Cercatela nelle pagine del blog, non vi do aiuti perché solo gli avventurosi e coraggiosi saranno premiati. Non per quanto scritto da me, Dio ve ne protegga, ma perché di Vonnegut non si legge mai abbastanza. Cercatelo nelle biblioteche, nelle librerie, negli scaffali degli amici, nei mercatini dell'usato, nei caffè letterari e poi fatemi sapere, ma soprattutto fatevi sentire, da lassù lui vi ascolta ed accetta anche rimostranze.

Vite che non sono la mia

AutoreEmmanuel Carrère

Giudizio: ***

Il libro si apre in palese contraddizione con il titolo. L'autore scrive di sé. Come è possibile? Le vite che non sono la sua vita, in realtà, racchiudono quest'ultima che serve per raccontare le prime. È così, come il sole che illumina e la pioggia che bagna.
Non è cronaca, ma introspezione psicologica. Credo che definirla così avrebbe garantito un cenno di assenso da parte della mia professoressa di lettere delle medie. Perché le vite sono vere e non sono vane, o almeno così a me appaiono.
La vita scorre piana e lenta e felice. A meno che tu non ti convinca che non potrai mai dare amore alla vita altrui. Quando tutto è regolato da questo sentimento frustrante l'ineluttabile è dietro l'angolo. Nulla potrà accadere per sovvertire lo schema a cui sei condannato. Tu prendi amore e non doni amore. Quando hai preso ciò che puoi tutto avrà fine.
Poi un cataclisma apocalittico ed inaspettato ti scuote nel profondo, vedi la morte, sentì l'odore della morte. Ed in quel momento scopri che anche tu potrai dare. Lo farai, per quello che può valere, per quello che può servire. Con compostezza e con discrezione.
Le vite che vengono raccolte come fiori candidi sono tali perché attraversate dalla presenza della morte. Un dualismo apparentemente inconciliabile, ma che morte sarebbe senza la vita? E che vita sarebbe senza la morte?
Vite che caracollano nella disperazione per morti ingiuste (esistono morti più ingiuste, nella giustezza della morte, quando hai solo quattro anni), nella sorpresa per un salvataggio insperato, nella sofferenza per la ricaduta nel male incurabile.
È una nuova vita a cui non avevi pensato, per cui credevi di non essere preparato, è la vita che porta a raccontare altre vite che non sono la tua. Una vita che lascia intuire la capacità di dare amore e non solo di prenderlo. E questo per sempre, fino a che uno dei due chiuderà gli occhi all'altro.

Zero K

AutoreDon Delillo 

Giudizio: ***

Morire per rivivere in futuro. Ma quale futuro? Non ci sarà scelta. La morte, se rinasce, non sa offrirti altra scelta perché dove c'è vita c'è sempre morte.
Morire per ritardare la fine. Una possibilità che ci concede la tecnologia e la ricchezza e l'amore.
Rimandare la morte smettendo di contare le gocce sulla tenda della doccia. Rallentare le funzioni vitali al minimo possibile, qualunque cosa significhi, qualunque cosa comporti questo rallentamento aspira all'assenza della fine.
Non raccontare perché tutto avrebbe fine e la fine eterna sarebbe corrosa, annullata in una fine istantanea. Solo pochi avranno la fortuna del risveglio e saranno messaggeri nel futuro di un passato che ha progettato il futuro.
Sperare che la vita successiva sia sanificata, sia ottimizzata, sia massimizzata, ma non diversa. Pensare alla vita vissuta, al dolore provato, alle incapacità di essere quello che si sarebbe voluto essere ed alla capacità di svolgere quello che si deve svolgere, per dovere. Se siamo formiche dobbiamo esserne consapevoli. Le rocce sono, ma non esistono.

Un libro ingordo di sapori amari, di orizzonti alienanti. Un'eternità che sta in noi e che ci porta alla fine.

Alan, un uomo fortunato [e altri racconti]

AutoreJonathan Lethem

Giudizio: *

Con un senso di incompleto, di incompiuto mi ha accolto il racconto che dà il titolo a questa raccolta. Tragico e lieve, surreale ed assurdo, gli ingredienti c'erano tutti per farne racconti che mi sarebbero piaciuti: siamo in un universo parallelo che scorre a fianco all'ordinario universo in cui viviamo noi quotidianamente. Purtroppo non sono riuscito ad apprezzare l'amalgama di questi ingredienti.
Certamente il risultato è quello voluto dall'autore, ma per me è indigesto, come lo sarebbe mangiare una pizza cruda: il mio piatto preferito, sempre perfetto, ma se non è portato alla giusta cottura nemmeno a me piace perché non si può nemmeno chiamare pizza.
Quando leggo Lethem le aspettative sono sempre alte e, tendenzialmente, vengono rispettate. In questo caso solo in parte, come se l'idea, le idee di base non fossero adeguatamente sviluppate. Peccato.

La fattoria degli animali

AutoreGeorge Orwell

Giudizio: ****

Vale più di 100 libri neri sulle rivoluzioni, le quali sono oggetti ideali ed alla prova dei fatti tradiscono le aspirazioni enunciate. Le rivoluzioni sono sospinte verso direzioni che negano gli assunti originali, ovvero ne modificano i contenuti grazie al fatto che la memoria animale (umana) è labile e che è sempre possibile ricostruire un significato diverso con l'abile aggiunta od omissione di un concetto, di una parola. Per questo ci sono i tutori dell'ordine costituito dalla rivoluzione, coloro che trovano giustificazione al tradimento spiegando che tradimento non è. 
Orwell, ne La fattoria degli animali, fa satira sul regime sovietico proprio mentre questo si oppone al regime nazista e quindi si colloca dal lato dei vincitori. Lo fa identificando i tre maiali che conducono gli animali alla conquista del potere. L'autore fa riferimento alle tre figure storiche che hanno caratterizzato la rivoluzione russa ed il regime sovietico: Lenin (l'ideologo morto troppo presto per essere corrotto dagli avvenimenti), Stalin (colui che gestisce il potere assoluto come un monarca incontrastato e servito da fidi scudieri), Trotskj (che indomito resta rivoluzionario e per questo emarginato ed incolpato ingiustamente di responsabilità non sue anche da postumo). In realtà è la fine della rivoluzione ed Orwell la tratteggia per quello che fu: una monarchia feudale oppressiva che non dà speranza al popolo sostituita da una oligarchia burocratica oppressiva che apparentemente asseconda le scelte del popolo. Tutto questo avviene perché le rivoluzioni sono fatte da animali (uomini) e non da ideali ed il popolo è bue (umano).

Un lento apprendistato

AutoreThomas Pynchon

Giudizio: ***

Libro composto da cinque racconti dei quali l'autore scrive in premessa i limiti di metodo, di contenuto, di svolgimento. L'apprendistato, del resto, non può che mostrare l'apprendista nelle sue capacità grezze e non affinate dall'esperienza che verrà solo dopo, molti anni dopo.
Nonostante, per affermazione stessa di Pynchon, questi racconti lo imbarazzino al punto da mettere in dubbio di aver scritto quelle cose ed in quel modo, i racconti narrano i cambiamenti a cui siamo abituati per presa d'atto. Veloci ed inarrestabili da lasciare segni certo non indelebili perché tutto scorre. Il soldato non è un eroe di guerra, ma un indolente imboscato sottratto dalla natura e non dalla guerra al suo ozioso trascorrere del tempo per giungere al congedo. Il marito è un errore per la moglie e per il marito stesso. L'entropia è un concetto astratto che non trova una concreta rappresentazione narrativa. Lo spionaggio percorre vie nuove e su strade inesplorate tutto può essere, anche quello che sapevi sarebbe stato. L'integrazione razziale si percorre per convenzioni oscure, segrete, inesistenti soprattutto quando appare libero e naturale l'approdo alla completa attuazione ed innaturale osteggiarla.
La premessa di Pynchon offre una chiave di lettura importante. Seppur prossimo al disconoscimento di ciò che ha riletto a molti anni di distanza cita Frank Zappa che narra il rock come un gruppo di vecchiacci che su un palco continuano a suonarlo. In fondo l'apprendistato, e l'educazione, dovranno sempre esistere, come il rock. Pynchon omette che il rock è un'invenzione recente, ma tutto sommato anche la letteratura a stampa mobile è un'invenzione recente: Gutenberg e Presley saranno tra i vecchiacci che ci accompagneranno da un ipotetico palco per futuri apprendistati? E tra questi forse Pynchon si inserisce, non per immodestia, ma per la consapevolezza di aver percorso un lungo apprendistato. 

Il giovane Holden

AutoreJ.D.Salinger

Giudizio: ****

Avere sedici anni ed essere il secondo di quattro fratelli è impegnativo. Il primo fratello è molto più grande, è uno scrittore di talento e di successo. Nonostante il giovane Holden lo critichi sommessamente, il fratello maggiore svende il suo talento ad Hollywood. Il fratello minore che ama per il suo valore, prima che per la fraternità, muore prematuramente. Un trauma che sconvolgerebbe chiunque, ma la preoccupazione non è del giovane Holden, semmai dei genitori. Per fortuna c'è la sorella più piccola a cui il giovane Holden pensa con affettuosa premura. È per lei un regalo inconsueto, ma che dimostra l'attenzione del fratello maggiore per il divertimento della bambina.
Si direbbe il quadro di una persona più matura dei suoi sedici anni, ed è così, ma non nel senso che la società si attenderebbe. Il giovane Holden ha un rendimento scolastico disastroso, pluriespulso per l'insufficienza dei suoi risultati. Anche lui avrebbe un talento per la scrittura, ma quello è un dono naturale, per tutto il resto servirebbe un impegno che lui non mette.
Inoltre matura un disgusto per quasi tutti i suoi compagni che reputa stupidi, immaturi, o peggio. Stesso discorso per gli insegnanti. L'umanità lo disgusta a vario titolo e per diversi motivi. Il distacco da chi lo circonda è profondo, anche se i sentimenti sono contrastanti. Siamo nel mondo di un sedicenne in divenire, contrastato tra gesti generosi, quasi nobili, e comportamenti censurabili.
In questo sconquasso naturalmente entra anche l'amore, non dichiarato per una ragazza conosciuta da bambina e forse passivamente lasciato intendere per un'altra ragazza che molto meno lo interessa perché ha atteggiamenti che non sopporta e che comunque non potrebbe dargli quell'aiuto che lui chiede per seguire l'idea della sua vita futura. La realtà è ben lontana dall'immaginazione.
Tra poco i genitori verranno a conoscenza dell'ennesima espulsione, ma nulla pare preoccuparlo di più che creare una vita lontana da tutto e da tutti.

