L'ordine del tempo

Autore: Carlo Rovelli

 

Giudizio: ****

 

È suggestivo considerare come il comune sentire possa essere il comune sbagliare che, solo in quanto comune, riteniamo erroneamente corretto. Il mal comune che diventa gaudio e nemmeno dimezzato.

In questo libro il lettore viene guidato in un viaggio impensabile che conduce alla negazione di un concetto comune a tutti: il tempo. Quel tempo che ci accompagna da sempre e per sempre fino a che ognuno di noi ne esplorerà la sua fine. 

Nel corso di questo affascinante tragitto viene strattonato il concetto di tempo fino a negarne l'esistenza, almeno nell'accezione ingenua, o romantica che noi abbiamo: i bei tempi passati, la fatica e l'affanno del presente, l'indicibilità sul futuro.

Le nostre ingenuità sono ragionevoli approssimazioni volte a razionalizzare il "quando siamo" senza condannarci ad una eterna incollocabilità temporale perché ieri non può essere oggi e men che meno domani, ma nemmeno il presente può essere se mi riferisco a quanto ho scritto tre righe sopra perché ora è già passato. L'autore ci immerge in un fiume di "congetture" fisiche e filosofiche, tentativi di definizione che attraversano per secoli le menti più brillanti dell'umanità arrivando però ad un punto non conclusivo, ma ineludibile: il tempo, come lo pensiamo noi, non esiste. È una questione di "punti di vista" e non di quelli enunciati al bar o dall'acconciatore: "io credo che il tempo esista perché 20 anni fa non avevo i capelli bianchi ed oggi ho un ciuffo candido". Il punto di vista, o di osservazione, è oggettivazione di ciò che muta al mutare del luogo in cui si trova l'osservatore. Qui si racconta di come il tempo potrebbe non essere una variabile in gioco nella grande equazione che descrive l'universo (questa frase è una mia inferenza per non ricorrere al "rifugio" fornito dalla possibile entità creatrice che, se mai ci fosse, avrebbe sancito la veridicità di quell'equazione se volesse consentirci di formalizzarla nel modo scientifico a noi noto). Infatti lo scorrere del tempo muta a seconda della distanza che l'osservatore ha dalla massa, o della velocità a cui lo stesso osservatore si muove nello spazio. Poi il tempo non è un "continuo", è discreto, un tappeto granulare che non può essere rappresentato da una linea continua composta dagli infiniti numeri reali. Queste affermazioni sono una sfida che sconfigge il senso comune che assegna al tempo un'immutabilità universale che, seppure priva di una teorizzazione conclusiva, ci lascia increduli di fronte ai paradossi che sovvertono una cosa per noi totalmente scontata. È già successo quando abbiamo capito che non era il sole che girava intorno a noi, anche se resta evidente che il sole sorge e tramonta, e succederà ancora per il tempo. Anzi, è già successo, ma ancora non sappiamo spiegarlo in modo compiuto.

Questo avrà implicazioni sulle nostre vite terrene? Non credo, in fondo la vita terrena ha continuato nella sua forma anche con la consapevolezza che era la terra a gravitare intorno al sole e non il contrario. La ragionevole approssimazione per cui è il tempo a scandire le nostre vite dalla nascita alla morte non verrà inficiata da una più precisa definizione secondo la quale il "tempo vero" è una cosa assai diversa dal riconoscerci invecchiati, con una memoria individuale del tempo trascorso, perché quest'ultima condizione persisterà.