Trilogia di New York [Città di vetro | Fantasmi | La stanza chiusa]

AutorePaul Auster

Giudizio: ****

Nei tre romanzi scelgo di identificare alcuni punti cardine che secondo me caratterizzano le trame ed i contenuti di queste tre storie di indagini. Infatti le storie della trilogia potrebbero essere ricondotte alla narrativa poliziesca, però secondo canoni distanti dai luoghi comuni presenti nelle vicende che riguardano gli investigatori. Nessuno si aspetti trame ordinarie. Nei nomi, nei presupposti, negli epiloghi c'è sempre un guizzo che esula dall'investigazione, pur essendo tutto inserito in un processo investigativo.

IDENTITÀ
Siamo portati ad identificarci nel nostro nome. Noi siamo il nostro nome ed il nostro nome identifica noi. In queste vicende, invece, si palesa il dubbio che non il nome, ma la propensione ad essere qualcuno, ovvero a fare qualcosa, sia ciò che ci caratterizza. Il protagonista del primo romanzo è Auster senza che sia Auster il protagonista. Il protagonista del secondo romanzo scopre che il suo obiettivo non è quello che avrebbe creduto. Il protagonista del terzo romanzo si identifica nel suo migliore amico, perduto, al punto da sostituirlo.

MISTERO
Le storie sono misteriose. Nascondono qualsiasi forma di ragionevolezza, l'ineluttabile è ciò che conduce i protagonisti ad affrontare le storie, a vivere le storie. Va così perché deve andare così. Tutto ciò che è rappresentato dalla cornice non è indagato. Il protagonista si trova nel quadro senza sapere perché, senza chiedersi il perché. Nel primo romanzo per noia, nel secondo romanzo per impegno professionale, nel terzo romanzo per un'antica amicizia. Esiste solo un perché formale, quale potrebbe essere il motivo per cui ci nutriamo, nulla di più che istinto. Quando il dubbio attraversa le menti dei protagonisti lo fa in modo fugace, senza un reale interesse. L'indagine, l'azione, l'impegno ha una valenza superiore, è un bene superiore per il quale si devono modificare drasticamente le vite dei personaggi, anche con gli effetti più devastanti.

LUOGHI
Siamo a New York. Però i luoghi che più mi hanno colpito non sono gli ambiti "aperti", ma gli ambiti "chiusi". Gli appartamenti, i luoghi di appostamento, gli uffici, le case della fanciullezza, ma soprattutto la perdita di tutti questi luoghi. Nulla è eterno, anche se si sarebbe portati a pensarlo. Le vite non sono eterne, forse nemmeno le città.

INDAGINI
I protagonisti sorvegliano, indagano, scoprono. Quasi nulla di ciò che comprendono sarà utilizzabile.

SCRITTURA
Si scrive tanto per il lavoro svolto. Si prendono appunti sui percorsi seguiti dalla persona pedinata, si scrivono relazioni puntuali su quanto osservato, si raccolgono materiali da riorganizzare. La scrittura attraversa in modo beffardo i tre romanzi. Si tratta di scoprirsi a leggere quello che è stato scritto dai personaggi.

Due storie sporche

Autore: Alan Bennett

Giudizio: ***

Le storie sono "sporche", non c'è dubbio. Comunque le si possano leggere non si trova un elemento "pulito": il marito indifferente, la figlia insofferente, il professore interessato, la vecchia ingenua, la vecchia invidiosa, la vecchia confidente, i giovani spregiudicati, il giovane gay, la moglie bruttina, la madre innamorata, il padre riservato. Tanti tasselli "sporchi" in una ordinaria storia di umanità, tra indifferenza, indignazione, vergogna, comprensione. Il tè, un libro, essere all'oscuro dei fatti sono le componenti che garantiscono la leggerezza. Nonostante tutto.

Un solo paradiso

AutoreGiorgio Fontana

Giudizio: ***

L'amore non è l'ultima cosa, ma è quella che ti conduce al finale. Puoi cercare di evitarlo, ma, se arriva, quel momento è il paradiso, il solo paradiso.
Erano amici, nemmeno troppo intimi. Si ritrovano dopo anni. Distanti. Uno racconta, l'altro ascolta. Il racconto non è serrato, è dilatato da un eccessivo scorrere di alcol, dalla vaghezza di ciò che sta in un ricordo, dalla lontananza in cui i casi della vita li ha fatti cambiare. Macchina fotografica per l'uno, la tromba ed il jazz per l'altro. Per entrambi una nuova vita, per entrambi una novità forse non definitiva, forse indefinibile.
Una storia dell'amore perduto, una storia dell'amicizia ordinaria, una storia da raccontare e da ascoltare. Tutto scorre veloce, ma lento, tutto appare lontano, ma vicino.
Il paradiso esiste.

Numero zero

AutoreUmberto Eco

Giudizio: ****

L'importante è orientare l'opinione del pubblico fino ad averne il controllo. Banalità, se vogliamo, ma non è banale tracciare un possibile percorso per giungere al controllo che, in ultima analisi, concede una posizione di vantaggio nell'infinita lotta per la sopravvivenza e per la supremazia.
La manipolazione è perfetta per "orientare". Non è necessario prendersi la briga di mentire, ma semplicemente operare per creare relazioni fittizie tra eventi solo apparentemente collegati, evidenziare parti ed ometterne altre. Non è arte, ma giornalismo orientato alla massimizzazione del risultato da perseguire, consapevolmente o inconsapevolmente. Non tutto ciò che leggiamo e sappiamo è frutto del caso, dietro potrebbe esserci una regia oscura che guida le nostre opinioni, le nostre scelte, le nostre azioni. Il complotto aleggia sulle nostre consapevolezze, mutevole e multiforme e noi diventiamo semplici pedine. 
Ci sono caratteristiche ancestrali (credenze) ed al tempo stesso moderne (tecnologia) per le quali i lettori non hanno antidoti. Ci finiamo dentro e, senza riconoscerle, restiamo catturati. Anche se pensiamo di poterlo dominare non ne abbiamo mai il controllo perché se le cose sono messe in fila secondo una logica direttrice verosimile, tale logica diventa la verità. Nonostante noi, nonostante ciò in cui crediamo. Il complotto sta nel negare l'esistenza del complotto, ma al tempo stesso nel riaffermarlo in quanto non sarebbe necessario negare qualcosa che non esiste. Fine dei giochi.
Il mistero offusca o nasconde ed il mistero che deve essere svelato ha una spiegazione finale, se c'è, necessariamente controversa. E rimane sul tavolo l'ingrediente senza il quale il complotto non può esistere: il mistero indotto, suggerito, manipolato.
Libro di lettura facilissima. Agile e scrostato dagli appesantimenti storici e filosofici che condivano le precedenti opere di Eco. Prodotto ad uso e consumo di chi nega l'esistenza dei complotti (è tutta una colossale burla, ma di cosa stiamo parlando?) e di chi invece li vede dietro ad ogni angolo (c'è un interesse oscuro per cui non vogliono che venga reso pubblico).
Tutto è vero perché nulla è falso. Tutto è falso perché nulla è vero. Trovare la verità passa attraverso questi antipodi, fino al ritrovamento della verità successiva.
Nota: trovo sintomatico il giudizio espresso da uno dei personaggi sull'evoluzione dell'utilizzo dei telefoni cellulari ad inizio anni '90. Complotto?

Io sono vivo, voi siete morti

AutoreEmmanuel Carrere

Giudizio: ****

Leggendo questa biografia di Philip K. Dick scopro, ma forse già lo sapevo, di aver letto quasi tutti i punti cardine dell'opera dickiana. Compresi testi ritenuti minori, ma che evidentemente Carrere identifica come elementi utili a descrivere il percorso esistenziale di questo autore di culto: Tempo fuori luogo, Le tre stimate di Palmer Eldritch, Confessioni di un artista di merda, La trasmigrazione di Timothy Archer. Gli altri, Ubik, La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Blade runner) sono i capisaldi imprescindibili per conoscere questo scrittore, non puoi eluderli. Valis e tanto altro, invece, non l'ho letto.
Sono stato un discreto lettore di Philip K. Dick, discreto nel senso letterale del termine, intimamente affezionato alla presenza costante dell'intreccio tra realtà ed apparenza. Tutto è vero fino a che qualcosa non ti conduce a credere che sia falso. Ma tra il credere, il capire ed il sapere il passo non è semplice. Tutto ciò mi ha affascinato. Carrere ne fa un filo conduttore nella trama terrena ed ultraterrena (!!!) percorsa nella vita da Dick. Una vita segnata dal destino della sorella gemella, come dall'incapacità, prossima al patologico, di creare relazioni persistenti. È interessante che Carrere colga la propensione alla contraddizione di Dick (ma è proprio tutto vero oppure la verità è altrove? E se è altrove e distinta perché dovrei scegliere di non cambiare idea?). La madre, le mogli, Nixon, l'Fbi, il fisco, Tommaso, cosa sono in realtà?
Come in tutto ciò che ho letto di Carrere la lettura è lineare e coinvolgente. Sia nei passaggi immaginifici della produzione letteraria di Dick, sia nei passaggi reali della vita vissuta. Qui la sfumatura tra reale ed apparente assume tonalità cangianti che credo sia arduo rappresentare diversamente da come ha fatto Carrere.
Nota 1: se non si è letto nulla di Dick non leggete questo libro. Leggete almeno tre dei suddetti titoli prima di passare da queste pagine. Non farlo vi toglierebbe il piacere di gustare Dick per ciò che ha scritto.
Nota 2: il testo, concepito e scritto nel 1993, non può citare l'importante trasposizione cinematografica del racconto Minority report realizzata da Spielberg successivamente. Nel film quest'ultimo e Cruise ci mostrano il "touch and play" che ora smartphone e tablet richiedono anche a noi, anche se, al momento, ancora su supporti fisici e non immateriali. Eppure la tecnologia non è mai il punto centrale per Dick. Uno scrittore a suo modo metafisico.

Fenomenologia della constatazione di Eco e della falsa profezia di Amiel

Su Facebook, da un po' di tempo, questa pagina di un libro di un autore a me sconosciuto si imprime temporaneamente sulla mia bacheca. Non sapevo della loro esistenza (della pagina e dell'autore) eppure non ne sentivo la mancanza. Mi mancano tante cose, ma non quelle che leggo in questa pagina.
Mi sentivo, mediamente, carente e combattuto tra contraddizioni che caratterizzano la vita di tutti noi. Per i più acuti sappiate che non sto pensando a "coca cola o pepsi?", "Nike o Reebok?", "vuoi più bene a mamma o papà?", "Federer o Laver?".
Arginavo le contraddizioni non giocose pensando che i "bombardamenti umanitari" fossero una perversione linguistica oltre che umana, che la "austerità espansiva" fosse la dimostrazione che chi studia di economia abbisogna di qualche approfondimento lessicale se ritiene necessario mascherare l'impoverimento popolare per garantire stabilità economica, pensavo che l'inventore delle "convergenze parallele" fosse un funambolo che aveva saltato tutte le lezioni di geometria e pure di geografia se ipotizzava di raggiungere un punto comune percorrendo strade parallele nel finito mondano e non nell'infinito ideale.
Mi arrabattavo non senza disagio, non senza sofferenza, non senza insuccessi nel cercare una via di uscita dignitosa che non mi esponesse in modo meschino e vile all'utilizzo di formulazioni stravaganti e suggestive che giustificassero fini e mezzi per un non meglio qualificabile bene supremo. Ovviamente, visto la mia dolente impreparazione, capite bene che questa è una vita di strazio e di dolore, degna per i santi e non per me.
Però oggi, ancora per l'ennesima volta, un amico posta la pagina condividendola senza commento, come se la pagina avesse il potere di commentarsi da sola. Potrebbe apparire così e non ci sarebbe granché da aggiungere se non che dal 1871 è passata tanta acqua sotto i ponti, anche quelli svizzeri. Però io, oggi, mi sento di commentare con la mia misera tendenza al dignitoso e non al "grandioso" a cui aspira l'intimità di buon'anima Amiel. Una pagina che è assurta a profezia illuminata del male assoluto che ci pervade e che oggi viviamo a fronte di un "bene" che non viene enunciato e quindi nemmeno colto da coloro che condividono ed esaltano questa paccottiglia di pensieri. Questa pagina scrive del bene come se fosse il male e tanti si abbeverano a queste fonti avvelenate.
Se siete arrivati fino a qui, per curiosità, ve la tolgo: ho condiviso la pagina e non ne ho condiviso nemmeno una parola. Alè!
Ho letto qualche commento di amici che l'hanno condivisa ed i commenti al post che ho condiviso. Uno particolarmente ficcante di Susanna Zamagna, a cui non ho negato un "mi piace" e che riporto testuale: "Il signore che scrive copia pari pari da Platone nel de repubblica, niente di nuovo sotto il sole... quando uno diventa vecchio, l'età in cui Platone scrisse quest'opera diventa geloso dei giovani e automaticamente conservatore e difensore del "si stava meglio quando si stava peggio". Io da donna a sto signore gli sputarei in un occhio, questo nega il diritto di tutti all'istruzione, imbecilli sono tutti gli altri tranne lui, l'unica cultura e' solo la sua, ecc... spero da vecchia anche se ho già 52 anni di non diventare come lui".

Il sotteso concetto malefico alle parole del filosofo svizzero, che credo molti apprezzino nell'oggi perché anche l'incompetenza ha un ruolo di potere, è la meritocrazia. Vedo decisamente minoritario il timore dell'abbattimento delle barriere del sesso se penso alle cose che postano gli stessi che hanno condiviso l'Amiel pensiero, o della riduzione della maggiore età.
La "disuguaglianza di valore" citata da Amiel è la chiave da tenere ben custodita, nelle segrete stanze. Io ho avuto opportunità e valgo, tu no e quindi non ti immischiare. In fondo la democrazia non può essere popolare, ma deve essere gestita in modo ristretto: pochi e saggi è meglio, la democrazia può attendere, Amiel dixit. "Io so' io e voi non siete un cazzo!" diceva il marchese del Grillo interpretato da Sordi. È questo che dice anche Amiel con la differenza che nel 1871 in pochi potevano leggerlo, oggi molti lo possono leggere, anche grazie a Facebook, ma non tutti riescono a capirlo. Questi ultimi vengono identificati con la locuzione "analfabeti funzionali": sanno leggere, ma non capiscono ciò che leggono. Se lo postano su Facebook danno ragione alla buon'anima di Eco e non alla buon'anima di Amiel: l'analfabetismo (funzionale o no) è un male, non un bene e su Facebook scrive una marea di imbecilli, alcuni senza nemmeno capire ciò che scrivono.
Buona pace a tutti.

Brooklyn senza madre

Autore: Jonathan Lethem

Giudizio: ***

Ho conosciuto la sindrome di Tourette leggendo questa libro e pure la gang di disadattati educati al crimine a loro insaputa. O meglio, loro lo sanno, ma è bene che non lo sappiano perché se non sai non puoi parlare. Fine dei giochi.
Tutto il resto è, più o meno, comune se affronti una storia dei bassifondi newyorkesi: il gangster italoamericano, gli orfani, le organizzazioni "legali" giapponesi, le organizzazioni mafiose, gli inseguimenti automobilistici, gli appostamenti in auto, la figlia di hippy un po' spaesata, l'esile ragazza ingenua. Ma c'è anche lo zen come strada per l'illuminazione, ma questo è uno zen corrotto e sfruttato come paravento da un gangster doppiogiochista e da un taciturno personaggio affetto da gigantismo. Raccontato così potrebbe apparire la vicenda di un circo (segnatevi Barnum) popolato da Freacks liberi di esibirsi al di fuori del tendone. Non lo è.
La sindrome di Tourette fa la differenza, in ogni momento. Testadipazzo non è pazzo, anche se tutti lo credono. Ci sono momenti esilaranti, momenti concitati, momenti perfino toccanti. Il tutto però ovattato e scompensato dalla sindrome di Tourette che esce, sempre, anche quando tutto sembra perso, anche quando tutto è perso. Le parole corrono veloci.

L'amante di Wittgenstein

AutoreDavid Markson

Giudizio: ***

"Quando ancora dubitavo delle sue capacità, chiesi l'opinione di G. E. Moore. La sua risposta fu: 'Penso di lui ogni bene possibile'. Quando gliene domandai la ragione, disse che era perché Wittgenstein era l'unico allievo ad apparire confuso alle sue lezioni." Bertrand Russell.
Russell dubita, Wittgenstein dubita. C'è di che dubitare.
Nel dubbio mi inerpico in una racconto inestricabile, inspiegabile, impalpabile. Ogni vicenda umana, e non, che risponde a tale caratterizzazione è fonte di fascino. Il mistero della logica nascosta ci attrae. Il mistero ci attrae. Nel mistero alimentiamo il dubbio: cosa sto leggendo? Sono stato a Savona, a Roma, a San Pietroburgo, a Troia, che ora si chiama Hissarlik, sullo stretto dei Dardanelli e non me ne sono accorto. Forse mi sono espresso male, dovevo scrivere che avrei potuto essere stato in questi luoghi senza averli riconosciuti. Ci sono stato o non ci sono stato?
Rincorriamo le pagine del libro, le pagine della vita della protagonista, alla scoperta di una logica. Le pagine scorrono veloci, a volte ripetitive. Strane, ma reali se si ammette la pazzia, la piromania, la fertilità, la morte del figlio come fattori del tutto temporanei e superabili, se ammettiamo di sapere cose senza sapere quali siano i motivi per cui sappiamo di Dostoevskij pur non avendo mai letto Dostoevskij. Odisseo, perché poi i romani lo hanno chiamato Ulisse? Argo è il nome più adatto per un cane? Forse no se in realtà è un gatto rossiccio. Nel quadro di quella casa, che rappresenta la casa più avanti, bruciata, appare una figura femminile, ma non posso essere io e forse la casa non è nemmeno quella, e forse non è una figura femminile è solo un'ombra, comunque qualcuno vive su questa spiaggia.
"Ci sono romanzi che non solo reclamano a gran voce le interpretazioni critiche, ma cercano proprio di indirizzarle" David Foster Wallace nel saggio sul libro intitolato "La pienezza vuota"

L'uomo sulla bicicletta blu

AutoreLars Gustafsson

Giudizio: ****

Un uomo maturo, ma in fondo ancora ragazzino ed impreparato alle necessità del (con)vivere in questo mondo, si ritrova in un contesto inaspettato a ripensare al suo passato, senza tralasciare il suo presente che al momento gli lascia pochissime aspettative per il suo futuro. Se non, forse, il futuro immediato che scaturisce da un incontro tanto casuale, quanto ricercato, nel suo tragitto percorso sulla bicicletta blu.
È un esercizio di memoria, ma non solo. È un esercizio di navigazione, di leggenda, di poesia, di fotografia, di appuntamenti mancati e di incontri pericolosi. Un esercizio che si insinua nella vita avara di soddisfazioni e resa ancora più difficile dalle condizioni climatiche verso le quali si sta avviando. Una vita che, a seconda guerra mondiale conclusa, dovrebbe, potrebbe, essere più radiosa. Tutto scorre, lentamente, come l'inverno sa fare, nonostante sia solo autunno inoltrato.
La lettura non è agevole, ma, nonostante le difficoltà, è vivamente consigliata.

L'uomo dei dadi

AutoreLuke Rhinehart

Giudizio: *

Pre messa
Prima di dire due parole due, su questo libro mi sento di dover rendere conto di una premessa. Ho letto questo libro perché sono stato letteralmente affascinato dalla recensione di Carrere. La descrizione dell'idea che sta alla base del libro, il colloquio da lui tenuto in due momenti distinti con l'autore, gli approfondimenti fatti con un adepto della tecnica del dado sono stati così coinvolgenti che mi hanno incuriosito al punto di cercare un libro che, lo scorso anno, era fuori produzione. Questo effetto deve aver colpito molte persone perché l'editore ha deciso di provvedere alla pubblicazione di una nuova edizione. Per quanto scriverò di seguito capirete perché ritengo Carrere un grandissimo scrittore che sa toccare i temi che tratta con tempi e modi perfetti per renderli irresistibili. Allo stesso tempo capirete, per i medesimi motivi, perché non comprerei mai da Carrere un'auto usata.

Il libro
Ora spendo con decisione le due parole che posso permettermi sul libro: è brutto! Scusate, meglio dire è bruttissimo! Per non dare credito ad un possibile recupero.

Post messa 
Il protagonista, Luke Rhinehart, è uno psicanalista affermato, ha una splendida famiglia, un collega ed amico, Jake, con il quale condivide gli approfondimenti professionali seguendo il comune mentore, dottor Mann. In un modo inspiegato e, forse, inspiegabile Luke decide (passaggio freudiano?) di assegnare ad un dado le scelte della sua vita. In realtà un motivo c'è: l'attrazione nei confronti della moglie dell'amico Jake. E qui vengo a conoscenza del non scritto da Carrere: le alternative non le fornisce il dado, le alternative le decide Luke. In questo modo il protagonista evita laceranti valutazioni etiche sul tradimento della moglie e dell'amico. La sovrastruttura sociale in cui Luke è immerso glielo impedirebbe, ma se lo ordina il dado la sua integrità è salva. Applausi: non è colpa mia, è il dado che me lo ha ordinato. Il "delitto perfetto" se si tralascia completamente che le opzioni su cui il dado si esprime sono scelte dalle paturnie del protagonista e non dal dado stesso.
Da qui uno sconvolgente sprofondamento in cui il protagonista si annulla scegliendo lui stesso modi e tempi per raggiungere tale obiettivo ed assegnando al dado le scelte, peraltro ponderate.
Il finale è segnato, la vicenda è avviluppata intorno ad una cosa che non esiste: il dado che decide per lui e poi anche per altri che scelgono di diventare adepti del dado (ma non è il dado che prende per loro questa decisione perché sennò sarebbero già adepti del dado,... che noia!). L'unica scena divertente rintracciata in tutto il libro è una trasmissione televisiva nella quale si confrontano un prete, una bigotta, un rabbino, uno psicologo ateo ed il protagonista ormai diventato il sacerdote della religione del dado. Per il resto è solo noia.

La banda della culla

AutoreFrancesca Fornario

Giudizio: ****

Esiste un disegno divino sul progetto della procreazione? Se sì, è imperfetto. Meglio sarebbe stato affrontare il percorso evolutivo prendendo a riferimento la gallina e non la scimmia. Altro avrebbe potuto pensare, il disegnatore divino, per molti aspetti delle vite umane, ma questo è vero per tutte le epoche caratterizzate invariabilmente da dolore, sofferenza, paura. Noi siamo in Italia, ora! Forse anche domani...
Sei vite si incrociano nella vicenda narrata. Vite che intrecciano aspirazioni, paure, incertezze, rassegnazione di sei quasi adulti, perché oggi fino a 45 anni un italiano/a è considerato/a ancora un/a giovane che si deve arrabattare vivendo di espedienti nella precarietà a cui la società lo/a costringe. Il caso fa incontrare queste sei persone in uno studio ginecologico dove si crea, a loro insaputa, una sorta di compagnia dell'anello. L'obiettivo non è portare a compimento la distruzione dell'anello che tutti gli altri controlla, tutto è decisamente più epico: guidare con eroismi quotidiani le vite attraversando le avverse condizioni del vivere in Italia, ora. E, al contrario di quanto accade spesso nella vita reale, non lo devono fare da soli, lo fanno con l'uomo e la donna che amano e con quattro perfetti sconosciuti che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Errore a cui tutti, ma proprio tutti, sono costretti a sottostare: la vicenda generale è tutto uno sbaglio, un terribile sbaglio, ma i protagonisti possono porre rimedio se non sono soli, questo è il contratto. Ne avessero visto uno di lavoro a tempo indeterminato... e poi possono anche riderci sopra, anche se non sempre, anche se non nonostante tutto.
Ci sono i genitori mai conosciuti. Ci sono i genitori che ti capiscono, ma non ti sostengono come ti servirebbe. C'è la mamma che racconta bugie a fin di bene che, come le racconta lei, nessuno mai.
Aleggia solidarietà che può scaturire dal trovarsi nella stessa condizione: cercare di avere figli nonostante tutto. Poi c'è sempre un biscotto che può aiutare.
Si ride, si riflette e si piange. Il segreto sta nel ricordarsi che non è finzione e che se si piange si può anche ridere e riflette su cosa è possibile fare per ridere di altro e non di quello che succede oggi in Italia. Il paese che ama le famiglie, ma che ne osteggia, in vari modi, la costituzione. Un altro errore, non del divino, ma del legislatore. 

Teoria delle ombre

Autore: Paolo Maurensig

Giudizio: ***

Una morte controversa del campione del mondo di scacchi nascosta nelle pieghe della storia personale del solitario scacchista russo vittorioso sulla scacchiera e sconfitto nella vita.
Bambino guidato dalla madre ad amare gli scacchi a tal punto da renderli la sua ragione di vita etica ed estetica. È necessario armarsi di questa visione romantica per ammettere un'esistenza che appare solitaria, ambigua, traditrice e che resta sempre e solo fedele al bene superiore degli scacchi. Nonostante ciò che per norma dovrebbe apparire sbagliato gli scacchi vengono prima e sopra di tutto. Per gli scacchi nessun costo deve essere risparmiato, che sia uno strazio fisico o uno strazio morale.
L'antica scuola russa premiata dallo Zar, la moderna e vorace scuola bolscevica a caccia del titolo, la remissiva e difensiva scuola ebraica là dove giocare a scacchi è come nuotare per un pesce nell'acqua, l'inarrivabile e temutissimo Capablanca, rappresentano realizzazioni pratiche di approcci diversi, ma tutti volti ad un obiettivo comune: vincere. Gli scacchi non sono solo tecnica, abilità mnemonica, disciplina, ma sono anche adattamento, improvvisazione, istinto e le conseguenze possono essere estreme.

Le bianche braccia della Signora Sorgedahl

Autore: Lars Gustafsson

Giudizio: ***

Se fossimo la nostra memoria sarebbe più semplice rappresentarci? Forse sì, forse no. "Certo che il presente può determinare e cambiare il passato! Solo chi non ha capito che in fondo tutto l’universo è contemporaneamente presente crede che le cause vadano solo in una direzione". Invece direzione non c'è e tutto sta con te, per sempre con te. A volte vero, a volte falso, a volte impreciso, a volte mancante.
Un vecchio si raccoglie nel ricordo adolescenziale. La famiglia, la nonna, la mamma, il papà, il prozio. Poi i vicini, gli amici, i professori. La più grandiosa grandinata di sempre e la filosofia che inizia a maneggiare racchiuso con i compagni nella stanza della caldaia. Infine la prima ragazzina con cui raggiungerà l'intimità che lo fa sentire uomo, pur non essendolo. Uomo certo ed incerto anche nel momento in cui da anziano sceglie di ricordare per superare la noia.
Nulla gli ha chiesto la vita e lui allo stesso modo ha fatto con lei. Ma su quel particolare momento della sua vita aleggia una presenza ed assenza sfuggente. La signora giunta dalla Svizzera, la signora dalle splendide braccia bianche e dal marito noioso che ospitava nella vecchia casa del prozio i ragazzi prima che giungesse l'estate. Prima che le prospettive cambiassero prima che tutto prendesse una piega definitiva.
È successo tutto, o forse no. Chi lo sa? Il ricordo può smarrirsi e tramutarsi in sogno. Pur rimanendo con te, per sempre, a rappresentarti in una memoria di ciò che non fu.

Panorama

AutoreTommaso Pincio

Giudizio: ***

Si legge del lettore, il vero soggetto che rende vive le letture, anche quelle dimenticate, anche quelle sconosciute, anche quelle perdute, anche quella da valorizzare, anche quelle da disprezzare. Se leggere è sempre più improbabile, diventa di moda vedere la performance del lettore che legge. Legge per sé e non per gli altri che sono disinteressati alla lettura, ma apprezzano massimamente lo spettacolo della lettura anche se patetico nella sua messa in scena. Vedere leggere è il surrogato della lettura. Pace e bene.
Il lettore protagonista però non è un lettore qualsiasi, ma è il Lettore, quello che vive della letteratura, vive nella letteratura. Quello che non sa e non vuole fare altro che leggere. Quello che, intervistato, non mostra sé stesso, ma mostra le proprie letture come se non esistesse nulla di più e nulla di diverso nel Lettore se non quello che ha letto.
Rendere la passione di una vita un lavoro che fa vivere ben più che dignitosamente sarebbe un sogno se solo il Lettore potesse permettersi sogni personali e non trasposti dalla letteratura. Eppure accade. Fama e gloria. Effimera. Temporanea perché accade qualcosa che modificherà definitivamente la prospettiva del Lettore. Mai aveva scritto perché il suo ruolo non lo contemplava, eppure inizia a scrivere e diventa scrittore. Uno scrittore occasionale, costretto dalle circostanze, non certo scrittore per convinzione e per destino, ma per l'occasione procurata da un social network che richiede scrittura e visione. Il social network diventa il surrogato dello scrivere. In fondo, forse, i libri non servono più. Forse...

Sul lettino di Freud

AutoreIrvin D. Yalom

Giudizio: **

Il titolo è un mero espediente utile a "catalogare" il libro: suggerisce "troverete la psicoanalisi ed il suo fondatore", ma in realtà questo retro-pensiero non corrisponde al vero. Il sottinteso del titolo italiano non è sincero. Mi aspettavo altro, sull'onda della lettura dei precedenti romanzi di Yalom, e per questo mi ha deluso. Tuttavia si presta ad alcune considerazioni a latere in cui la sincerità è elemento non secondario.
La trama grezza e lineare non fornisce appigli significativi: due vecchi e venerati analisti che vengono incastrati dai discepoli ora colleghi per aver ceduto a lusinghe sessuali ed economiche da parte di pazienti (clienti?); un giovane, poi nemmeno tanto, analista che si confronta su metodi e prassi con il suo tutor dopo aver deciso di virare dalla chimica, che produce farmaci (xanax, prozac, varie ed eventuali), all'analisi; l'esperto tutor ferreo, professionalmente mastodontico, impeccabile e prossimo alla gloria accademica che frana sulle sue debolezze; il paziente timoroso e schiacciato dalla personalità della moglie che si convince a lasciarla per non restare stritolato; la moglie di costui che identifica nel giovane psicoterapeuta il responsabile del fallimento del matrimonio e che escogita un modo per vendicarsi; l'ex tennista in balia della malattia per il gioco d'azzardo che però non percepisce come un problema in sé, se non qualora subentrino problemi economici con annessi e connessi; il truffatore, abile, scaltro, inafferrabile.
Questa miscela di personaggi e di evoluzioni narrative, a volte ripetitive all'eccesso, trascina attraverso la narrazione il tema della sincerità. In questo forse il titolo italiano risulta "traditore" dell'intento dell'autore. Ammesso che questa possa essere una chiave di lettura. Gli analisti sono persuasi che il paziente sia sincero a prescindere: chi pagherebbe centinaia, migliaia di dollari per seguire una terapia mentendo? In realtà le sedute sono ricche di menzogne e coloro che dovrebbero essere più attenti ed avere i dovuti anticorpi per affrontare razionalmente le possibili menzogne sono completamente inadeguati. La bugia è possibile per fini utilitaristici o vendicativi. Troppa fiducia degli analisti e le conseguenze non tarderanno a materializzarsi, nel bene e nel male.

Nel mondo a venire

AutoreBen Lerner

Giudizio: ****

Gli elementi che caratterizzano la nostra vita possono assumere un valore diverso da quello che noi crediamo. La consapevolezza può spostare equilibri che prima erano, ed ora non sono più, scontati.
Come scrivere un romanzo, che ottiene un buon successo di critica e pubblico, e ritrovarsi a contratto per scrivere un secondo romanzo pur avendo precedentemente escluso la possibilità di scrivere nulla di diverso dalla poesia e pur sapendo che non si realizzerà il progetto presentato all'editore, anche se non sarà comunque poesia.
Come ritrovarsi a pensare cosa significhi e quali potrebbero essere le implicazioni nel diventare padre biologico, ma senza scegliere, e nemmeno ipotizzare, le ordinarie vie che conducono alla paternità. Le si ritiene ridicole per il rapporto di amicizia che esiste con la futura madre. Fatto salvo quando, incidentalmente, succede che qualche bicchiere di troppo possa ottenebrare la razionalità necessaria all'amicizia.
Come scoprire di avere una disfunzione cardiaca e maturare come possibile il senso di morte che, a trent'anni, non era stato inserito nello scaffale dell'esistenza. E rendersi conto che il figlio biologico non potrà essere messo al riparo da quel rischio.
Come constatare con regolarità che la temperatura è in modo anomalo più mite di quanto dovrebbe essere in quella stagione e che a New York si possono verificare uragani che tagliano in due la metropoli. Succede e non ci possono essere manifestazioni che lo possano impedire. Come constatare che il movimento Occupy va sostenuto perché garantito dalla meglio gioventù americana, anche se non ridurrà le disuguaglianze economiche e sociali e che il consumo equo e solidale è relegato ad una nicchia meritoria, ma non cambierà le cattive abitudini del capitalismo alimentare.
Come vivere una situazione paranoica di personale inadeguatezza a gestire una visita ad un museo di dinosauri con un ottenne ed imparare al contempo che il brontosauro è un semplice abbaglio e che quella specie non è mai esistita. Erano tutti apatosauri, ma, siccome nessuno ne è a conoscenza, tutti parlano e scrivono di brontosauri. O forse no?
Nel mondo a venire si raggiungono consapevolezze di scenari inesplorati. Una inaspettata sintonia con il film Il ritorno al futuro. La consapevolezza del passato costruisce quello che sarà nel futuro. Meglio usare la testa che perderla.

L'invisibile ovunque

Autore: Wu Ming
 
Giudizio: ****

Questo è il modo scelto dal collettivo Wu Ming per non celebrare il centenario della grande guerra. I quattro racconti che lo compongono diventano un atto di commemorazione laica che travolge la retorica della grande guerra, narrando la grande carneficina e la grande stupidità.

C'è chi si arruola, quasi per noia o per sfuggire alle difficoltà familiari, pur essendo al limite dell'idoneità fisica. Scopre subitaneamente quanto è tremenda la vita di trincea che uccide tutti i compagni in un solo assalto e decide di rendere ancora più estremo il suo ruolo chiedendo il trasferimento negli Arditi. Prima di una pacificazione non più possibile.

C'è chi subisce traumi bellici tali da renderlo temporaneamente inabile al servizio. Traumi tanto diffusi quanto pericolosi perché la pazzia può diventare incontrollabile e per nulla temporanea.

C'è chi risponde al proprio Paese in guerra perché l'unica risposta possibile è "obbedisco" anticipando lo Stato ed arruolandosi volontariamente. Nonostante la guerra e le ferite subite preserva il sé stesso che lo rende reietto alla famiglia. Una sorella minore, a cui era stata nascosta l'esistenza dell'eroe di guerra e la di lui memoria perché diventata intollerabile ai genitori, indagherà per comprendere chi era il fratello e come tutto fosse finito a guerra terminata.

C'è chi immagina una guerra futurista con mezzi sommergibili, volanti e corazzati. A questo si affianca l'artista che sperimenta, sul suo corpo rimasto nella terra di nessuno durante un assalto fallito, l'arte della mimetizzazione come strumento per nascondersi al nemico e preservarsi. Ma tanta dedizione non trova riscontri nei livelli superiori, ottusi ed ostinati, che muovono le "pedine" producendo la rotta di Caporetto e poi la vittoria di Vittorio Veneto che, a ben guardare, più che una vittoria è un "inseguimento" dell'esercito austriaco incapace di mantenere le posizioni conquistate in un paese in fase di dismissione.

La grande carneficina nella grande stupidità.

Diario degli errori

AutoreEnnio Flaiano

Giudizio: ***

La realtà, quella realtà, che poi non appare tanto distante da questa realtà, viene filtrata. Il prisma che attraversa restituisce colori occasionalmente inutili, se non monotoni, oppure insignificanti. Si costruisce così un diario dell'ineludibile (l'errore è sempre dietro l'angolo) nel quale ogni passaggio è strettamente legato a coordinate temporali e spaziali che lo scandiscono. L'impianto è sostenuto dal sarcasmo che contraddistingue la scelta decisiva: per oltrepassare ciò che altrimenti sarebbe insuperabile affidiamoci ad un pessimismo corretto (realismo?) e non servito liscio, perché sarebbe troppo pesante affrontarlo senza correzioni.
  • Un libro sogna. Il libro è l'unico oggetto inanimato che possa avere sogni;
  • la realtà è quella che noi riusciamo a far passare per tale;
  • viaggiare è come tenere i rubinetti aperti e vedere il tempo che va via, sprecato, liquido, intrattenibile;
  • la felicità consiste nel non desiderare che ciò che si possiede.

Una cosa divertente che non farò mai più

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ****

Una cosa "divertente", che non ricordo mi sia mai capitata, è trovarmi a leggere la nota alla nota del testo. Sarà colpa della crociera extra lusso, ovvero delle incontrollabili parentesi che si devono aprire quando vuoi rappresentare la varia umanità che rinasce da sé stessa durante la settimana scelta per solcare i mari dei Caraibi e intrattenuta da uomini e donne straniere alla nazione ed a quel lusso da cui i ricchi americani traggono piacere, se non per il fatto che sono loro, gli stranieri, a garantire quel lusso. Certo mi sarei atteso una digressione, filologicamente coerente, sul significato profondo della serie TV "Love boat", ma questo divertimento non mi sarà concesso.
Eppure, nonostante questa mancanza, è divertente: cosa c'è di più divertente se non raccontare le vacanze di massa per un paese che produce ricchi anziani che scelgono di trascorrere sette giorni "rinchiusi" in una lussuosissima e grandissima magione ambulante che solca i mari e che, nonostante questa dimensioni ciclopiche, riesce a riservare innumerevoli opzioni anche ad un semi agorafobico?
Tutto è perfetto, la frutta sempre fresca in cabina, la camera sempre rassettata appena ti allontani da essa per più di 30 minuti e senza, peraltro, vedere mai l'inserviente entrare o uscire dalla stessa (una magia che solo Babbo Natale riesce a riprodurre su scala occidental-mondiale), vedersi cambiare il telo mare appena lasciato lo sdraio e poterne ottenere un altro di una morbidezza quasi indescrivibile, un water dotato di sistema di scarico ad alto tiraggio, poter sfidare e sconfiggere con regolarità l'addetto (maestro?) al Ping-Pong ed essere inesorabilmente sconfitto in una sfida agli scacchi da una bimba di 10 anni. Sul mare il solco resta tracciato.

Per legge superiore

AutoreGiorgio Fontana

Giudizio: ***

Eccezioni sempre, errori mai. Però non è così semplice. L'eccezione può annidarsi negli anfratti della coscienza. Insinua il dubbio e ti trascina là dove comunque sarà un errore, dove comunque farai un errore. Non basteranno i soli fatti a cui puoi aggrapparti con tenacia e sapiente esperienza, il gioco sarà più ampio e, seppur riconducibile alla norma, virerà in una direzione incontrollata. Giustizia sarà fatta, non senza conseguenze, non senza sotto intesi non colti, non senza opportunità svanite. Ma poi sarà proprio giustizia? Se esiste una legge superiore il giusto potrà essere sbagliato ed al contempo il suo esatto contrario?
Un giudice esperto, brillante, per quanto possa essere brillante chi amministra la giustizia con precisione e con zelo. Sicuramente ineccepibile, ma chiamato, suo malgrado, ad usarsi per un bene superiore in modo tale che il calice amaro non potrà essere accantonato. Non c'è via di fuga né per la vittima, né per l'accusato, né per il giudice.

Verso Betlemme - Scritti 1961-1968

AutoreJoan Didion

Giudizio: ***

La California è una entità mitica, rappresenta le colonne d'Ercole della "contro cultura" americana degli anni '60. Verso Betlemme racconta la California abusata (Verso Betlemme, Sposalizi assurdi), ma anche quella celata, o a me nascosta (Dove non smettono mai di baciarsi, Osservazioni di una figlia nativa).
Negli scritti degli anni '60 di Joan Didion la California si vede chiaramente o si scorge come sfondo costante, anche quando si racconta di New York. È una libera biografia della nazione che in quegli anni sta mutando, infiltrata da elementi autobiografici di una giovane donna (una ventottenne che per il sedicenne però è una vecchia signora da rincuorare) che racconta quello che per lei è scontato essere (è normale che gli ingegneri venuti da fuori per lavoro non vengano invitati alla vita della comunità che non li riconosce come parte della comunità) ovvero l'inutile utilità di un taccuino (ma poi a cosa serve un taccuino?).
Si legge la cronaca di un processo per omicidio che è la narrazione della fine del sogno americano: ovviamente per il morto, ma anche per il colpevole che perde la propria innocenza senza il timore necessario per quello che aveva fatto. Si legge della valenza mitica di un John Wayne invincibile ed al tempo stesso tanto fragile da palesare la fine di un'epoca ormai prossima al tramonto dove l'eroe rappresentato da questo omone ormai è un lontano ricordo. Leggi di una Joan Baez cocciuta alle prese con vicini non proprio convinti di avere a che fare con un'icona della cultura popolare per gran parte del resto del mondo. Resti smarrito e sorpreso dall'abbandono incontrovertibile di adolescenti alle esperienze di una vita adulta senza averne la consapevolezza ed abusando in modo ossessivo delle sostanze stupefacenti che sono l'elemento che tiene uniti questi gruppuscoli di ragazzini figli dei fiori che si credono in armonia tra loro e con il mondo. Eppoi stupirsi ancora per la sincera sorpresa che si manifesta nel viaggio alle Hawaii (dove il turismo diventa turismo solo in quel periodo) raggiungendo i luoghi dove sono state affondate le navi di Pearl Harbour.
L'America non è più la stessa perché nemmeno chi la descrive e chi la vive è più lo stesso.

La resurrezione della carne

AutoreFrancesco Bianconi

Giudizio: ***

La poesia può sanare ogni cosa perché sana chi la legge e chi la scrive. Questo mi pare emerga da una vicenda narrata su diversi livelli, a volte distonica per effetto della persistenza di morti viventi (reali o finti?).
Leggiamo delle aspirazioni frustrate del poeta, del successo, tutt'altro che poetico, che tracima nella vita quotidiana, della descrizione della città in cui vive il protagonista che è colma di zombi (reali), dell'incontro casuale e perfetto per tempistica, modalità, intensità, che diventa ispiratore della poesia vissuta e non scritta.
Poi arriva il dolore, l'ossessione per una ricerca per capire se non vendicare il "furto", ma la consapevolezza che dietro al dolore c'è una poesia spinge a superare l'ossessione, accantonarla. È necessario andare avanti per un bene superiore che accomuna l'amore perduto e l'amore trovato.
Esiste una salvezza nella resurrezione, guidata istintivamente in un bosco da un lupo poeticamente solitario che conduce nel luogo che pone al riparo dagli zombi. Il luogo che ha visto compiersi un gesto romantico e poetico.

[Nota a margine]
In rete ho trovato i 10 scrittori che influenzano di più Bianconi quando scrive romanzi o testi di canzoni. Li butto qui
1) Philip P. Dick
2) Raymond Chandler
3) Cormac McCarthy
4) Edgar Allan Poe
5) H. P. Lovecraft
6) Vittorio Sereni
7) Michel Houellebecq
8) Giuseppe Genna
9) Fedor Dostoevskji
10) Marco Lodoli

Sottomissione

AutoreMichel Houellebecq

Giudizio: ***

Nulla di nuovo sul fronte occidentale. Frase accidentale utile solo per identificare dove è il francese rispetto al musulmano. Geograficamente è una frase inadeguata, ma per chi vuole cristallizzare i fatti in uno scontro tra civiltà, del fronte occidentale deve tenere conto perché da lì si deve passare.
Nel racconto le colonne portanti sono tre grandi classici moderni occidentali: il sesso (non c'è mai amore, solo sesso ghermito per il ruolo o pagato), il cibo (dozzinale o raffinato in fondo tutto sfama), la noncuranza (io sono io, qui, ora, ma è una condizione del tutto fortuita per cui non devo intendere, volere, occuparmi).
Il sesso viene trattato come una cosa che accade, perché deve accadere. Il piacere non è nemmeno cercato perché è una semplice conseguenza fisiologica. Tanto che il decadimento fisico lascia più smarrito per non riuscire ad assolvere un ruolo imposto dalla società piuttosto che per le conseguenze in sé. Cosa che, per le donne, avviene prima che per gli uomini rendendo quindi appetitose solo le studentesse del primo e secondo anno dell'università.
Il cibo viene utilizzato per rigettare il moderno culto del saper cucinare raccontando che vivere senza saper cucinare è possibile. C'è sempre qualcosa (il forno a micro-onde) o qualcuno (il cinese o l'indiano) che ne sanno fare al tuo posto. Ma se assapori qualcosa fuori dal comune devi saper apprezzare, non puoi rimanere indifferente. Il vino in questo ha un ruolo sociale e conviviale: nessuna conversazione può prescindere dalla presenza di un buon vino.
La noncuranza è la narrazione dell'indifferenza per tutto ciò che è la vita oltre il proprio ombelico soddisfatto da cibo e da sesso. La società è un ambiente politico, ma il protagonista non se ne cura perché impegnato nel suo conformismo mimetico. Fino a quando non viene allontanato dalla cattedra che occupa all'università. In quel momento qualcosa tracima, ipotizza una improbabile fuga, ma poi si ritira tutto nell'alveo iniziale. Il rientro in ruolo sarà possibile adottando un nuovo conformismo mimetico, ma sempre privo di passione.
Il libro Sottomissione arriva in libreria nel momento in cui in Francia si apre il fronte occidentale. Non è un caso se si vuole intendere come non accidentale l'interpretazione che viene data a questa storia: sottomissione dell'occidente al vicino oriente. 
I fratelli musulmani nella trama di Sottomissione vanno al governo senza guerriglia. Lo fanno democraticamente e con la moderazione data dalla consapevolezza di sapere di aver ragione perché i competitori politici hanno completamente esaurito il ruolo di guida (reale o presunto che sia) e dalla forza di sapere di avere risorse da spendere sia per sconfiggere i nemici interni, sia per sconfiggere i nemici esterni. È alle porte un nuovo impero, come quello che caratterizzò l'epoca di Augusto dopo la Repubblica romana. Il nuovo presidente diventerà imperatore europeo per insipienza delle opposizioni interne ed esterne e per l'indifferenza dell'uomo medio.
Un libro, come il precedente di Houellebecq, dove non c'è alcuna passione, ma un semplice scorrere ineludibile del tempo e delle cose. La strage a Charlie Hebdo mi pare non sovrapponibile. Nella realtà c'è fanatismo, odio, rabbia che nel romanzo non trovano alcuno spiraglio. Se ci sono restano sommersi dall'inevitabilità di qualcosa che sarà ed a cui non ci si potrà opporre se non conformandosi all'attualità e continuando ad "opporsi" come si è fatto prima, senza fare resistenza.
Forse è questa la sottomissione concreta, non fare resistenza mai, a prescindere dall'organizzazione della società.

Americana

AutoreDon DeLillo

Giudizio: ****

Per dare una etichetta a questo romanzo direi che racconta del "tutto è possibile anche se perfettamente inutile".

Un giovane e brillante dirigente ed autore televisivo, con alle spalle un matrimonio "casuale" concluso in letizia con reciproca soddisfazione, vive placidamente in una realtà lavorativa stantia eppure potenzialmente pericolosa (dietro l'uscio chiuso di un collega può stare un rapporto extraconiugale, come una imminente epurazione dallo staff). L'ambiente richiede di far parte di un gruppo di lavoro attivo e dinamico con il quale si condivide la "visione del mondo" da rappresentare e da frequentare. Si deve animare questo gruppo con brillanti deduzioni su chi possa essere colui che lascia sulle scrivanie dei colleghi "presagi" contenuti in citazioni famose. In questo la segretaria è fondamentale per avere notizie di corridoio sull'ultimo arrivato, sul prossimo che verrà silurato, nonché alimentare un senso di squadra che non può mancare della pulsione sessuale nonostante lei non sia proprio una bellezza e sia già amante del capo. La routine della ricerca dell'amante, e delle valutazioni di un giudizio morale altrui qualora scoperti, si stempera tra le braccia di un'amante insospettabile per il suo ruolo di amante tra le amanti...

In questo contesto il protagonista matura l'esigenza di avviare un percorso personale che parte da ricordi giovanili e familiari nella ricerca di un passato non lontanissimo che possa essere scintilla per creare qualcosa di innovativo. L'occasione viene dalla decisione dell'emittente televisiva di realizzare un documentario sui Navajo. Questo conduce il protagonista a realizzare il sogno di gioventù imbracciando una telecamera modificata con annesso impianto per registrazione sincrona del sonoro. Tutto è possibile. Il viaggio non giungerà alla riserva indiana ed è una raccolta di incontri che vengono utilizzati per realizzare il sogno o per superare la perfetta inutilità di ciò che è stato fatto fino a quel momento. Forse..., perché alla fin fine l'inutilità di un autografo concesso da sconosciuto riconosciuto come conosciuto non si nega a nessuno...

I buttasangue

AutoriGiovanni Iozzoli

Giudizio: **

La società contemporanea vista alla luce degli occhi di un operaio, emigrato da Cerignola alla bassa modenese, disilluso ed "incasinato" dalle vicende delle umane sventure. Un "Malavoglia" che non cerca di aggrapparsi ai lupini e con essi salvare la propria vita, ma cerca solo di uscire dal tunnel in cui è finito salvando comunque la propria vita. Non quella vegetativa e conservativa data dal semplice respiro e dal battito del cuore, ma quella più elevata data da una emancipazione personale inseguita nel pensiero di compiere azioni che abbiano un senso essere compiute per sé e per gli altri. Intorno il mondo va in un'altra direzione e forse anche il protagonista è troppo confuso per prendere questo treno, nonostante i "buoni propositi".
Il racconto viene narrato dal punto di vista dello "sconfitto", colui che per indole e per timore è diventato un Don Abbondio moderno, per sua ammissione un vigliacco. Prestato al culto della "sicurezza nei luoghi di lavoro" tradisce il suo credo perché il signorotto locale, leggasi il padrone della fabbrica in cui lavora, lo ha identificato come persona giusta al posto giusto che potrà evitargli tanti grattacapi.
La tragedia del collega morto lo incastra alle proprie responsabilità per il ruolo di rls (rappresentante dei lavoratori per la sicurezza), che ha svolto senza il dovuto piglio, e per il patto non scritto di non belligeranza stipulato tacitamente con il padrone. Già questo sarebbe tanto per amplificare evidenti sensi di colpa, ma nella vicenda si incastra una sconvolgente incursione nella vita privata del collega morto. Incursione che conduce il protagonista ad un passo dal disastro.
Il finale è agrodolce. I danni sono limitati, l'operato del protagonista "salva il pezzo di vita" del collega defunto che ha intercettato e condanna il padrone. Ma forse non è atto di coraggio, è solo atto di giustizia, se così si può chiamare un risarcimento per una morte che poteva essere evitata.
Il protagonista torna al paese e si appresta a percorrere ad una diversa latitudine una vita che resta individuale, priva di un afflato collettivo alle giuste rivendicazioni dei lavoratori, una vita fatta di espedienti, più o meno legali, perché questo appare l'unico modo per rimanere a galla nel "mare mosso" dalla crisi e dal terremoto nella bassa modenese. Resta un ricordo apparentemente neutro di una ex fidanzata del nord e la persistente assenza di prendere un concreto impegno con la nuova compagna. Il mondo gira così: siamo tutti soli in questa valle di lacrime e gli impegni che prendiamo poi li dobbiamo affrontare senza aiuto alcuno.

L'antro dei filosofi

AutoreGiorgio Scerbanenco

Giudizio: ***

Tutti hanno una filosofia di vita eppure non sono nemmeno vagamente avvicinabili ai "filosofi" se a questo termine, tanto vago quanto impegnativo, vogliamo assegnare il senso completo che la storia, prima dell'enciclopedia, gli riserva. Con la filosofia di vita, che personalmente costruiamo e seguiamo attraverso le nostre azioni, si può rispondere a tutto. Nella storia umana ci sono esempi sublimi, miserevoli, crudeli di filosofie di vita, ma qui leggiamo di cronaca e non di storia. Possiamo rilassarci, fatto salvo sparizioni ed omicidi, e seguire la trama che scorre nel senso dato dalla filosofia personale: la famiglia moralista rinchiusa nell'antro, i poliziotti con il "pugno di ferro", i milionari avvezzi a navigare in acque piene di squali, le sorelle ingenue e timorose, ma non troppo, le cassiere del bar luogo di perdizione per antonomasia, la sarta che dallo sguardo delle persone può capirne l'animo. Questa varia umanità gravita nelle possibili soluzioni che l'investigatore ricerca, ma si incaglia pericolosamente nell'antro presidiato da coloro che possono giustificare persino sparizioni di persone ed omicidi, ovvero rimanere indifferenti perché riguardano persone che non praticavano il loro stile di vita, la loro filosofia ultima. Ovviamente questa non è filosofia, ma Scerbanenco usa questo elemento distintivo per caratterizzare assenze e vuoti, pienezze e spigoli, di tutta la vicenda.
Jelling, "il più improbabile degli investigatori", è anch'esso un filosofo che si sforza il risolvere il caso, "apparentemente" senza soluzione, per via probatoria che costringa il colpevole alla confessione una volta posto di fronte all'evidenza dei fatti. Chiamiamola dialettica dell'investigatore che non ricorre a mezzi spicci e bruschi, per non dir di peggio, come vorrebbe fare il suo superiore. 
Ci troviamo in una fantasiosa e ben tracciata storia, con elementi disseminati qua e là, che arricchiscono i comuni sospetti che ogni lettore potrà formulare nello scorrere delle pagine. Il dire senza dire, l'esplicitare palesemente, inducono su una strada nuova che non è mai più chiara della precedente fino alla fine sorprendente che l'autore avrà la cura di ricostruire nell'altro dei filosofi, sistemando tutti i particolari emersi e ricomponendo la verità dei fatti. Questa è la vita, baby, non filosofia!

Note a margine: il libro è scritto nei primi anni '40 e naturalmente gli anni passati si sentono. Oltre a questo la stesura subisce l'imposizione d'epoca secondo cui il nome proprio del personaggio deve necessariamente essere italianizzato, ma solo quello! Quindi il possibile Oliver Steve diventa Oliviero Steve. Altro particolare agghiacciante è che un 42enne viene identificato come un "vecchio", segno che nei settant'anni trascorsi l'aspettativa di vita cresciuta ha mutato il senso dei luoghi comuni e di conseguenza i nostri atteggiamenti. Da irriducibile passatista quale sono potrei riprendere il mio bastone essendo vecchio nel passato oltre che nel presente.

Confessioni di uno spammer

AutoreClaudio Morici

Giudizio: *

Romanzo epistolare (???) figlio degli anni 0 del XXI secolo che per certi versi è talmente incongruo da risultare ridicolo più che comico. In che lingua scriveresti ad un pubblico di 16 milioni di lettori? E potresti permetterti un sondaggio raccogliendo le risposte dei 16 milioni di cui sopra in un foglio excel? E potresti solo pensare di rispondere anche se ad un'esigua minoranza dei tuoi lettori? E se l'ingenuità è bandita come comportamento consapevole nel mondo di internet chi sarebbe così ingenuo da non configurare il proprio client di posta elettronica in modo tale che il reo confesso che scrive sempre dallo stesso indirizzo di posta elettronica non finisca direttamente nella cartella antispam? Con tanti saluti, e nemmeno troppo astiosi perché, si sa, nella posta elettronica lo spam entra come entrano le mosche se lasci le finestre aperte, nessuno è infastidito più di tanto, a parte mia madre.
Dette delle incongruenze l'epistolario tocca direttamente alcuni capi saldi della suggestione umana che, pur non rendendolo epico, lo rendono gradevole e coinvolgente. Lascia il sapore di una bevanda fresca sorseggiata nella calura estiva sapendo che, una volta finita, necessita ben altra lettura a seguire che rinforzi l'effetto contro il caldo. 
Il protagonista attraversa la fase del senso di colpa, seguita da una concreta giustificazione alla sua vita da reietto spammer che non ha cercato, ma che gli è toccata. Racconta la sua storia inframmezzandola all'utilità di uno spammer che può usare i suoi contatti a fin di bene. La giustificazione non può essere niente di meno che per una giusta causa (il paladino): aiutare un disabile figlio di ragazza madre messicana che si trova a Londra da sola. Colpito con uno spadone a due mail!
In tutto questo ci mettiamo un po' di sarcasmo del figlio disabile, pure del titolare ungherese del bar dove lavorava lo spammer e dell'innocenza purificante del coinquilino che cerca l'amore in una ragazza educata. Roba da romanzo epistolare di ben altre epoche.
La vicenda scivola veloce come accade ai bit irregimentati in cavi coassiali. Il colpo di scena finale non manca, anzi è multiplo, anche se io ho la sensazione che, in fondo, ci sia un contro colpo di scena (complotto!). Gli spammizzati tifano per lo spammer e mi sono fatto l'idea che il finale lasci intendere che forse il tifo non è stato ben riposto, oppure l'esatto contrario, chissà. Se qualcuno leggerà il libro, una volta finito, potremmo scambiarci le opinioni via e-mail proprio come accade nelle comunicazioni tra spammer di libri letti.

Gente

AutoreAlan Bennett

Giudizio: ***

Quando si ha a che fare con la "gente" tutto è possibile. Tu, che per prima sei stata la divina, diventi la "gente" e lo capirai, in un senso o nel suo opposto.
Una nobildonna decaduta, che ha alle spalle un passato divino, che ha nel presente costante di tutta una vita un rapporto esplicitamente conflittuale con una sorella arcidiacono e che frequenta una amica, dama di compagnia, che alla fine si scopre avere un legame assai più profondo con le due sorelle di quanto la presentazione che lei stessa ama ripetere lasci intendere. Il tutto nell'indigenza che le vicende terrene possono riservare alla "gente" per effetto della forza di gravità che agisce sul pianeta. Anacronismo, necessità, modernità convivono quando c'è "gente" e tutto può diventare normale. Questa è la "gente", bellezza! Una necessaria modernità anacronistica.
Un passato perduto che qualcuno vuole rispolverare, in tutti i sensi, per le tradizioni che rappresenta ed altro vuole preservare dalla "gente" perché suo, solo suo, per sempre suo. Sempre "gente", invece, vede il luogo come set perfetto della moderna industria della pornografia, anch'essa decadente, o già decaduta in quel formato pensato in una antica villa. Intravedi un morboso interesse finanziario per pitali colmi di urina prodotta da persone famose nel corso dei secoli, ovvero collezioni di giornali per "gente" da rileggere, anche se fuori dal tempo corrente, per conoscere cosa è accaduto nel tempo perduto. Nulla può essere inteso come davvero strano. Tanto o poco che sia è la "gente" che ti sorprende, in un senso o nell'altro.

L'Aleph

AutoreJorge Luis Borge

Giudizio: *****

Quello che non riesci ad immaginare, esiste? Ciò che non hai mai visto, esiste? E se lo hai solo percepito per sentito dire o letto? La filosofia che non comprendi ha un senso? Una storia tracciata da una cronologia senza logica è una storia senza logica?
La miseria umana e la grandezza che la avvolge nei racconti sono paradossali esistenze di ciò che esiste pur non potendo o non esiste anche se di fronte ai tuoi occhi di lettore. È il mondo fantastico governato da una logica non omologata. Nessuna federazione sportiva potrebbe vederlo gareggiare uno scritto di questo tipo, forse per questo il premio Nobel è mancato. A meno che non sia finzione, la fantasia suggestiva e suggestionata dall'universo a volte non spiegato, a volte inspiegabile, sempre umano, troppo umano.

Verso occidente l'impero dirige il suo corso

AutoreDavid Foster Wallace

Giudizio: ***

Per chi scrive queste righe potrebbe non essere così ovvio trovarsi su un'auto fabbricata artigianalmente, insieme ad un compositore atonale che lavora vestito da pagliaccio, e porta gli ultimi tra tutti gli attori che hanno partecipato agli spot McDonald alla casa stregata dove si organizzerà una festa reunion voluta dal padre pubblicitario del pagliaccio. Il tutto accompagnato da una scrittrice/poetessa che escogita l'inescogitabile per trattenere a se il suo amato scrittore scarsamente prolifico, ma indubbiamente talentuoso tanto che l'hostess dal viso arancione, anch'essa in auto, nonché ex moglie del docente di scrittura creativa del talentuoso scrittore si sentirà in obbligo di aprire gli occhi al ragazzo lanciandolo tra gli scrittori adulti. Eppure mi è successo, ovviamente. Ma del resto "[...] quando scrivete fiction non fate altro che raccontare bugie, dice a noi studenti del seminario; e la psicologia della lettura insegna che noi siamo portati a bere solo quelle che ci sembrano coerenti, a livello istintivo, viscerale, con ciò che già crediamo vero" (cit. David Foster Wallace alias professor Ambrose).
Questa storia è vera quanto è vero che se non fosse vera sarebbe vera. Buon divertimento.

Sette brevi lezioni di fisica

AutoreCarlo Rovelli

Giudizio: ***

Frontiera, contrasto, eleganza. La fisica come presupposto di teoria e misurazione per verificare e giustificare il "funzionamento" dell'universo infinitamente grande, ma composto da "corpuscoli" infinitamente piccoli. La frontiera sta nello spostare sempre un po' oltre le nostre conoscenze, il contrasto sta dove l'apparenza contraddice la realtà oppure dove due verità scientifiche faticano a coesistere, l'eleganza sta nel trovare l'idea e la formulazione che è sintesi dei contrasti. Nascondendolo ai più la fisica necessita dell'immaginazione, ma mostra le complicazioni, incomprensibili ai più, delle necessarie formalizzazioni matematiche. In breve sette storie.

Red or Dead

AutoreDavid Peace

Giudizio: ***

Leggere un libro di David Peace, mi accade sempre, è molto faticoso, difficile, a volte difficilissimo. Questo libro non fa differenza, anzi, se possibile, è stato più difficile che mai. Aspettative elevatissime anche per effetto di giudizi entusiastici raccolti da persone fidate. Sapevo che avrei speso parecchie ore per incastrarmi nella trama, per armonizzarmi con lo stile. Ed è stato così. Ricostruzioni, quasi ossessive, paragrafi che si susseguono, uguali ai precedenti ed ai successivi, funzionali a ricostruire l'ambiente, i pensieri, le sensazioni, le delusioni, le aspettative.
È l'epica del Liverpool Football Club che, a differenza di quanto si possa, si debba e si voglia pensare, non è il calcio inglese, è un'altra cosa, è una particolarità specifica. È l'epica di Shankly, l'allenatore che tra anni '60 e '70, è artefice di un'epopea che costruisce e plasma con lungimiranza un mito investendo tempo e risorse in questioni apparentemente marginali: è possibile che l'allenatore ritenga necessario sistemare i bagni dello stadio per accogliere in modo dignitoso il popolo del Liverpool? Sì! È possibile immaginare che i giocatori siano trattati tutti allo stesso modo, con gli stessi salari? Sì! È possibile pensare che oggi sei il numero uno, hai vinto, sei la squadra migliore del mondo, ma da questo momento devi riprendere a lavorare se non vuoi perdere nuovamente? Sì!

Shankly, uomo di calcio che ha fatto del calcio la sua vita, ha una visione collettivistica del gioco. I calciatori, anche i fuoriclasse come Kevin Keegan, emergono nella squadra solo se giocano per la squadra e, naturalmente, per i tifosi. I tifosi sono il fuoco che riscalda, sono l'abbraccio che rincuora, sono l'urlo che esalta.
Ci sono ripetizioni, infinite ripetizioni, di situazioni identiche con nomi e persone diverse. Mai nessuna collocata casualmente, mai nessun asfissiante. Fino alla fine.
Una fine che arriva, inevitabile, prima della morte. Una fine che trascina il protagonista nel luogo dove non si sente più in grado di reggere lo sforzo, ma al contempo vorrebbe ancora fare parte del collettivo per aiutare nello sforzo. Nulla sarà più come prima anche se la squadra vincerà ancora, forse di più. Ma tutto ha un tempo ed il tempo si conclude per i giocatori e per gli allenatori. Bisogna capirlo ed essere sempre gentili per non farlo pesare.

Nota: il titolo non potrebbe essere più fuorviante di così, almeno per noi italiani. Rosso o morto, sapendo che di Liverpool si parla, riporta immediatamente alla tragedia dello stadio Heysel dove inaccettabili comportamenti hanno ucciso decine di persone. Per una partita di calcio. I tifosi di questo libro non sono i tifosi di quel 1985. Sono una cosa diversa, forse perché allora il calcio era una cosa diversa.

Il regno animale

AutoreFrancesco Bianconi

Giudizio: ***

Da qualche parte un commentatore al libro ha scritto "avrei letto questo libro se l'autore non fosse il cantante e chitarrista dei Baustelle?". Ad intrufolarsi negli scenari che potrebbero scaturire da questa domanda il rischio è estremo: "avrei letto 'il nome della rosa' se fosse stato inserito nella collana Armony?". Sono domande di poco valore, ovvero, se ci immaginiamo come un Foscolo, le possiamo classificare come domande retoriche. Quindi le risposte sono no la prima e no la seconda, tutto finisce, forse.
Bianconi assegna ai capitoli nomi di animali, cosa che di per sé certo non mi appassiona, ma dentro infila in salsa giovane, moderna non direi, un "giovane Werther" che più che dall'amore viene sopraffatto dalla vita. Immagina e spera di fare cose di diventare qualcosa più che qualcuno (bruco che diventa farfalla?) ma si annulla in un mondo disintegrato e disperso che non gli piace.
Un amico mi ha detto che i Baustelle sono "musica giovane per vecchi". In questo libro si trovano diversi elementi presenti nei testi delle canzoni dei Baustelle e forse anch'esso risponde alla definizione del mio amico, un "libro giovane per vecchi": l'illusione di un regno (animale) posto a giardino di un animale (uomo) che matura le disillusioni di un giovane vecchio.